Sicurezza nazionale, innovazione e venture capital sono oggi strettamente collegati: la capacità di sviluppare e finanziare rapidamente tecnologie deep-tech e dual use incide su resilienza, autonomia strategica e competitività.
La sicurezza nazionale non può più essere separata dalla capacità di sperimentare e scalare tecnologie critiche; per l’Italia, il venture capital può diventare una leva per rafforzare startup innovative, autonomia tecnologica e risposta in ambiti civili, industriali e di sicurezza.
Sicurezza e autonomia tecnologica: perché serve resilienza
Resilienza significa resistere a shock, crisi o attacchi, operando anche in forma degradata e proteggendo persone, beni e infrastrutture. Oggi la sovranità è sì territoriale, ma anche tecnologica e produttiva, vulnerabile a conflitti commerciali, crisi fisiche e pandemie. Chi controlla tecnologie, impiego e sfruttamento ottiene un vantaggio strategico nel confronto tra nazioni e blocchi geopolitici.
Il riscaldamento climatico e il mutamento degli equilibri internazionali mettono sotto pressione sistemi nazionali e organizzazioni sovranazionali. Servono iniziative capaci di finanziare, testare e adottare tecnologie per sfide non convenzionali. A questo contribuiscono in particolare le startup fondate su tecnologie dual use in quanto applicabili sia in ambito civile sia in ambito di sicurezza, resilienza o difesa.
Startup deep-tech e dual use: l’innovazione per la sicurezza
Gli eventi geopolitici hanno accelerato iniziative pubbliche per sicurezza, resilienza e difesa. A livello europeo operano strumenti convergenti: Horizon ed Eic per startup deep-tech; il Fondo europeo per la difesa, con circa 8 miliardi di euro per il 2021-2027, di cui circa 1,5 per European union defence innovation scheme (Eudis); e TechEu, tramite Bei e Fei, per mobilitare prestiti, garanzie e capitale di rischio per circa 70 miliardi nel 2025-2027. Tuttavia, questi strumenti restano spesso meno rapidi e flessibili delle esigenze operative e di mercato.
La Nato ha avviato una revisione delle proprie modalità di sviluppo di dottrine e capacità operative. Da questo nascono Diana, rete di acceleratori per startup nei Paesi dell’Alleanza, e il Nato innovation fund, fondo da 1 miliardo di euro che investe in venture capital e startup attive in deep tech, dual use e difesa.
Il ruolo strategico dei fondi di venture capital
Il confronto sistemico riguarda politiche economiche, commerciali e tecnologiche. La dimensione nazionale resta importante, ma per competere serve un coordinamento europeo. Il confronto tra aree geografiche mostra infatti non solo una differenza di risorse finanziarie, ma anche di capacità strategica: mercati dei capitali più dotati finanziano più rapidamente tecnologie critiche e ne accompagnano la crescita industriale. Il grafico seguente è stato realizzato in scala logaritmica per poter paragonare gli Usa con le nazioni europee.

Per preservare indipendenza e libertà di movimento, e restare resilienti in condizioni critiche, occorre accedere alle tecnologie di punta. Questo richiede capitali abbondanti, rapidi e intelligenti: non solo risorse finanziarie, ma supporto operativo, competenze industriali e accesso al mercato.
Le autorità europee offrono risorse e supporti normativi, ma non sempre con tempi compatibili con l’innovazione tecnologica. Pianificazione, bandi, selezione e contrattualizzazione possono rallentare l’adozione di soluzioni quando la velocità è parte del vantaggio competitivo.
Il venture capital può essere più rapido e snello; la sua rilevanza non dipende solo dal volume di capitale mobilitabile, ma dalla capacità di allocarlo velocemente verso tecnologie promettenti e accompagnarne la crescita. I fondi di venture capital possono contribuire alla creazione delle startup, sostenerle dopo i business angel, accelerarne sviluppo e test, aumentare il Technology readiness level (Trl), rafforzare la gestione, facilitare opportunità commerciali e accompagnarle verso nuovi finanziamenti, mercato dei capitali o operazioni di M&A.
Italia, venture capital e innovazione strategica: le opportunità
Il ruolo italiano va letto su due livelli: colmare il divario rispetto agli ecosistemi più maturi e valorizzare competenze industriali, scientifiche e istituzionali già presenti, orientandole verso tecnologie critiche per sicurezza, resilienza e difesa.
L’Italia parte da un mercato ridotto rispetto ai principali ecosistemi europei e agli Stati Uniti, ma dispone di leve normative e istituzionali per crescere: dallo Startup Act del 2012 alla legge 193/2024, che punta a canalizzare capitale paziente dei fondi pensione e delle assicurazioni verso le imprese innovative, fino agli indirizzi del ministero della Difesa sull’innovazione tecnologica. Esiste quindi una base per una strategia più integrata tra fondi pubblici, capitale privato e domanda istituzionale.
Venture capital, sicurezza e autonomia: la sfida per l’Italia
Investire in fondi di venture capital non è solo una scelta finanziaria: è uno strumento per orientare l’innovazione italiana verso sicurezza informatica, resilienza delle infrastrutture, autonomia produttiva e risposta alle crisi climatiche e sanitarie. Canalizzare capitali verso startup attive in tecnologie critiche significa costruire, insieme a un ritorno economico potenziale, una società più preparata, autonoma e capace di proteggere la propria libertà di movimento.
(Articolo tratto dal magazine We Wealth n. 94 di ottobre 2026)


