Con la riforma del Testo Unico della Finanza (Tuf), l’istituzione di un’apposita cabina di regia presso il Mef, e, da ultimo, il documento diffuso per la pubblica consultazione lo scorso 27 maggio da parte della Banca d’Italia sul recepimento a livello secondario delle modifiche, inter alia, al Regolamento sulla Gestione Collettiva del Risparmio, la cornice regolamentare di riforma del risparmio gestito può definirsi in via di completamento e la sua auspicata mobilitazione a servizio delle esigenze dell’economia reale, avviata.
Private credit e pmi: perché l’Italia punta sul finanziamento dell’economia reale
In tal senso, l’auspicio è quello di stimolare, anche nel nostro Paese, lo sviluppo del private credit per supportare il tessuto imprenditoriale locale composto dalle pmi, considerando alcuni dati di fondo:
- alla fine del 2024, secondo dati del Financial Stability Board – Fsb, il totale dei finanziamenti attivato dai fondi di private credit si aggirava tra i 1.500 e i 2.000 miliardi di dollari;
- oggigiorno, gli investitori dell’Eurozona destinano circa il 60% del totale dei propri investimenti in private credit a fondi residenti al di fuori dell’Ue;
- parimenti, le imprese non finanziarie dell’area Euro ricevono circa il 70% dei finanziamenti di private credit da parte di fondi collocati al di fuori dall’Eurozona;
- mentre la stragrande maggioranza delle attività finanziaria in cui investono le compagnie assicurative italiane è ancora costituito da titoli di Stato,
- soltanto il 6,3% degli attivi di tutte le compagnie assicurative comunitarie è investito in Italia.
Pertanto, da un lato, i ritardi dell’industria finanziaria europea sono stati colmati dai fondi di private capital statunitensi senza determinare quindi l’effetto per cui i mercati italiani possano ritenersi del tutto sterilizzati dal contagio delle tensioni di liquidità e dell’associata crisi di alcuni fondi di private credit registrate Oltreoceano.
Peraltro, l’interconnessione tra private capital e comparti bancario e assicurativo è già un dato di fatto negli Stati Uniti, giacché i fondi di debito privato ricorrono alla leva finanziaria per incrementare la finanza messa a disposizione dei propri borrowers, mentre grossi fondi di private equity detengono partecipazioni rilevanti nel settore finanziario e, in particolare, nel capitale delle compagnie nordamericane.
Investitori istituzionali e private debt: il ruolo di assicurazioni e previdenza
Dall’altro lato, la situazione degli investimenti da parte degli investitori istituzionali domestici, quali fondi di credito, compagnie e casse di previdenza complementare (ora equiparate alle assicurazioni in termini di classificazione MiFid della clientela quali investitori professionali di diritto) ha attirato l’attenzione del legislatore nazionale al fine di colmare le lacune e produrre effetti benefici sul finanziamento delle attività dell’economia reale.
Si innesta in tale ultimo contesto, e nell’ambito della Savings and Investment Union (Siu) eurounitaria, il lancio del fondo di private debt avvenuto alla fine dello scorso aprile da parte di Ania, con un obiettivo di raccolta stimato tra i 600 e gli 800 milioni di euro, e affidato in gestione ad Eurizon Private Capital Real Asset Sgr.
Il fondo, che si servirà anche del rilascio di una garanzia pubblica che, riducendo l’assorbimento di capitale, renda gli investimenti più efficienti e compatibili con i vincoli regolamentari delle compagnie associate, è stato strutturato per finanziare le imprese che investono in ambiti considerati strategici quali infrastrutture, transizione energetica e digitale.
Assicurazioni e fondi alternativi: come sono investiti 330 miliardi di euro
Al di là del neocostituito fondo di debito Ania, ad ogni modo, l’importo complessivo degli investimenti delle compagnie di assicurazione, attive soprattutto nei rami vita (in primis, quelle emittenti gestioni separate e polizze unit e index-linked), sia con patrimonio disponibile sia impiegando attività a copertura delle proprie riserve tecniche, sia effettuati direttamente sia alimentanti il portafoglio indiretto (cioè gestito da Sgr italiane e gestori comunitari) ammonta a circa 330 miliardi di euro ed è veicolato verso i fondi comuni di investimento alternativi (Fia).
Secondo dati Ania, attualmente l’asset allocation (del portafoglio diretto e indiretto delle compagnie) risulterebbe così composta:
- circa 20 miliardi di euro nel settore immobiliare;
- 15 miliardi in quello alternativo ed hedge funds;
- 11,4 miliardi nel settore infrastrutturale;
- 8,6 miliardi nel private debt
- 5,6 miliardi nel private equity e venture capital.
Solvency II e polizze unit linked: le riforme che possono spingere il private market
Evidentemente, si tratta di dimensioni ancora abbastanza ridotte e al di sotto della media europea, alle quali, tuttavia, sono associate ragionevoli aspettative di crescita collegate a due importanti riforme regolamentari:
- una già compiuta a livello comunitario, quella di Solvency 2, che implica la diminuzione dei requisiti di capitale di solvibilità delle compagnie in caso di investimenti in long-term equity (Lte). Qualora la compagnia sia in grado di dimostrare il mantenimento dell’investimento in strumenti rappresentativi di capitale per almeno 5 anni, i requisiti del capitale di solvibilità da costituire a fronte dell’investimento effettuato si ridurrebbero dall’attuale 39% (se si tratta di strumenti rappresentativi di capitale quotati) o 49% (in caso di strumenti finanziari non quotati) al 22%;
- un’altra, ancora in fieri, domestica, rappresentata dal documento Ivass diffuso per la pubblica consultazione n. 2/2024 e recante disposizioni in materia di contratti unit e index-linked, che, ove approvato, consentirebbe l’incremento dell’investimento in strumenti finanziari non quotati (entro il limite del 40% sul totale degli assets under management), purché si tratti di prodotti di private insurance.
Per tali si intendono quelli la cui sottoscrizione sia effettuata da high net-worth individuals (Hnwi) e Uhnwi, con comprovata esperienza ed elevate conoscenze e competenze finanziarie. Al di là però della disparità di trattamento tra fondi interni assicurativi e fondi esterni (quest’ultimi oggetto di investimento secondo le strutture cosiddette ad architettura aperta sottostanti le polizze unit-linked retail), la delicatezza del tema della liberalizzazione degli investimenti delle polizze linked si coglie facilmente considerando che l’Ivass non ha ancora formalmente approvato questo nuovo regolamento sui contratti unit e index-linked, pur avendolo posto in consultazione oltre due anni fa.
Conclusioni
Vi sono oggi sia gli strumenti normativi, sia nuovi veicoli di investimento, sia una più matura sensibilità del legislatore e delle Autorità di vigilanza, affinché il settore del risparmio gestito, attraverso una sua più stretta alleanza con il mondo degli investitori istituzionali – quali compagnie assicurative e casse di previdenza – orienti i flussi di investimento al fine di colmare il funding gap delle imprese dell’economia reale, e, auspicabilmente, non solo di quelle maggiori e dotate di miglior rating creditizio tra loro. Non ci si può augurare altro se non che questa opportunità non venga sprecata.

