Visa-Tink: ecco i motivi dietro l’operazione da 1,8 miliardi

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Visa ha annunciato di aver siglato un accordo per per l’acquisto della piattaforma europea di open banking Tink. Le ragioni e le attese nelle parole di Laura Grassi del Polimi

Un accordo da 1,8 miliardi di euro che, secondo quanto rivelato da Visa, sarà interamente finanziato con la liquidità disponibile e non avrà alcun impatto sul programma di riacquisto di azioni precedentemente annunciato o sulla politica dei dividendi

Laura Grassi: “Assisteremo a un aumento di questi fenomeni, che possono essere di fusione o di acquisizione ma più in generale di collaborazione. Che porteranno innovazione e nuovi modelli di business”

È giunta nella giornata di giovedì la notizia dell’accordo siglato da Visa per l’acquisto della piattaforma europea di open banking Tink. Un’operazione da 1,8 miliardi di euro che, secondo quanto rivelato dal colosso mondiale dei pagamenti digitali, sarà interamente finanziata con la liquidità disponibile e non avrà alcun impatto sul programma di riacquisto di azioni precedentemente annunciato o sulla politica dei dividendi. E che, nelle attese dell’amministratore delegato e presidente Al Kelly, consentirà di fornire “maggiore valore a consumatori e imprese con strumenti in grado di rendere le loro vite finanziarie più semplici, affidabili e sicure”. Laura Grassi, direttrice dell’Osservatorio fintech & insurtech del Politecnico di Milano, spiega a We Wealth quali potrebbero essere le ragioni dietro l’accordo. Con un occhio anche alle possibili fusioni e acquisizioni in attesa. E non solo.
“Soluzioni come quella di Tink, che tutti adesso stanno celebrando per innovatività e portata, nascono sotto il cappello dell’open banking che a sua volta vede la luce contestualmente alla Psd2. Quello che è successo è che un’innovazione normativa, quella della direttiva europea sui servizi di pagamento, ha portato una serie di riflessioni e aperture in ambito regolamentare che si sono trasformate in opportunità di business. Che certi soggetti hanno colto prima di altri”, osserva Grassi. Ma, spiega, oggi siamo già abbastanza oltre l’open banking. “L’idea della Psd2 è stata fatta propria non solo dal mondo dei pagamenti, ma anche dal mondo finance complessivo. Si parla infatti di open finance, il cui cuore sta nell’idea che si possa creare valore dai dati finanziari collocandone in qualche modo la proprietà sull’utente finale”. In altre parole, la direttiva ha abilitato il trasferimento e l’elaborazione dei dati degli utenti da terze parti (fintech, banche, ma anche soggetti non necessariamente legati al mondo tradizionale dei pagamenti), sempre su autorizzazione dell’utente stesso. “Il tutto grazie alla tecnologia e alle Api (Application programming interface, ndr)”, precisa Grassi.
Il punto, aggiunge l’esperta, è che si tratta della prima volta in cui una regolamentazione viene vista come innovazione e non come compliance, aprendo come anticipato un grande ambito di business a livello europeo. Un altro aspetto da considerare, poi, è che la regolamentazione europea consente questo trasferimento dei dati in relazione ai pagamenti ma non agli investimenti. “Quindi non è un caso che Visa, che sappiamo essere uno degli operatori tradizionali tipici del mondo dei pagamenti, sia andata a vedere cosa accadesse in questo mondo. C’è inoltre da ricordare che Visa, prima di tutto questo, era un po’ la owner di tutti questi dati. Nel momento in cui in Europa si arriva ad affermare che il dato sta nella scelta dell’utente e non nell’operatore che l’ha raccolto, può sorgere il timore di perdere una serie di conoscenze e di visibilità. Questo secondo me è uno dei grossi motivi dietro un’operazione di questo tipo”, dichiara Grassi.

Il secondo filone da considerare è poi quello dell’innovazione e in particolare, secondo l’esperta, il desiderio di essere al centro di un ecosistema innovativo che continua a evolversi sempre di più. Ma come si stanno adattando a questo contesto gli incumbent? In due modi, racconta Grassi. Innanzitutto innovando loro stessi, creando un proprio innovation hub o acceleratore. Ma, soprattutto, stringendo delle collaborazioni con le startup. “Questo consente di selezionare le startup più vicine, innovative e coerenti, oppure distanti, per chi desidera un cambio di cultura. Se prima venivano viste come competitor, oggi il percorso degli incumbent si è evoluto. Hanno compreso che una collaborazione è un’operazione win-win, sia per loro che sperimentano l’innovazione e godono di un terreno fertile per poterla testare, sia per le startup che trovano fondi per continuare a sperimentare e clienti su cui testare quell’innovazione”, spiega l’esperta. In questo contesto, stando ai dati dell’Osservatorio fintech & insurtech del Politecnico di Milano (che ha coinvolto un campione di 2.541 startup), il 54% si dichiara propenso a collaborare con attori non finanziari, il 32% con attori finanziari e il 30% con altre startup. Quale potrebbe essere in definitiva il trend? “Sicuramente assisteremo a un aumento di questi fenomeni, che possono essere di fusione o di acquisizione ma più in generale di collaborazione. Partnership di tipo industriale che porteranno innovazione e nuovi modelli di business non solo nel mercato italiano ma anche in quello internazionale”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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