Come noto, esiste una soglia dimensionale individuale (non di gruppo, per intenderci) per poter accedere al cosiddetto adempimento collaborativo, ovvero a un istituto di “tutoraggio” delle imprese, da parte dell’Agenzia delle Entrate, nello svolgimento dei propri obblighi fiscali; questa soglia nel 2026 è stabilita a 500 milioni di euro, e fra due anni scenderà (drasticamente) a 100 milioni di euro.
Immaginando un grafico, è evidente la forma di scivolo piuttosto ripido, segno che il sistema è in fase di accelerazione e, almeno potenzialmente, ampia diffusione.
Così si auspica, posto che a gennaio 2026 le imprese ammesse erano (solo) 220 (fonte Agenzia delle Entrate).
Verso un nuovo paradigma fiscale?
Peraltro, se dovessi fare una previsione “futuristica”, direi che l’adempimento collaborativo è in realtà una fase evolutiva transitoria, destinata a sfociare in un netto cambiamento di paradigma: dal modello di autoliquidazione delle imposte (frutto della riforma dell’inizio degli anni Settanta), alla liquidazione effettuata di nuovo dall’amministrazione finanziaria, grazie però a uno strumento potentissimo che risponde al nome di intelligenza artificiale: in mezzo, una sempre maggior condivisione di informazioni, e di scelte, con l’amministrazione finanziaria, che “collabora” con il contribuente per il corretto assolvimento delle imposte.
Mettendo da parte la palla di cristallo, va rilevato come l’adempimento collaborativo rappresenti una sorta di punta dell’iceberg, dove la parte sommersa è rappresentata da una profonda opera di (ri)organizzazione dei processi aziendali di carattere amministrativo.
Per accedere all’istituto in parola occorre infatti porre in atto una profonda revisione dell’organizzazione aziendale (in campo amministrativo), finalizzata essenzialmente a identificare i rischi fiscali e a porli sotto controllo in modo adeguato.
Il controllo del rischio fiscale
Va sottolineato che il rischio fiscale non è che una ramificazione del rischio imprenditoriale (chi non lavora non sbaglia mai), e la sua gestione non può non coordinarsi con quella di altri rischi presenti in azienda.
Ne risulta un tessuto complesso, articolato, che può degenerare nella cultura della forma fine a sé stessa (perdendo di vista le priorità sostanziali), oppure promuovere il metodo e la “scientificità” per porre sotto controllo e ridurre/risolvere i problemi: molto dipende dallo spirito con cui si guidano queste attività.
Sorge spontanea la domanda: tutta questa fatica, quali vantaggi porta?
Svariati: termini di accertamento ridotti a quattro o tre anni, dimezzamento delle sanzioni con sospensione della riscossione, nessuna notizia di reato per i rischi comunicati tempestivamente, risposte in 45 giorni (anziché 60) agli interpelli, esonero dalla garanzia per ottenere rimborsi fiscali, e altri ancora (di minore rilevanza).
Il nodo delle imprese escluse
Il punto che mi preme sottolineare è però un altro: la soglia (a venire) dei 100 milioni significa attualmente in Italia una impresa su 1.000 (fonte Istat): e le altre 999?
Concentrandosi sulle medie imprese (per le piccole è forse sufficiente un consulente fiscale scrupoloso), ritengo che l’adozione di un sistema di controllo del rischio fiscale, improntato ai dettami dell’Agenzia delle Entrate, porti comunque con sé un “investimento organizzativo” in grado di migliorare i processi aziendali, a partire da quelli amministrativi.
Certamente il tempo da dedicare e gli sforzi da profondere sono elevati, ma il miglioramento organizzativo delle imprese italiane (la creatività non manca, l’organizzazione un pochino di più) rischia di essere (o forse lo è) un passaggio obbligato per aumentare la competitività delle imprese stesse rispetto a quelle straniere.

