Le terre rare tornano al centro delle dispute commerciali fra Stati Uniti e Cina, che controlla il 70% della produzione mondiale di questi metalli strategici per l’industria tecnologica.
“Non possiamo accettare che quel Paese tenga il mondo in ostaggio”, ha scritto il presidente Usa Donald Trump sul suo account Truth Social. “Una delle politiche che stiamo valutando in questo momento è un massiccio aumento dei dazi sui prodotti cinesi che entrano negli Stati Uniti d’America. Molte altre contromisure sono, allo stesso modo, oggetto di seria considerazione. Grazie per la vostra attenzione a questa questione.”
Ad aver prestato attenzione è stata sicuramente Wall Street: dopo una serie di nuovi record, gli indici americani hanno invertito la rotta, con il Nasdaq Composite in calo di circa il 3,1% e l’S&P 500 giù di oltre due punti percentuali (attorno alle 22 italiane di venerdì).
Quella delle terre rare non è una novità nelle relazioni fra Washington e Pechino. L’ultimo aggiornamento risale a giovedì, quando il ministero del Commercio cinese ha annunciato che, a partire da dicembre, le società straniere dovranno ottenere una specifica licenza per esportare prodotti che contengano oltre lo 0,1% di terre rare di origine cinese. Lo stesso vincolo si applicherà ai prodotti realizzati utilizzando tecnologie cinesi di estrazione, raffinazione, produzione di magneti o riciclo.
Non è la prima volta che la Cina menziona questa misura, già annunciata lo scorso aprile. Già allora era stato osservato come tale restrizione potesse ostacolare la fornitura verso mercati strategici, dato che circa il 90% delle terre rare globali viene lavorato in Cina. A maggio, tuttavia, Stati Uniti e Cina avevano raggiunto una tregua sui dazi e le relazioni sembravano avviate verso una de-escalation. Tutto da rifare.
“Stanno diventando molto ostili, e stanno inviando lettere a Paesi di tutto il mondo dichiarando di voler imporre controlli all’esportazione su ogni elemento di produzione collegato alle terre rare, e praticamente su qualsiasi altra cosa riescano a pensare, anche se non è prodotta in Cina”, ha affermato Trump. Quella della licenza, ha aggiunto, “è stata una vera sorpresa, non solo per me ma per tutti i leader del mondo libero. Avrei dovuto incontrare il presidente Xi tra due settimane, all’APEC, ma ora sembra che non ci sia più motivo di farlo”.
Il timore dei mercati è che queste parole siano il preludio a una nuova escalation commerciale con Pechino, dopo la tregua trimestrale che aveva ridotto i dazi sulle importazioni cinesi dal 145% al 30% lo scorso maggio, poi rinnovata ad agosto per altri tre mesi. Proprio quell’intesa aveva dato nuovo slancio all’azionario Usa dopo lo shock del Liberation Day.
La tregua scade formalmente il 10 novembre, e l’apparente rifiuto di un incontro con Xi Jinping nella due giorni dell’APEC (31 ottobre–1° novembre) rischia di compromettere le possibilità di un nuovo compromesso.
La corsa degli estrattori di terre rare
C’è però almeno un grande vincitore di questa disputa, come We Wealth aveva già analizzato il 24 aprile: gli estrattori di terre rare al di fuori della Cina. In particolare quelli statunitensi, che nelle ultime settimane hanno registrato rialzi vertiginosi.
Da inizio anno, le azioni di MP Materials sono quintuplicate, sostenute anche dall’investimento del Pentagono da 400 milioni di dollari per acquisire una quota del 15%.
Un’altra società, USA Rare Earth, è balzata dopo le indiscrezioni – poi confermate – su un dialogo con la Casa Bianca per un potenziale investimento pubblico nel settore (+181% da inizio anno).
In forte crescita, fra le altre, anche Critical Metals (+130%) e NioCorp (+588,5%).

