Inflazione Usa sorprende ancora: mercato sconta la stretta Fed

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A gennaio i prezzi sono aumentati dello 0,6% con un tasso annuo del 7,5%, superiore alle previsioni: giù le azioni, si rafforza il dollaro

Con l’ennesima lettura superiore alle attese, la Federal Reserve sarà ulteriormente incoraggiata nel procedere con la stretta monetaria

La novità più rilevante, rispetto alla lettura del mese scorso, è che gli alimenti  registrano rincari mensili pari a quelli della voce energetica, con un +0,9% per entrambe

L’inflazione americana ha mantenuto intatto il suo ritmo di crescita, con un ulteriore aumento dello 0,6% fra dicembre e gennaio, che ha portato l’indice dei prezzi al consumo Cpi a un tasso anno del 7,5%. Si tratta di una nuova sorpresa in senso negativo, perché gli economisti sondati dal Wall Street Journal avevano stimato un incremento mensile dello 0,4%.

Anche l’indice “core”, che esclude dal paniere le componenti più volatili come alimenti ed energia, è aumentato dello 0,6% su dicembre, un tasso annuo del 5,5% – il livello più alto dall’agosto 1982.

Con l’ennesima lettura superiore alle attese, la Federal Reserve sarà ulteriormente incoraggiata nel procedere con la stretta monetaria. L’ipotesi di un rialzo da 50 punti base, anziché da 25, era già stata ventilata da alcuni esponenti della banca centrale americana. Le attese di interventi monetari più restrittivi si sono immediatamente riflesse sul cambio del dollaro: il dollar index, in seguito alla pubblicazione dei dati ha visto un rafforzamento dello 0,43% a 95,903 (dal precedente 95,528), tornando ai massimi dal 3 febbraio. Contemporaneamente, il Treasury decennale ha visto un aumento di rendimento pari a 3 punti base, all’1,97%; la Borsa Usa ha virato verso Sud, con un calo dell’1,97% per il future del Nasdaq e dello 0,90% per quello relativo allo S&P 500.

“Le cifre sull’andamento dei prezzi al consumo hanno evidenziato un forte rialzo superiore alle attese del mercato e segnando nuovi record degli ultimi 40 anni”, ha commentato a We Wealth Filippo Diodovich, senior market strategist di IG, “a preoccupare è soprattutto l’incremento dei prezzi core che non mostra segnali di rallentamento”.

I dati confermano le elevate pressioni inflazionistiche aumentando le possibilità che la Federal Reserve possa essere molto aggressiva e attiva nel rialzo dei tassi di interesse”, ha aggiunto Diodovich, “nel meeting del Fomc di marzo è possibile che i banchieri centrali statunitensi possano decidere di rialzare il costo del denaro anche di 50 punti base e non solo di 25 punti base proprio per recuperare il ritardo nel fronteggiare le pressioni inflazionistiche”.

Come osservato già a dicembre la componente energetica non rappresenta più il principale traino per l’inflazione: una delle novità più rilevanti, rispetto alla lettura del mese scorso, è che gli alimenti  registrano rincari mensili pari a quelli della voce energetica, con un +0,9% per entrambe. A dicembre l’indice food era cresciuto a un tasso mensile pari “solo” allo 0,5%. Nel dettaglio della componente energetica, i maggiori contribuiti ai rincari non sono arrivati dai carburanti (in calo dello 0,8% sul mese), bensì dall’elettricità che fra dicembre e gennaio è costata il 4,2% in più agli americani.

Per quanto riguarda l’indice core, è proseguito il trend di rincari relativa alle spese abitative (+0,3% mensile, dopo il +0,4% di dicembre); i soli affitti hanno visto un rincaro dello 0,4% su base mensile. Negli ultimi 12 mesi questa componente, che è fra le più “pesanti” sul calcolo dell’indice generale, è avanzata del 4,4%. Quella delle spese abitative è considerata una delle spese più viscose: se si muove verso l’alto, difficilmente torna indietro, al contrario della componente energetica. I prezzi delle auto, per molto tempo in costante e sostenuta ascesa, sono rallentati: in particolare le auto nuove non hanno registrato alcun rincaro, mentre quelle usate hanno rallentato il passo con un rincaro dell’1,5% (contro il +3,3% mensile di dicembre). L’ufficio di statistica Usa ha precisato come, nell’indice core, quasi ogni singola voce risulti oggi più cara rispetto a un anno fa.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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