Trump e quel Warhol (non) pagato per celebrare la Tower

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Trump Tower opera di Andy Warhol Un'immagine divisa che mostra uno schizzo architettonico in bianco e nero di un alto grattacielo rettangolare sulla sinistra e una foto dello stesso moderno grattacielo in vetro che riflette il cielo e gli edifici vicini sulla destra.

Il probabile futuro presidente degli Stati Uniti commissionò al padre della Pop Art un “ritratto” della torre che avrebbe portato il suo nome. Andy amava i grattacieli e ne fece non una, ma otto tele. The Donald non ne pagò nessuna. Perché? Intanto, una delle opere rifiutate dal magnate fa
capolino nelle aste newyorkesi di novembre

Indice

Trump e Warhol: la storia newyorkese degli anni ’80 non poteva passare senza che le due icone si incontrassero. Mentre la sua Trump Tower era in fase di ultimazione, The Donald ebbe modo di commissionare al padre della Pop Art un’opera celebrativa del suo grattacielo. Ma le cose andarono diversamente, come si leggerà. Oggi quell’opera, New York Skyscrapers – stimata tra i 500.000 e i 700.000 dollari – si affaccia nella vendita serale che Phillips terrà nella sua sede di Park Avenue a New York il 19 novembre 2024.

Warhol menziona per la prima volta il magnate e la sua moglie di allora, Ivana, nei suoi diari il 22 febbraio 1981 (un anno non causale nella biografia di Andy: conobbe allora Jean-Michel Basquiat). Li aveva incontrati alla festa di compleanno dell’avvocato Roy Cohn. Due mesi dopo, la coppia era alla Factory per commissionare al maestro alcune opere con cui ornare la costruenda Trump Tower su progetto dello studio di architettura Der Scutt of Swanke, Hayden, Connell, and Partners. A far da intermediario, Marc Balet, direttore artistico della rivista Interview. Warhol descrisse poi The Donald come “maschiaccio”, interessato a fargli realizzare un ritratto del suo grattacielo sulla Fifth Avenue, prossimo all’inaugurazione.

Trump & Warhol: il fascino del grattacielo

Come può leggersi nei diari di Warhol, Balet stava «progettando un catalogo per tutti i negozi dell’atrio della Trump Tower» fu quindi lui a dire al magnate che l’artista avrebbe potuto «fare un ritratto dell’edificio da appendere all’ingresso della parte residenziale». Così, prosegue l’artista il 24 aprile 1981, giorno della visita dei Trump, «sono venuti a parlarne… Non è stato deciso nulla, ma farò comunque dei dipinti e glieli mostrerò». Un’annotazione: «Ho dovuto incontrare Donald Trump in ufficio (taxi 5,50 dollari)”. Il creatore della Factory subiva il fascino dei grattacieli fin dai tempi di Empire, proiezione notturna dell’Empire State Building, rallentata a 16 fotogrammi al secondo (per una durata di otto ore).

Dopo aver fotografato la Trump Tower, Warhol creò diverse tele serigrafiche (otto), nelle tonalità del nero, dell’argento e dell’oro e cosparse ancora umide della sua “polvere di diamante”, vetro polverizzato che iniziò ad adoperare proprio all’inizio degli anni ottanta. Un artifizio volto a trasmettere lo sfarzo e l’opulenza. Inutile, tuttavia: Trump non apprezzò affatto quelle tonalità fredde seppur luccicanti, in quanto l’artista non aveva tenuto conto dei colori dell’ambiente in cui sarebbero state appese. Lo stesso Warhol annota il 5 agosto 1981: «Non so perché ne ho fatti così tanti, ne ho fatti otto. In nero, grigio e argento, che pensavo sarebbero stati così chic per il salotto».

L’imbarazzo di Ivana Trump

Poi ammette: «Ma è stato un errore farne così tanti, credo che li abbia confusi. Il signor Trump era molto arrabbiato perché (le tele) non erano coordinate con i colori. Hanno incaricato Angelo Donghia (l’interior designer, ndr) di occuparsi delle decorazioni, quindi verranno giù con campioni di materiale in modo che io possa fare i dipinti in tinta con i rosa e gli arancioni. Penso che Trump sia un po’ tirchio, però, ho questa sensazione». La sensazione era corretta: Warhol non fu mai pagato per i suoi sforzi, e se la legò al dito. Gli capitò di incontrare Ivana Trump nel 1983, sempre in febbraio, al compleanno di Roy Cohn, e la descrisse come “imbarazzata”, farfugliante qualcosa al riguardo di «quei quadri». La Trump Tower sarebbe stata inaugurata nel novembre 1983, e di “quei quadri” non se ne fece nulla.

Come se nulla fosse (da parte di Trump), più una nota

Nel 1984, l’attuale candidato alle presidenziali americane contro Kamala Harris lo coinvolse come giurato per una gara di cheerleading. Il papà delle Marilyn si vendicò a suo modo, arrivando in ritardo all’appuntamento di due ore: «…dovevo essere lì alle 12:00, ma me la sono presa comoda, sono andato in chiesa e alla fine sono arrivato lì verso le 14:00», come scrive egli stesso il 15 gennaio 1984. «Questo perché odio ancora i Trump poiché non hanno mai comprato i dipinti che ho fatto della Trump Tower». E che ne fu, di quelle opere?

Due dovrebbero ancora appartenere alla fondazione Andy Warhol, sei dovrebbero essere in collezioni private. New York Skyscrapers, prossimo a essere protagonista nell’asta Modern & Contemporary Art Evening Sale della Grande Mela è transitato nella collezione di un gallerista svizzero amico di Andy, Bruno Bischofberger, che lo ha incluso nella mostra “Gems & Skyscrapers”, presso la sua galleria a Zurigo, nel 2001. Ed è da lui che l’attuale venditore lo avrebbe acquistato.

Tornando a Trump: il magnate citò poi un passo di Warhol tratto da La filosofia di Andy Warhol (1975): «Essere bravi nel business è il più affascinante tipo di arte. Fare soldi è arte e lavorare è arte, e un buon business è la migliore delle arti». Tirchio sì, ma senza pregiudizi.

Nota a margine: l’avvocato conservatore Roy Cohn costruì la sua intera carriera denunciando “comunisti e omosessuali”. Poi morì di Aids, negando fin sul letto di morte di avere il “morbo”, affermando invece di avere un cancro al fegato. È uno dei personaggi della splendida pièce teatrale Angels in America di Tony Kushner, vincitore del premio Pulitzer per la drammaturgia nel 1993.

di Teresa Scarale

Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla fondazione. Collabora con Il Sole 24 Ore e Plus 24.

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