Il binomio fra crisi geopolitica e rally dei titoli della difesa europei si è incrinato negli ultimi mesi, segnati – a partire da fine febbraio – dal conflitto in Iran e Libano. Se si guarda all’ultimo trimestre al 20 aprile, il bilancio è in profondo rosso: Rheinmetall, la superstar degli anni scorsi specializzata in mezzi corazzati come il Leopard 2, ha ceduto il 22,6%; Saab ha perso il 17,5%, Renk il 10%; mentre restano a cavallo della parità Thales, Rolls-Royce, Leonardo e Dassault Aviation.
Dal 20 marzo a oggi, tutte le aziende citate – con le eccezioni di Rolls-Royce e Thales – sono in forte perdita, in particolare Saab (-12%) e Leonardo (-8,7%), su cui ha pesato anche la sostituzione del ceo Roberto Cingolani.
Nel solo mese di marzo, l’indice MSCI Europe Aerospace and Defence ha ceduto il 9,2%, il peggior calo mensile degli ultimi cinque anni. Un andamento diametralmente opposto rispetto al 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina aveva innescato un’ondata di acquisti, alimentata dall’aspettativa di un forte aumento della spesa militare.
Valutazioni e prese di profitto: il peso del rally passato
Una parte del ribasso appare legata proprio al successo accumulato dal comparto negli anni precedenti. Negli ultimi cinque anni Rheinmetall ha registrato una crescita del 1.635,42%, toccando un picco nell’ottobre scorso; nel solo 2025 il titolo era arrivato a triplicare il proprio valore.
Con un indice aerospace & defence scambiato a circa 29 volte gli utili attesi già all’inizio del conflitto in Iran, lo spazio per ulteriori rialzi appariva limitato. “L’aumento della spesa per la difesa nei prossimi anni era già stato incorporato nei prezzi dei titoli del settore a livello globale”, ha osservato Aarin Chiekrie, equity analyst di Hargreaves Lansdown, “di conseguenza, la recente correzione è in parte dovuta al fatto che le aspettative di crescita nel settore avevano corso troppo”.
In altre parole, il mercato aveva già prezzato il riarmo globale, trasformando il comparto in uno dei trade più affollati degli ultimi anni. Il conflitto in Iran ha così agito più da catalizzatore di prese di profitto che da nuovo motore di rialzo.
Tra breve e lungo termine: il riarmo resta, ma cambia la narrativa
Non tutti i gestori però hanno seguito la corrente, interpretando lo stallo come un’occasione d’acquisto. “A marzo, abbiamo aumentato selettivamente la nostra esposizione a determinati titoli europei della difesa, la cui performance di mercato era rimasta indietro rispetto a quanto il contesto geopolitico avrebbe potuto suggerire”, ha dichiarato Thuin, head of capital markets strategies di Tikehau Capital. “A nostro avviso, l’aumento dei budget militari sta alimentando un trend positivo e duraturo per il settore, accompagnato da nuove opportunità di export”.
A questa lettura si affianca quella di Alpine Macro, che invita a distinguere tra dinamiche di breve e traiettorie strutturali. Il comparto resta inserito in un ciclo industriale e fiscale favorevole, e il riarmo globale è destinato a proseguire: una dinamica ormai strutturale, alimentata da anni di sottoinvestimento e non legata all’evoluzione di un singolo conflitto.
Allo stesso tempo, però, il mercato sta ricalibrando le aspettative, distinguendo sempre più tra le diverse componenti del settore: non solo grandi piattaforme tradizionali, ma anche difesa aerea, sistemi satellitari e tecnologie emergenti come i droni. È questa fase di transizione a spiegare perché, nel breve termine, l’equazione “più guerra uguale più rally” non stia più funzionando con la stessa immediatezza del passato.
Allargando lo sguardo, infatti, il settore non appare affatto compromesso. L’indice Stoxx Targeted Defence è in rialzo del 10% da inizio anno al 20 aprile e del 36% negli ultimi dodici mesi. Anche Oltreoceano il quadro resta solido: negli Stati Uniti l’indice S&P Aerospace & Defence guadagna oltre il 14% da inizio anno, contro il +4% dell’S&P 500.

