Pmi italiane: una su due si apre ai mercati internazionali

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Sebbene siano emerse come il segmento più colpito dalla pandemia, le pmi italiane guardano al cambiamento. Il 60% dichiara di dover rimodulare la propria offerta e una su due punterà sull’internazionalizzazione. Intanto, vola l’export, specialmente nei mercati extra-Ue

Un’azienda su quattro ha già avviato una riconversione delle proprie linee di produzione

Nel mese di luglio sia le esportazioni che le importazioni di beni hanno registrato un incremento congiunturale rispettivamente del +5,7% e del +4,8%

Manuel Pincetti, partner di Monitor Deloitte: “Per affrontare con successo una situazione emergenziale e di forte volatilità serve una chiara visione strategica”

Alla fine della “fase 1” il tessuto delle piccole e medie imprese italiane mostrava tutti i segni del passaggio della crisi: il 90% dichiarava di aver subito rallentamenti o sospensioni delle attività produttive mentre difficoltà finanziarie ne travolgevano il 70%. Eppure, il desiderio di cambiamento sembra non aver subito eguali contraccolpi, anzi, la pandemia potrebbe rappresentare oggi il punto di partenza di una nuova normalità che punti su capacità di innovazione, espansione geografica e crescita dimensionale.
A scattare la fotografia del settore è l’indagine I bisogni delle pmi post-covid di Intesa Sanpaolo in collaborazione con Piccola Industria Confindustria, Monitor Deloitte e Deloitte Private, condotta su un cluster di oltre 6mila pmi italiane. Stando alla ricerca, sei imprese su 10 intendono infatti rimodulare la propria offerta sul mercato e adeguare il proprio modello operativo. Ma non solo. Una su quattro afferma di aver già iniziato a riconvertire le proprie linee di produzione verso prodotti considerati oggi strategici, come i dispositivi di protezione individuale, e nove su 10 intendono rafforzare la componente patrimoniale, “ribilanciando la propria esposizione verso terzi ma anche attraverso operazioni di finanza straordinaria”, si legge nello studio. In questo contesto, l’innovazione rappresenta la chiave per il 60% delle intervistate e il 90% ritiene di dover incrementare la propria dimensione per rafforzare la propria competitività. Nello specifico, una su due manifesta l’intenzione di puntare sull’internazionalizzazione, espandendo la propria copertura geografica e focalizzandosi sui mercati esteri di maggiore interesse.
Sul fronte internazionale, segnali confortanti arrivano intanto dalla nota mensile sull’andamento dell’economia italiana dell’Istat. Stando a quanto rilevato dall’istituto, nel mese di luglio sia le esportazioni che le importazioni di beni hanno registrato un incremento congiunturale rispettivamente del +5,7% e del +4,8%, in linea con il trend registrato tra maggio e giugno. Nel dettaglio, lo sguardo delle imprese italiane si è rivolto principalmente verso i mercati extraeuropei, nell’ordine del +7,6% contro il +3,9% dei mercati Ue. A essere coinvolte sono state tutte le principali categorie di prodotti, ma soprattutto i beni di consumo durevoli e quelli strumentali, che hanno registrato rispettivamente un verde del 7,6% e del 5,6%. Rispetto al mese di luglio del 2019, tuttavia, le esportazioni hanno conosciuto una contrazione complessiva del -7,3%, trainata in particolare dalla riduzione dei flussi verso Francia (-6,1%), Germania (-5,3%) e Stati Uniti (-5,4%). In positivo, invece, quelli diretti verso Belgio e Cina, nell’ordine del +15,6% e del +14%.

“Oggi siamo convinti che digitale, green, resilienza e business continuity siano le principali sfide che abbiamo davanti – commenta Carlo Robiglio, presidente di Piccola Industria Confindustria – A questo si accompagna il rafforzamento patrimoniale dell’impresa, elementi capaci di portare a una crescita sostenibile e strutturata. Per farlo occorre passare dalla cultura dell’emergenza a quella della prevenzione, oltre che comprendere che il digitale è ormai una condizione per esistere”.

Secondo Manuel Pincetti, partner di Monitor Deloitte e responsabile per i servizi di strategic transformation & growth di Deloitte in Italia, inoltre, per “affrontare con successo una situazione emergenziale e di forte volatilità serve una chiara visione strategica, combinata a un piano di medio-lungo termine definito valutando le alternative strategiche perseguibili”. In un contesto di incertezza come quello attuale, aggiunge, “pianificare e analizzare i possibili scenari che si prospettano consente di determinare dove giocare e come vincere nel mercato, gestendo la paura dell’ignoto ed evitando il rischio di immobilismo”. Eppure, conclude, solo tre imprese su 10 si stanno organizzando in tal senso, “preparandosi ad affrontare la ripresa con piani di rilancio strutturati”. Di conseguenza, cresce l’importanza per le piccole e medie imprese italiane di circondarsi di partner con cui avviare questo percorso di trasformazione. Stando allo studio, più di un’azienda su due sarebbe disposta a chiedere il sostegno delle istituzioni bancarie in ambiti non solo finanziari ma anche operativi. Intanto, stando alle ultime rilevazioni della task force liquidità, al 18 settembre sono pervenute oltre 2,7 milioni di domande o di moratoria sui prestiti per 294 miliardi. Inoltre, continuano a crescere le richieste pervenute dagli intermediari al fondo di garanzia, che tra il 17 marzo e il 29 settembre hanno sfiorato quota 1.119.751, per un importo complessivo di oltre 86,1 miliardi.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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