Imposta sui patrimoni: il G7 riaccende il dibattito

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A margine della riunione internazionale dei ministri delle finanze di Stresa, si è parlato dell’introduzione di una tassa a livello globale sulla ricchezza delle persone fisiche. Ma secondo il Fmi non è la strada giusta

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L’incontro conclusosi il 25 maggio scorso a Stresa tra i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali delle sette grandi economie mondiali è stata l’occasione per tornare a parlare dell’imposta sui grandi patrimoni delle persone fisiche. Tra i sostenitori di questa imposta si ritiene che i grandi patrimoni e gli individui che li detengono non paghino abbastanza imposte. Ecco che un’imposta patrimoniale globale coordinata a livello internazionale colmerebbe questo divario e renderebbe più difficile per i ricchi aggirare l’imposizione trasferendosi laddove il carico fiscale è minore o totalmente assente.

G7, arriva l’imposta sui grandi patrimoni globali?

Dopo l’imposta minima globale sulle società multinazionali (global minimum tax) ora il dibattito si sta spostando sull’imposta minima patrimoniale per le persone fisiche. E quando la prima si riteneva irrealizzabile ecco che oggi è stata implementata. E se a sostenere la seconda sono Paesi come Francia e in parte anche gli Stati Uniti è difficile che la questione cada del tutto.

Il ministro delle finanze francesi Bruno Le Maire è uno dei più accesi sostenitori dell’introduzione di una imposta minima per i patrimoni dei super ricchi arrivando a dichiarare a margine del G7 di essere “assolutamente determinato ad andare avanti su questo tema” in quanto questione di efficienza e di giustizia. Gli fa eco l’economista francese Gabriel Zucman e l’EU Tax Observatory secondo i quali la stima di una imposta annuale del 2% sui circa 3.000 miliardari del mondo genererebbe circa 250 miliardi di dollari all’anno.

Oltre alla Francia, Brasile, Spagna e Belgio spingono per l’introduzione di una imposta minima del 2% sulla ricchezza totale dei miliardari del mondo. Ma il problema su cui ancora non c’è una visione comune è la ridistribuzione delle entrate che si generebbero da questa imposta tra i paesi coinvolti. Al momento secondo criteri indicativi la ridistribuzione potrebbe avvenire in base a esigenze e alla “esposizione ai danni legati al clima”. Su questo gli Stati Uniti, con il suo segretario al Tesoro Janet Yellen, non sono d’accordo e insistono per la destinazione dell’imposta al solo paese di residenza fiscale del contribuente.

Il rischio di un’importante trasferimento di ricchezza

Infatti, un terzo dei miliardari del mondo vive negli Stati Uniti e ciò comporterebbe un importante trasferimento di ricchezza verso altri Paesi a cui l’amministrazione USA non vuole rinunciare.

Tassare il reddito o tassare la ricchezza è il dilemma. La soluzione potrebbe essere tassare entrambi? No secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi) che nella recente nota su come tassare la ricchezza (“How to tax wealth”), rivolta proprio ai grandi interlocutori della politica internazionale che intendono intraprendere azioni o varare riforme in grado di favorire la ridistribuzione della ricchezza senza danneggiare l’economia, ritiene che la tassazione delle rendite effettive è di gran lunga meno distorsiva e più equa di un’imposta sull’intero patrimonio di singoli individui.

Una strada alternativa

Pertanto, piuttosto che introdurre una tale imposizione, le priorità in vista di una riforma dovrebbero concentrarsi sul rafforzamento della struttura delle imposte sul reddito da capitale, in particolare sulle plusvalenze e sull’eliminazione delle scappatoie fiscali esistenti, rafforzando la condivisione transfrontaliera delle informazioni, in modo da massimizzare la tax compliance su larga scala.

La tassazione delle plusvalenze con aliquote maggiori e senza esenzioni o addirittura l’introduzione della tassazione progressiva per scaglioni fino ad arrivare alla tassazione sulle plusvalenze maturate e non al realizzo (e cioè alla vendita) sono soluzioni in questo senso proposte nel documento. L’imposta di successione, invece, resta importante per affrontare l’accumulo dinastico di ricchezza. Ma questa imposta ha un impatto minimo sulle entrate. Secondo il Fmi dunque i paesi dovrebbero dare priorità al miglioramento dell’imposizione sul reddito da capitale piuttosto che considerare l’introduzione di imposte sul patrimonio.

di Alessandro Montinari

Specializzato in diritto tributario presso la Business School de Il Sole 24 ore e poi in diritto e fiscalità dell’arte, dal 2004 è iscritto all’Albo degli Avvocati di Milano ed è abilitato alla difesa in Corte di Cassazione. La sua attività si incentra prevalentemente sulla consulenza giuridica e fiscale applicata all’impiego del capitale, agli investimenti e al business. E’ partner di Cavalluzzo Rizzi Caldart, studio boutique del centro di Milano. Dal 2019 collabora con We Wealth su temi legati ai beni da collezione e investimento.

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