Il pianeta di plastica: il mare, una discarica monouso

Entro il 2040 nei mari ci sarà più plastica che pesci. Un problema che smuove aziende e governi, con approcci diversi. Ne parliamo con LGIM

L’inquinamento degli oceani legato alla plastica potrebbe triplicare entro il 2040. Se questa ondata inquinante continuerà in modo incontrollato, entro la data indicata, circa 646 milioni di tonnellate di plastica nei mari potrebbero superare il peso collettivo di tutti i pesci nell’oceano.
E’ questo il risultato dell’ultima ricerca pubblicata a gennaio 2022 dall’Environmental investigation agency (Eia), che analizza l’evoluzione di una delle piaghe del secolo: l’inquinamento da plastica.

Viviamo oggi nell’epoca con il più alto livello di consumo di plastica in assoluto. Secondo i dati riportati dal PlasticEurope Market Research Group, tra il 1950 e il 2019 si è passati da una produzione di 1,5 milioni di tonnellate globali all’anno, a un livello pari a 368 milioni di tonnellate nel 2019. In altre parole, in un anno, oggi, si produce la quantità di plastica prodotta complessivamente tra il 1950 e il 1975.
“Il 2022 rappresenta un anno chiave per l’economia circolare, alla luce della prossima regolamentazione e tassazione su plastica e rifiuti” commenta Matthew Courtnell, Responsabile Investment Analyst – Active Strategies di Legal&General Investment Management (LGIM).

L’approccio che prevede un utilizzo più intelligente della plastica si sostanzia fondamentalmente in due modi: l’incentivo diretto nel fare meglio all’ambiente (prevedendo ad esempio quote di rimborso per l’utilizzo di bottiglie di plastica correttamente riciclate, come nel caso di Norvegia, Germania e Lettonia) o l’imposizione in termini di oneri (il Regno Unito rappresenta un primo caso, con l’introduzione nell’aprile 2022 di una misura che costringerà le aziende a soddisfare una percentuale minima di contenuto riciclato negli imballaggi di plastica o a pagare una tassa).

In ambito europeo, in cima all’elenco delle misure volte a contrastare l’incremento di produzione di plastica (che tra il 2018 e il 2019, secondo il report PlasticEurope, è passata da 61,8 milioni di tonnellate prodotte, a 57,9) c’è la stretta sugli imballaggi.
“Gli imballaggi in plastica rappresentano il 9-10% del costo per le aziende che vendono prodotti alimentari di consumo e di base; percentuale che raddoppia per i nomi delle bevande)” spiega Courtnell. “Man mano che la tassonomia si evolve, l’attenzione si sposterà dalla mitigazione dei cambiamenti climatici a nuovi obiettivi ambientali, tra cui il tema della biodiversità e della transizione verso un modello circolare. Questa misura porrà un’enfasi molto maggiore sulla produzione e l’approvvigionamento di prodotti e ingredienti, che dovrebbe promuovere un approccio più collaborativo tra aziende, enti governativi e Ong”.
Più complesso a quel punto trovare materiali riciclati per soddisfare le nuove linee guida. “C’è una reale necessità di ridimensionare la tecnologia delle infrastrutture per catturare e raccogliere i materiali di riciclo”; in alternativa, il prezzo del Pet (polietilene tereftalato) riciclato (rPet) potrebbe salire oltre il livello di economicità.

Conseguire obiettivi ambientali sulla riduzione dell’uso insostenibile della plastica è tra le condizioni chiave per il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità fissati dalle Nazioni Unite. “Molte aziende hanno fissato obiettivi ambiziosi per un miglioramento del 25-50% entro il 2025”, ma la strada è lunga e il termine potrebbe essere non rispettato.

Sul mercato, conclude tuttavia l’esperto di LGIM, ci sono già alcuni casi di successo. Non si tratta solo di aziende più piccole e settoriali (che si occupano principalmente di raccolta dei rifiuti, prodotti chimici o imballaggi sostenibili), ma anche di aziende di consumo come Coca-Cola e L’Oréal, che si sono impegnare a integrare verticalmente le strutture di fornitura e riciclaggio.
“Mentre continuiamo a sostenere un’economia più circolare, l’impegno nel ridurre la produzione di nuova plastica sarà uno dei primi obiettivi chiave del nostro modello di engagement nel 2022”.

Domande frequenti su Il pianeta di plastica: il mare, una discarica monouso

Quanta plastica si prevede possa inquinare gli oceani entro il 2040?

Entro il 2040, si stima che circa 646 milioni di tonnellate di plastica potrebbero accumularsi nei mari. Questa proiezione evidenzia la vasta scala dell'inquinamento futuro se non controllato.

Qual è il confronto tra la quantità di plastica prevista e la vita marina entro il 2040?

La ricerca suggerisce che entro il 2040, i 646 milioni di tonnellate di plastica nei mari potrebbero superare il peso collettivo di tutti i pesci nell'oceano. Questo dato sottolinea la gravità dell'impatto ambientale atteso.

Quando e da quale organizzazione è stata pubblicata questa ricerca sull'inquinamento da plastica?

Questa ricerca è stata pubblicata a gennaio 2022 dall'Environmental Investigation Agency (EIA). L'agenzia ha analizzato l'evoluzione dell'inquinamento da plastica, definendola una 'piaga del secolo'.

Qual è la tendenza prevista per l'inquinamento da plastica negli oceani nei prossimi anni?

L'articolo indica che l'inquinamento degli oceani legato alla plastica potrebbe triplicare entro il 2040. Questa previsione suggerisce un aumento significativo e rapido del problema se l'ondata inquinante continuerà in modo incontrollato.

Come viene caratterizzato il problema dell'inquinamento da plastica nel contesto dello studio?

L'inquinamento da plastica viene descritto come 'una delle piaghe del secolo' dalla ricerca dell'Environmental Investigation Agency (EIA). Questa caratterizzazione evidenzia la sua natura critica e pervasiva a livello globale.

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