L’Europa fatica ad agganciare la ripresa delle quotazioni in Borsa a livello globale, mentre un numero costante di aziende prevede di quotarsi fuori dal continente europeo: destinazione in testa, New York. Nella prima metà dell’anno, indicano i dati raccolti da EY, le Ipo europee sono calate del 15%, contro un +35% negli Stati Uniti e un calo globale del 4%; in termini di valore raccolto nel mondo le nuove quotazioni hanno segnato un +14% contro il -9% di Usa e il -58% europeo.
A versare in crisi, rispetto ai fasti del passato, è soprattutto Londra, con un numero di Ipo sceso da 7 a 6 nel primo semestre – mentre 45 erano state registrate nel 2021. Le quotazioni transfrontaliere dall’Europa ad altre piazze sono rimaste stabili intorno al 9%, “con le aziende britanniche che hanno contribuito con un flusso costante di operazioni in uscita”, ha affermato EY. La destinazione più gettonata è stata Wall Street, con quattro nuove quotazioni.
Volatilità e dazi Usa frenano le nuove quotazioni
A incidere sul rallentamento è stata anche l’incertezza legata alla politica commerciale statunitense. “Dopo un avvio positivo a gennaio e febbraio, il mercato europeo delle Ipo ha subito una forte contrazione a marzo, complice il crollo delle Borse e l’aumento della volatilità innescato dai dazi americani e dall’incertezza politica”, sottolinea EY. La fase di turbolenza ha costretto molte aziende a concedere sconti più elevati sul prezzo di collocamento e ha reso gli investitori più selettivi, concentrati soprattutto su redditività e solidità dei modelli di business.
Nei primi sei mesi del 2025, secondo EY, le società quotate hanno raccolto complessivamente 5,9 miliardi di dollari, in calo del 58% su base annua, con un solo mega–collocamento. La debolezza delle piazze europee è ancora più evidente se confrontata con l’attività negli Stati Uniti e a Hong Kong, dove le nuove quotazioni sono cresciute rispettivamente del 38% e oltre il doppio rispetto all’anno precedente.
Cultura del risparmio e integrazione dei mercati: la sfida europea
Sono numeri che indicano una crescente disaffezione delle grandi aziende per i mercati europei, dove la cultura del rischio resta molto meno sviluppata, con un possesso di azioni e fondi più contenuto rispetto a quanto osservato fra le famiglie statunitensi, pur avendo tassi di risparmio più elevati. Circa il 70% della ricchezza finanziaria delle famiglie europee è parcheggiato in conti correnti a basso rendimento, mentre i fondi pensione tendono a privilegiare titoli di Stato o fondi globali con forte esposizione agli Stati Uniti. Al contrario, in America la diffusione dei piani pensionistici individuali ha alimentato una cultura azionaria che offre capitali abbondanti alle società in crescita. In Italia, per fare l’esempio più vicino ed eclatante, l’elevata contribuzione obbligatoria costringe i lavoratori a basso reddito a dipendere dalla pensione pubblica – dato che restano risorse insufficienti per risparmiare con pilastri previdenziali complementari.
Questo elemento ‘culturale’ incentiva le aziende a cercare la quotazione negli Usa come via preferenziale per accrescere la valutazione: l’S&P 500 ha un rapporto prezzo/utili forward di 22, contro 13 del FTSE 100 britannico e 15 del DAX tedesco – complici flussi strutturalmente più robusti dalle famiglie al mercato azionario.
Il trasloco a Wall Street continuerà anche l’anno prossimo, scrive il Wall Street Journal, con le britanniche Wise e Ashtead pronte a spostare la quotazione da Londra agli Stati Uniti. Anche la prima società del Ftse 100, la compagnia farmaceutica AstraZeneca, non ha smentito le voci che la proiettano a New York.
Per la classe dirigente europea il piano per l’integrazione del mercato dei capitali, ribattezzato quest’anno Savings and Investments Union, resta il tentativo principale per invertire la rotta. Ma dopo oltre un decennio dall’inizio dei lavori, la percezione è che si tratti di uno dei tanti cantieri infiniti dell’Unione europea.

