L’anno in corso segna un punto di svolta per chi osserva i mercati valutari. La crescita del cambio euro-dollaro, superiore al 10% dall’inizio del 2025, si riflette direttamente su ricavi e fatturati delle imprese, con esiti diversi a seconda del settore. L’euro forte non incide solo sui conti economici, ma ridisegna le prospettive dei principali settori esportatori europei, mettendo alla prova la loro capacità di adattamento. Alcune aziende beneficiano di una naturale copertura grazie alla distribuzione geografica dei costi, altre subiscono un impatto diretto sulla domanda e sui margini. Un intreccio tra finanza e industria da monitorare con attenzione. Ne parliamo con Kevin Thozet, membro del Comitato di investimento di Carmignac.
Gestione del rischio valutario e coperture
La gestione dei movimenti valutari può essere una delle sfide più delicate per i vertici di un’azienda. Gli strumenti utilizzati, dai contratti forward agli swap e alle opzioni, non servono a speculare, ma a garantire stabilità ai flussi.
“Nessuna azienda non finanziaria normalmente specula su movimenti valutari attesi – osserva Thozet – ma tende a coprire i flussi di cassa previsti nei 12 mesi successivi. L’obiettivo è ridurre la volatilità e distribuire l’impatto dei cambi nel tempo. Questo approccio consente altresì di sfruttare una sorta di copertura naturale, generata dall’evoluzione parallela dei costi e dei ricavi nella stessa valuta. La priorità resta proteggere i margini e pianificare in maniera più prevedibile, in uno scenario di forte oscillazione tra euro e dollaro.”
Spot contro tassi medi: l’impatto sui conti
“Non conta solo il tasso spot – spiega Thozet – ma soprattutto il differenziale dei flussi di cassa tra il tasso medio dell’anno corrente e quello dell’anno precedente. I conti 2025 e 2026 non rifletteranno in pieno l’attuale rafforzamento dell’euro, superiore al 10% da inizio anno, poiché lo scarto tra i tassi medi rimane contenuto, pari al’1,08 nel 2024 contro l’1,11 nel 2025.”
“Nel periodo 2003-2007 l’euro si è apprezzato di quasi il 50% rispetto al dollaro e allo yen. Nonostante ciò, per un gruppo come LVMH i costi annui di copertura sono rimasti inferiori all’1% dei margini EBIT. È la prova che una gestione attenta del rischio cambio limita l’impatto sui conti aziendali.”
Domanda e ricavi sotto pressione
Se i costi possono essere parzialmente protetti, la domanda non lo è. “L’impatto sui ricavi e sulla domanda finale è la chiave – spiega Thozet – ed esso non può essere evitato attraverso una copertura valutaria. Le aziende che producono principalmente in patria ma vendono soprattutto all’estero sono particolarmente esposte alle oscillazioni del cambio.”
Le analisi empiriche sui principali settori esportatori europei mostrano che una variazione di ±10% del cambio dell’euro genera un impatto ∓1% sulla crescita dei ricavi. “Questo effetto è reso ancora più marcato dal contesto attuale, in cui inflazione, dazi doganali e incertezza economica accentuano la sensibilità della domanda ai movimenti valutari. In poche settimane lo scenario si è ribaltato: se il calo dell’euro sosteneva la crescita dei ricavi dell’1%, oggi il suo rafforzamento produce l’effetto opposto. Un cambiamento che può incidere in maniera sostanziale sulle traiettorie di crescita delle imprese.”
Auto e lusso a confronto
I movimenti valutari colpiscono i settori in modo diverso. In segmenti come l’automotive europeo, un deprezzamento del 10% dell’euro sostiene la crescita delle vendite dell’1%, mentre un apprezzamento riduce i ricavi fino al 3% e accresce i costi fissi in valuta locale. “In questo contesto, il rischio è di comprimere spese strategiche, con effetti sulla crescita futura” spiega Thozet.
Nei beni di lusso, invece, l’impatto è più contenuto. Un gruppo ad alta marginalità e orientato all’export, con crescita organica del 15%, può assorbire l’apprezzamento della valuta senza danni significativi. “Le vendite dipendono più dall’offerta che dalla domanda, e i margini restano protetti dal pricing power” osserva Thozet.
Modelli resilienti
Non tutte le imprese affrontano i cambi nello stesso modo: a fare la differenza è il modello di business. “A proteggere meglio dalle oscillazioni sono le aziende transazionali, che producono in diversi mercati riducendo l’impatto dei cambi. È il caso di gruppi come Michelin ed EssilorLuxottica” spiega Thozet.
Un’altra categoria avvantaggiata è quella dei marchi di lusso a bassa elasticità, come Hermès e Ferrari, dove la domanda resta solida anche con prezzi più elevati. Qui può entrare in gioco l’effetto Veblen, che rafforza l’appeal dei prodotti quando il prezzo cresce. “La forza del brand e il pricing power consentono di resistere alle fasi di apprezzamento valutario” aggiunge Thozet.
Sono queste due tipologie a emergere tra le più favorite nelle strategie di portafoglio del 2025.
Strumenti di copertura
Per difendersi dalle oscillazioni valutarie, le aziende ricorrono soprattutto ai contratti forward, che fissano oggi il tasso di cambio per una transazione futura, garantendo un importo stabile da incassare o pagare. “Un’azienda che deve ricevere un pagamento in una valuta estera tra alcuni mesi può venderla a un tasso stabilito oggi, così da neutralizzare eventuali perdite” spiega Thozet.
Accanto ai forward, anche le opzioni offrono protezione, permettendo di beneficiare di un eventuale cambio favorevole a fronte del pagamento di un premio. “La copertura del rischio valutario aiuta le imprese a mettere al sicuro i margini, prevedere meglio i flussi di cassa e limitare l’instabilità finanziaria legata alle fluttuazioni” conclude Thozet.

