Il modello previdenziale italiano ha finora lasciato in disparte i fondi pensione, vediamo perché
Nel 2020 i fondi pensione gestivano in Italia una somma pari al 9,8% del Pil – contro una media Ocse al 63,5%
In Italia la previdenza integrativa si è sempre scontrata con vari ostacoli e, tuttora, rimane molto meno rilevante rispetto alla media dei Paesi sviluppati. Secondo le stime preliminari del Pension Markets in Focus, pubblicato dall’Ocse lo scorso giugno, nel nostro Paese risultano gestiti in fondi pensione 198.371 milioni di dollari. Il dato è aumentato del 7,4% rispetto all’anno precedente e rappresenta il 9,8% del Pil (nel 2019 tale percentuale era all’8,6%). L’incidenza dei fondi pensione appare molto ridotta, in Italia, se si considera che, nella media Ocse, essi gestiscono somme pari al 63,5% del Pil.
Talvolta questo genere di confronto viene interpretato come il sintomo di una grande leggerezza da parte dei risparmiatori italiani, che si affidano ancora, in massima parte, alla previdenza obbligatoria pubblica. Per inquadrare correttamente la situazione, tuttavia, bisogna tenere conto che i sistemi previdenziali non sono immediatamente comparabili. “In alcuni Paesi la previdenza complementare è obbligatoria”, aveva ricordato nel suo ultimo rapporto Itinerari Previdenziali, e in tali realtà “spesso le pensioni pubbliche offrono tassi di sostituzione particolarmente ridotti”. In altre, si tratta di pensioni che coprono una percentuale molto bassa del reddito percepito prima del ritiro dal mondo del lavoro.
In Italia, al contrario, lo schema della previdenza potrebbe essere riassunto come segue: prevede contributi previdenziali obbligatori molto elevati e offre in cambio (almeno per ora) tassi di sostituzione fra i più consistenti al mondo.
Secondo il più recente report Pensions at a Glance, in Italia la percentuale dei contributi previdenziali obbligatori si trovava, nel 2018, al 33%. Tale percentuale è “solo” del 18,4% nella media dei Paesi sviluppati, mentre negli Stati Uniti si scende ulteriormente al 12,4%.
A completare il quadro è il tasso di sostituzione netto delle pensioni italiane, che, nel 2018, era il quarto più elevato al mondo per quanto riguarda gli uomini e il più elevato in assoluto per le donne (al 91,8% per entrambi).
Un sistema pensionistico che preleva obbligatoriamente una larga fetta del reddito, riduce fisiologicamente la possibilità di destinare ulteriori fondi alle forme di pensione integrativa. Eppure, proprio alle categorie che più faticano a versare contributi previdenziali viene spesso suggerito di “costruirsi in autonomia la pensione” affidandosi al privato. Inoltre, le difficoltà finanziarie del sistema previdenziale pubblico italiano spingono da tempo a sostenere che la “generosità” della pensione pubblica potrebbe progressivamente ridursi.
Fra il 2019 e il 2020 il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, aveva anticipato la creazione di un fondo di previdenza complementare gestito dal settore pubblico. Il suo obiettivo sarebbe stato, fra le altre cose, aiutare i giovani lavoratori con carriere discontinue ad alimentare il proprio risparmio previdenziale e a “modificare in qualche modo l’attuale composizione della previdenza complementare gestita dai privati, che attira sostanzialmente soggetti con redditi medio alti”. Da diversi mesi, tuttavia, non sono stati più condivisi aggiornamenti sullo stato di questo progetto.
Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.
Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).
Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.
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