Il taglio dei tassi da parte della Federal Reserve e l’attesa della Banca centrale europea sono ormai saldamente incorporati nelle aspettative di mercato. Il divario tra i due rispettivi costi del denaro — attualmente 4,25% contro 2% — è previsto in progressivo assottigliamento: più che una previsione, per gli analisti sembra una certezza. Sulla carta, questa dinamica dovrebbe indebolire ulteriormente il biglietto verde, che da inizio anno ha già ceduto circa l’11% sull’euro. Il che non è un vantaggio per le imprese esportatrici europee verso gli Stati Uniti, già colpite dai dazi, mentre le importazioni di materie prime — in particolare energetiche — potrebbero contribuire a mantenere sotto controllo l’inflazione dell’Eurozona anche nei prossimi mesi.
Un dollaro più debole “per l’Europa è un’arma a doppio taglio”, osserva il senior market strategist di IG Italia, Filippo Diodovich: “il lato positivo è che un euro più alto riduce il costo dell’energia e dei beni importati (prezzati in dollari), abbassando l’inflazione importata e rafforzando la narrativa Bce secondo cui l’inflazione è sotto controllo. Il lato negativo”, prosegue, “è che un euro forte significa minore competitività per le imprese europee e aumenta l’effetto dei dazi, in un momento in cui crescita e manifattura sono già fragili. Se l’euro si apprezza troppo o troppo in fretta, la Bce — pur dicendo oggi di essere ‘alla finestra’ — potrebbe essere spinta ad ammorbidire il tono o persino ad allentare più avanti, non per inseguire la Fed, ma per evitare condizioni finanziarie troppo restrittive via cambio”.
Le probabilità che la Bce alzi i tassi in futuro, quindi, si riducono in presenza di una Fed in allentamento: con tutte le conseguenze del caso sui rendimenti dei titoli obbligazionari a breve termine, che potrebbero imboccare un percorso di riduzione — così come le aspettative sull’andamento dell’Euribor, da cui dipendono i mutui variabili.
“In ogni caso, le probabilità di un intervento sui tassi da parte della Bce sono molto ridotte — non solo ora, ma anche nei prossimi mesi — pertanto qualsiasi discussione in merito appare prematura”, precisa a We Wealth Michał Jóźwiak, Market Analyst di Ebury. “L’attività economica, pur non uniforme nell’Eurozona, appare più solida, con i dati Pmi tedeschi particolarmente incoraggianti. Anche l’inatteso aumento dell’inflazione core, salita al 2,4% a settembre, rafforza l’idea che per ora non vi siano margini per ulteriori tagli dei tassi”. Di conseguenza, l’analista di Ebury non ritiene che vi sarà pressione su Francoforte per riprendere i tagli al costo del denaro, al solo fine di sterilizzare l’effetto di una Fed più accomodante sul fronte dei rendimenti e dei cambi.
Di parere leggermente diverso Sandra Rhouma, european economist di AllianceBernstein, secondo la quale esistono ancora “solide ragioni per un ulteriore taglio da parte della Bce, pur riconoscendo che, nel corso di quest’anno, le condizioni per procedere con nuove misure di allentamento si sono fatte più stringenti. Nel medio termine, crediamo che i rischi di un’inflazione inferiore all’obiettivo siano in aumento e, se dovessero persistere, non potranno essere ignorati”. Secondo Rhouma, “diversi elementi potrebbero quindi spingere la Bce verso nuovi tagli nei prossimi trimestri”, a partire da un indebolimento della crescita, considerando che “l’impatto dei dazi non si è ancora pienamente manifestato e gli indicatori di fiducia segnalano una domanda privata ancora debole nell’Eurozona”.
Nonostante i dati macroeconomici disponibili negli Usa siano oggi più scarsi a causa dello shutdown, è relativamente più semplice immaginare le prossime mosse della Fed. “Riteniamo che i tagli della Fed proseguano nel 2026, anche grazie al possibile cambio di governatore a maggio (una nomina che potrebbe favorire una figura più ‘colomba’) — una view condivisa dal mercato, che stima tra due e tre ulteriori tagli il prossimo anno”, aggiunge Jóźwiak. “In ogni caso, il differenziale di tasso tra Eurozona e Usa dovrebbe ridursi, sostenendo l’euro… nello scenario base prevediamo un lieve ulteriore rafforzamento dell’euro rispetto al dollaro”.
Per gli investitori, questo contesto potrebbe suggerire di restare esposti all’area euro. Una scelta che, peraltro, ha già pagato nel 2025: il forte indebolimento del dollaro ha infatti eroso gran parte del rally di Wall Street una volta tradotto in euro, nonostante i nuovi massimi degli indici americani. Sul fronte obbligazionario, inoltre, l’Eurozona potrebbe restare interessante se — come alcuni prevedono — nei prossimi mesi la Bce dovesse tornare a tagliare i tassi.

