La speranza di una nuova apertura negoziale tra Stati Uniti e Iran è durata poche ore, prima di essere raffreddata dalle smentite di Teheran. I mercati, tuttavia, non hanno ridimensionato la reazione positiva registrata lunedì 3 agosto: il Brent ha mantenuto un calo vicino al 5%, a 83,7 dollari al barile, il gas europeo ha ceduto circa il 2%, mentre l’S&P 500 ha guadagnato l’1,3% nelle prime ore di contrattazione, riavvicinandosi ai massimi storici. Il Dow Jones ha intanto aggiornato il proprio record intraday.
Nelle ore precedenti, Donald Trump aveva annunciato un’intesa imminente sulla riapertura dello Stretto di Hormuz e l’avvio di nuovi negoziati con l’Iran già dal pomeriggio di lunedì. Teheran ha però negato di avere aperto un nuovo canale di colloqui con Washington, sostenendo di essere impegnata esclusivamente nelle trattative con l’Oman.
La reazione degli investitori sembra quindi derivare soprattutto dalla decisione di Trump di sospendere, almeno per il momento, una nuova ondata di attacchi contro l’Iran. Un’offensiva che lo stesso presidente aveva descritto come potenzialmente “la più grande dalla Seconda guerra mondiale” e che avrebbe rischiato di aggravare ulteriormente le tensioni sul mercato dell’energia. Nelle scorse settimane il prezzo del petrolio aveva superato i 100 dollari nelle fasi di maggiore tensione, alimentato dal timore di una nuova escalation militare.
“Eravamo pronti a partire, ma quando gli alleati ti chiedono di fermarti devi dire: ‘Vediamo’”, aveva dichiarato Trump, prima che arrivasse la smentita della Repubblica islamica.
“Al momento non sono in corso negoziati con gli Stati Uniti. Le trattative con l’Oman mirano a trovare un’intesa su una rotta sicura che consenta la ripresa della navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei, citato dal Financial Times.
I toni di Trump si sono quindi nuovamente induriti. “La leadership iraniana è incredibilmente ipocrita. Chiedono un incontro, alcuni direbbero che supplicano, iniziano i colloqui, con altri in programma nell’immediato futuro, e poi affermano apertamente e con orgoglio che non è in corso alcuna discussione e che stanno trattando soltanto con l’Oman”, ha scritto il presidente su Truth Social.
L’Iran, ha aggiunto, starebbe “ripetendo le solite chiacchiere”, sostenendo che lo Stretto di Hormuz sarà gestito da Teheran, mentre sarebbe già “completamente sotto il controllo della Marina degli Stati Uniti”.
Wall Street torna verso i massimi
Il recupero di Wall Street ha riportato l’S&P 500 in prossimità dei massimi, neutralizzando quasi interamente il calo di mercoledì 29 luglio. Allora, il mercato aveva reagito negativamente alle indicazioni della Federal Reserve e alla posizione del presidente Kevin Warsh, giudicata troppo accomodante di fronte a un’inflazione ancora elevata. Sulla seduta avevano pesato anche il nuovo aumento del petrolio e la debolezza dei titoli tecnologici. Il venir meno, almeno nell’immediato, del rischio di una vasta offensiva americana contro l’Iran ha quindi favorito il ritorno degli acquisti sugli asset rischiosi.
Anche le Borse europee hanno beneficiato della distensione. Lo Stoxx Europe 600 ha chiuso in rialzo dello 0,45% e il Ftse Mib ha segnato un +1,34%. Gli sviluppi della guerra contro l’Iran continuano dunque a produrre effetti finanziari rilevanti. La direzione di fondo di Wall Street rimane però legata anche alle aspettative di crescita connesse all’intelligenza artificiale e al generale aumento delle valutazioni azionarie.
Il Buffett indicator tocca nuovi record
Un segnale arriva dal cosiddetto Warren Buffett indicator, che rapporta il valore complessivo delle azioni statunitensi, rappresentato dall’indice Wilshire 5000, alle dimensioni dell’economia americana. Il rapporto si aggira intorno al 230%, contro circa il 150% registrato prima dello scoppio della bolla dot-com.
Il confronto con il 2000 è tutt’altro che omogeneo: le maggiori imprese americane ricavano oggi una quota molto più elevata dei propri utili all’estero, un elemento che rende meno immediato il rapporto tra capitalizzazione di Borsa e Pil statunitense. Soprattutto, il livello raggiunto non segnala necessariamente una bolla prossima a scoppiare (è già un anno che questo indicatore supera i livelli del 2000). Suggerisce però che i rendimenti futuri potrebbero essere più contenuti e che, almeno nel breve periodo, per le azioni sarà più difficile offrire un premio elevato rispetto ai titoli di Stato. In questa direzione può essere letta anche la prudenza di Berkshire Hathaway, la società presieduta da Warren Buffett, che ha accumulato 397 miliardi di dollari tra liquidità e titoli del Tesoro. Una riserva record che testimonia quanto sia diventato difficile trovare investimenti azionari a valutazioni considerate attraenti.

