La fine del rialzismo forsennato, ormai evidente nei movimenti di mercato, è stata certificata dall’ultima rilevazione sui gestori globali condotta a marzo da Bank of America: il livello di liquidità nei portafogli è balzato dal 3,4% al 4,3%, segnando uno degli aumenti più rapidi degli ultimi anni. Si spegne così la spia che indicava un elevato rischio di correzione, con la guerra in Iran che ha offerto quella valvola di sfogo necessaria per alleggerire una postura diventata storicamente molto esposta da parte dei fund manager.
L’atmosfera, tuttavia, non è ancora quella della capitolazione – sottolineano gli analisti – ovvero il momento in cui il pessimismo diventa così diffuso da trasformarsi in opportunità di ingresso. Il mercato ha corretto le aspettative, ma non ha cambiato davvero convinzione. Nonostante l’aumento deciso delle attese sull’inflazione e il calo dell’ottimismo sulla crescita globale, la maggioranza degli intervistati (46%) continua a indicare il “no landing” come scenario base. In altre parole, nemmeno la crisi in Medio Oriente è riuscita a scalfire l’idea dominante: l’economia mondiale continuerà a crescere senza rallentamenti significativi.
Il rischio sistemico più temuto è il private credit
A cambiare radicalmente è invece la gerarchia delle paure. I principali rischi di coda sono ora rappresentati dalla geopolitica, dall’inflazione e dalle tensioni nel private credit, mentre arretrano nettamente i timori di una bolla legata all’intelligenza artificiale. Il focus degli investitori si sposta così dall’eccesso di entusiasmo sull’equity alla tenuta del credito.
In particolare, private equity e private credit vengono indicati come il principale potenziale innesco di un evento sistemico dal 63% dei gestori, con un balzo di circa 20 punti rispetto a febbraio. Un segnale che riflette gli scricchiolii osservati nelle ultime settimane, tra forti richieste di rimborso e limiti ai riscatti nei fondi evergreen. Parallelamente, anche il rischio percepito di default sul credito si posiziona nettamente sopra la norma, rafforzando l’idea che le fragilità stiano emergendo proprio nei segmenti meno liquidi del mercato.
Rotazioni di portafoglio e ritorno della stagflazione in Europa
Sul fronte del posizionamento, le scelte degli investitori raccontano una rotazione ancora incompleta ma significativa. Tra i trade più affollati compaiono l’oro e, novità rilevante, i semiconduttori (entrambi al 35%), mentre le cosiddette Magnifiche Sette scivolano rapidamente in secondo piano: dal 54% di dicembre al 9% attuale. Più che un disimpegno dal settore tecnologico, è il segnale che il tema è ormai pienamente prezzato e meno capace di sorprendere.
Gli aggiustamenti di portafoglio dell’ultimo mese hanno penalizzato in modo marcato i beni discrezionali e l’Eurozona, mentre salgono Giappone, healthcare e liquidità. Guardando però alle allocazioni rispetto alla media storica, emergono ancora posizionamenti rilevanti su materie prime, euro e mercati emergenti, a indicare che il quadro resta lontano da una vera fase difensiva.
Nel campione dei gestori europei, il quadro presenta alcune sfumature diverse. Nei prossimi dodici mesi il settore dei materiali è indicato come il più promettente (21% delle risposte), seguito da healthcare e finanziari. Proprio sul comparto bancario emerge però un segnale di raffreddamento: metà degli intervistati, in aumento dal 26% di febbraio, ritiene che dopo mesi di rally la performance sia destinata ad appiattirsi, segnando una riduzione significativa dell’ottimismo.
A livello macro, la parola che sintetizza il sentiment europeo è stagflazione. Complice l’elevata esposizione del continente agli shock energetici esterni, la quota di investitori che prevede una combinazione di crescita debole e inflazione elevata è salita dal 15% al 50% in un solo mese. Un cambio di regime che segna il passaggio da un mercato dominato dall’ottimismo a uno più incerto, in cui il rischio non è più quello di correre troppo, ma di trovarsi impreparati a un rallentamento che, pur non essendo ancora lo scenario base, ha smesso di essere trascurabile.

