Supply chain sotto stress, Fed: “Raggiunto il picco”

Rita Annunziata
5.1.2022
Tempo di lettura: 3'
Stando a una nuova analisi condotta da alcuni economisti della Federal Reserve, la crisi della supply chain potrebbe aver finalmente raggiunto il picco. Ecco perché

Quattro economisti della Federal Reserve (Michael Fleming, Andrew Haughwout, Thomas Klitgaard e Asani Sarkar) hanno ideato un nuovo indicatore definito “Global supply chain pressure index”

Sembrerebbe suggerire che le pressioni sulla catena di approvvigionamento globale, sebbene ancora storicamente elevate, abbiano raggiunto il picco e potrebbero iniziare a moderarsi in futuro

Le interruzioni delle catene di approvvigionamento sono diventate una delle principali sfide per l'economia globale dall'inizio della crisi pandemica, con la chiusura delle fabbriche (specie in Asia) e le restrizioni alla mobilità che hanno scatenato un aumento di costi di spedizione e tempi di consegna. Ma, stando a una nuova analisi diffusa da alcuni economisti della Federal Reserve sul blog “Liberty street economics”, le pressioni accusate di aver innescato un'impennata dell'inflazione potrebbero aver finalmente raggiunto il picco.
I quattro economisti della banca centrale statunitense (Michael Fleming, Andrew Haughwout, Thomas Klitgaard e Asani Sarkar) hanno ideato un nuovo indicatore definito “Global supply chain pressure index” che integra una serie di metriche comunemente utilizzate con l'obiettivo di fornire un riepilogo più completo delle potenziali interruzioni che interessano le catene di approvvigionamento globale. Considerando un arco temporale di 25 anni (dal 1997), gli studiosi hanno ricordato come nel 2011 abbiamo assistito a un sostanzialmente aumento dell'indice attribuibile a due calamità naturali: il terremoto al largo della costa della regione di Tohoku, nel Giappone settentrionale, e il conseguente maremoto che hanno impattato sulla produzione giapponese e su quella straniera (considerato che le regioni più colpite rappresentavano un centro nevralgico per la produzione di automobili) e poi le alluvioni in Thailandia che hanno coinvolto sette delle più grandi aree industriali del paese intaccando le catene di produzione globali delle industrie automobilistiche ed elettroniche.
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Fonte: Liberty street economics
Come risulta dal grafico, l'indice è tornato poi a salire durante la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti nel biennio 2017-2018 “poiché le aziende hanno dovuto adeguare le proprie strategie di approvvigionamento globale”, spiegano gli economisti. Ma i picchi sopracitati “impallidiscono di fronte a quanto osservato dall'inizio della pandemia”. Il Global supply chain pressure index, infatti, è balzato allo scoppio della crisi pandemica, quando la Cina ha imposto le prime misure di contenimento dei contagi. Poi è scivolato nuovamente verso il basso per un breve periodo a seguito del recupero della produzione mondiale durante l'estate del 2020 fino ad aumentare nuovamente “a un ritmo drammatico” durante l'inverno subito successivo con la nuova impennata dei contagi. Più di recente, osservano gli esperti, il Global supply chain pressure index “sembra suggerire che le pressioni sulla catena di approvvigionamento globale, sebbene ancora storicamente elevate, abbiano raggiunto il picco e potrebbero iniziare a moderarsi in qualche modo in futuro”.

Una notizia positiva per l'amministrazione Biden, secondo Cnbc, che negli ultimi mesi ha dovuto fare i conti con una generale angoscia legata al rincaro dei prezzi delle materie prime e dell'energia. Basti ricordare che a novembre l'indice dei prezzi al consumo americano è aumentato del 6,8% annuo e dello 0,8% mensile, toccando i livelli più elevati dal 1982. Secondo i democratici, i problemi legati alla supply chain troveranno una soluzione quando potranno mettere in atto la loro agenda legislativa e i lavoratori torneranno al proprio posto. Mentre i repubblicani, dal loro canto, hanno avuto successo nell'incolpare l'attuale amministrazione dei rincari. Stando a un sondaggio condotto recentemente da Cnbc e Change research, il 60% degli statunitensi dichiara di disapprovare la gestione dell'economia a opera di Biden. Una percentuale in crescita di ben sei punti dal mese di settembre.
Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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