Se dovessi sintetizzare in una frase quello che sta accadendo oggi sui mercati finanziari, direi che stiamo vivendo una fase apparentemente contraddittoria: da una parte abbiamo mercati azionari ancora molto forti, in particolare negli Stati Uniti, dall’altra abbiamo un mercato obbligazionario che continua a mandarci segnali di prudenza.
Ed è proprio questa divergenza che secondo me bisogna osservare.
Le Borse americane hanno dimostrato una capacità di recupero straordinaria e sono tornate sui massimi. Il mercato continua a credere nella crescita degli utili delle imprese, nella tecnologia, nell’intelligenza artificiale e, più in generale, nella capacità dell’economia americana di evitare una vera recessione.
Questo non significa però che i rischi siano scomparsi.
Il primo grande tema rimane quello dell’inflazione. Per molto tempo abbiamo pensato che la battaglia contro l’inflazione fosse sostanzialmente vinta. Oggi sappiamo che probabilmente sarà una battaglia più lunga. L’inflazione è diminuita rispetto ai picchi degli anni scorsi, ma continua a mostrare una certa resistenza.
E questo cambia completamente il comportamento delle banche centrali.
La Federal Reserve si trova davanti a un equilibrio molto delicato. Da una parte vede un mercato del lavoro americano che comincia a rallentare; dall’altra non può permettersi di abbassare la guardia sui prezzi. Per questo credo che il mercato debba abituarsi a una situazione nella quale i tassi resteranno relativamente elevati più a lungo di quanto molti investitori avessero immaginato.
Lo stesso discorso, con caratteristiche diverse, riguarda l’Europa.
Anche nell’area euro l’inflazione è tornata a creare qualche preoccupazione e la BCE deve evitare che le aspettative sui prezzi tornino a deteriorarsi. Questo significa che oggi è molto difficile immaginare una politica monetaria estremamente espansiva nel breve periodo.
Ed è una novità importante per gli investitori.
Per molti anni siamo stati abituati a tassi vicini allo zero, se non addirittura negativi. Oggi siamo entrati in un mondo differente: il denaro ha nuovamente un costo e anche le obbligazioni sono tornate ad offrire rendimenti significativi.
Questo secondo me è uno dei cambiamenti strutturali più importanti per chi costruisce un portafoglio.
L’obbligazionario, infatti, è tornato ad avere un ruolo. Ma attenzione: non significa che qualsiasi obbligazione sia automaticamente sicura. Bisogna considerare la durata, la qualità dell’emittente e soprattutto il rischio legato ai movimenti dei tassi.
I rendimenti dei titoli governativi sono ancora elevati e questo ci dice una cosa: gli investitori stanno chiedendo un premio maggiore per finanziare gli Stati.
Qui entra in gioco un altro tema importante, quello dei debiti pubblici.
Negli ultimi anni abbiamo visto crescere molto l’indebitamento di numerosi Paesi. Finché i tassi erano a zero, il problema risultava relativamente gestibile. Con rendimenti più elevati, invece, rifinanziare il debito diventa progressivamente più costoso.
Lo stiamo osservando negli Stati Uniti, ma anche in Europa. Le tensioni che abbiamo visto sui titoli di Stato francesi ricordano che i mercati possono tornare rapidamente a concentrarsi sui conti pubblici.
E naturalmente anche per l’Italia il tema dello spread e della sostenibilità del debito rimane importante. Non credo però che oggi siamo davanti a una situazione paragonabile alle grandi crisi del debito sovrano del passato. È piuttosto un elemento che gli investitori dovranno continuare a monitorare.
Arriviamo alle Borse.
Dopo rialzi così importanti, la domanda che tutti fanno è: siamo arrivati troppo in alto?
Io credo che la risposta non possa essere semplicemente sì o no.
Le valutazioni di alcune aree del mercato sono certamente elevate, soprattutto negli Stati Uniti. Ma le quotazioni elevate possono essere sostenibili se gli utili delle aziende continuano a crescere.
Quindi il vero elemento da osservare nei prossimi mesi saranno proprio i risultati societari.
Finché le imprese continueranno a generare utili e a mostrare una buona capacità di crescita, il mercato azionario potrà mantenere un’impostazione positiva. Se invece dovessimo vedere contemporaneamente rallentamento economico, utili in diminuzione e tassi ancora elevati, allora lo scenario diventerebbe decisamente più complicato.
Un altro elemento fondamentale è la concentrazione del mercato.
Negli Stati Uniti una parte importante della performance degli indici è stata determinata dalle grandi società tecnologiche. L’intelligenza artificiale rimane un’enorme opportunità economica, ma credo sia necessario distinguere sempre tra una grande trasformazione tecnologica e il prezzo che il mercato è disposto a pagare per partecipare a quella trasformazione.
Una società può essere straordinaria, ma il suo titolo può comunque essere troppo caro.
Questo è un concetto che spesso viene dimenticato quando i mercati salgono velocemente.
In Europa la situazione è differente. Le valutazioni sono generalmente meno aggressive, ma abbiamo una crescita economica più debole e una maggiore sensibilità ai problemi geopolitici e ai costi energetici.
Per Piazza Affari rimane poi molto importante il peso del settore bancario e finanziario. Le banche hanno beneficiato negli ultimi anni di un contesto di tassi più elevati e hanno mostrato risultati complessivamente robusti. Da qui in avanti, però, sarà necessario capire quanto questo scenario possa continuare e come evolverà la qualità del credito se l’economia dovesse rallentare.
C’è poi il tema delle valute.
Il dollaro continua ad essere fortemente condizionato dalle aspettative sulla Federal Reserve e dai rendimenti dei Treasury americani. Quando il mercato pensa che i tassi americani resteranno elevati più a lungo, il dollaro tende ad essere sostenuto; quando invece aumentano le aspettative di una politica monetaria più morbida, tende a perdere parte della sua forza.
Per un investitore europeo non è un dettaglio, perché comprare un’attività americana significa esporsi anche al cambio euro-dollaro.
Infine c’è l’oro.
L’oro rimane su livelli storicamente molto elevati. È stato sostenuto dalle tensioni geopolitiche, dagli acquisti delle banche centrali e dalla ricerca di protezione degli investitori. Però anche qui bisogna ricordare che nessun mercato sale in maniera lineare e che rendimenti obbligazionari molto elevati possono rappresentare un concorrente importante per un’attività che non paga interessi.
Quindi cosa possiamo aspettarci da qui alla fine dell’anno?
Il mio scenario di base rimane moderatamente positivo per i mercati azionari, ma con una volatilità probabilmente superiore a quella a cui ci siamo abituati nelle fasi più tranquille.
Non credo che questo sia il momento per ragionare in termini estremi, cioè tutto dentro o tutto fuori dai mercati.
Credo invece che torni ad essere fondamentale la diversificazione.
Azionario, obbligazionario e liquidità oggi possono nuovamente svolgere ruoli differenti all’interno di un portafoglio. E soprattutto diventa importante non inseguire ciò che è già salito soltanto perché è salito.
Nei mercati finanziari uno degli errori più frequenti è quello di aumentare il rischio proprio quando l’ottimismo è massimo e ridurlo quando arriva la paura.
La storia insegna esattamente il contrario: nei momenti di grande entusiasmo bisogna mantenere disciplina, mentre nelle fasi di volatilità bisogna evitare decisioni emotive.
Se quindi dovessi indicare le tre cose da osservare nei prossimi mesi, direi inflazione, banche centrali e utili delle aziende.
Se l’inflazione continuerà gradualmente a scendere, le banche centrali potranno diventare meno aggressive e gli utili resteranno solidi, le Borse potrebbero chiudere bene anche questa parte finale dell’anno.
Se invece l’inflazione dovesse rimanere elevata e costringere Fed e BCE a mantenere tassi restrittivi ancora a lungo, con contemporaneo rallentamento della crescita, allora aumenterebbe inevitabilmente la volatilità.
La parola chiave, quindi, per me oggi non è paura.
È selettività.
I mercati continuano ad offrire opportunità, ma dopo i forti rialzi degli ultimi anni sarà probabilmente sempre meno sufficiente comprare genericamente il mercato e sempre più importante capire dove si stanno pagando valutazioni ragionevoli rispetto alla crescita attesa.
In altre parole: il 2026 ci ha ricordato ancora una volta che i mercati possono sorprendere. La seconda parte dell’anno ci ricorderà probabilmente che rendimento e rischio continuano sempre a viaggiare insieme.
Mercati nel 2026: L’euforia azionaria e i messaggi del credito
Perché le Borse crescono mentre i tassi salgono e quali segnali monitorare per la seconda metà dell’anno.
Domande frequenti su Mercati nel 2026: L’euforia azionaria e i messaggi del credito
L'articolo evidenzia una fase apparentemente contraddittoria con mercati azionari, specialmente negli Stati Uniti, che mostrano forza, mentre il mercato obbligazionario invia segnali di prudenza. Questa divergenza è considerata un punto chiave da osservare.
Le Borse americane hanno dimostrato una notevole capacità di recupero, tornando ai massimi. Questo indica una forte performance del mercato azionario statunitense.
Il mercato obbligazionario continua a inviare segnali di prudenza. Questo suggerisce una cautela da parte degli investitori obbligazionari, in contrasto con l'euforia azionaria.
La divergenza tra la forza dei mercati azionari e la prudenza del mercato obbligazionario è un aspetto cruciale da osservare per gli investitori. Suggerisce la necessità di un'analisi attenta delle dinamiche di mercato.
Il titolo 'Mercati nel 2026: L'euforia azionaria e i messaggi del credito' suggerisce che nel 2026 si assisterà a una persistente euforia sui mercati azionari, accompagnata da segnali provenienti dal settore del credito che richiederanno attenzione.
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