Svolta “digital”: rimbalzo nel 2022 per il 70% delle pmi

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Il 70% delle pmi che ha già avviato la svolta “digital” confida di poter raggiungere i livelli di produttività pre-covid nel 2022. Ben nove punti percentuali in più rispetto a chi non investe in nuove tecnologie. Ma, per Carlo Sangalli di Unioncamere, resta “ancora un ritardo enorme da colmare”

Se si considerano le imprese familiari, solo sei su dieci prevedono un recupero entro il prossimo anno, ma la quota sale al 70% per quelle che investono nel digitale

Il Trentino Alto Adige guadagna la vetta per livello di digitalizzazione delle pmi con un punteggio di 2,31 su 4, superando anche la media nazionale (2,03)

Sebbene la digitalizzazione valga fino a sette punti di pil, solo il 26% delle aziende conosce il Piano impresa 4.0. E, di queste, il 9% continua a non investire

Puntare sulla digitalizzazione per ripartire. Anche prima della concorrenza. Secondo un’analisi di Unioncamere e del Centro studi Guglielmo Tagliacarne, il 70% delle micro e piccole imprese che hanno già avviato la transizione “digital” confida di poter sfiorare i livelli di produttività pre-covid nel 2022 (contro il 61% di coloro che non investono in nuove tecnologie). Una percentuale che eguaglia le stime delle aziende di media e grande dimensione.
Se si considerano le imprese familiari, solo sei su dieci prevedono un recupero entro il prossimo anno, ma la quota sale al 70% per quelle che investono nel digitale. E effetti positivi simili si riscontrano anche per il settore dei servizi, con il 61% delle aziende digitalizzate che ritiene di poter azzerare gli effetti negativi della crisi sanitaria entro il 2022, contro il 53% della controparte. Considerando poi la distribuzione territoriale, il Trentino Alto Adige guadagna la vetta per livello di digitalizzazione delle pmi con un punteggio di 2,31 su 4, superando anche la media nazionale (2,03). Chiudono il podio la Lombardia (2,16) e l’Emilia Romagna (2,14). Fanalino di coda, invece, la Sicilia (1,84), la Puglia (1,88) e il Molise (1,90).

Ma resta “ancora un ritardo enorme da colmare”, osserva il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli. Sebbene la digitalizzazione valga fino a sette punti di prodotto interno lordo e l’utilizzo delle nuove tecnologie contribuisca a erodere i divari territoriali, di genere, di età e fra settori produttivi, solo il 26% delle imprese italiane conosce il Piano impresa 4.0. E, di queste, il 9% continua a non investire. La restante parte, vale a dire i due terzi della manifattura italiana, non annovera negli ordini del giorno gli strumenti e le opportunità offerte dalla svolta “digital”.

“Le Camere di commercio ritengono fondamentale che vengano forniti assistenza e supporto alle pmi nei prossimi cruciali anni, adottando il modello della statunitense sba (small business administration)”, sottolinea Sangalli. “Non serve creare uno strumento ex novo, ma bisogna affidare a livello territoriale questo incarico alle Camere di commercio, il referente più vicino alle micro, piccole e medie imprese sui temi cruciali per lo sviluppo del nostro Paese”, aggiunge. Poi conclude: “Il Piano nazionale di ripresa e resilienza rappresenta un’occasione unica, però occorre coinvolgere attivamente milioni di pmi, artigiani e lavoratori autonomi”. A tal proposito, ricordiamo che contrariamente a quanto previsto dalla bozza del governo Conte, il budget complessivo del Pnrr destinato al “Piano Transizione 4.0” è di 13,97 miliardi (contro i 18 miliardi iniziali), di cui almeno il 10% volto a incentivare l’acquisto di beni intangibili innovativi quali i servizi di cloud computing e big data analytics.

“La trasformazione digitale ha un ruolo determinante anche per dare nuovo impulso alla competitività del sistema produttivo”, si legge nel documento che attende ora l’approvazione finale di Bruxelles. “Il nuovo piano per la Transizione 4.0 rafforza il tasso d’innovazione del tessuto industriale e imprenditoriale del Paese e incentiva gli investimenti in tecnologie all’avanguardia, in ricerca, sviluppo e innovazione, e in competenze digitali e manageriali. In particolare, nel settore delle infrastrutture, le tecnologie digitali rappresentano un nuovo paradigma di qualità ed efficacia nella gestione degli asset, attraverso l’applicazione estensiva di sensori grazie ai quali analizzare i parametri chiave delle infrastrutture nel tempo”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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