La Banca centrale europea ha fornito l’assist tecnico necessario per appoggiare una possibile operazione di espansione strategica in Italia, che diversi osservatori considerano, a questo punto, sempre più probabile. La banca francese, che ha proprio in Italia il suo secondo mercato più rilevante, ha infatti ottenuto l’autorizzazione a salire oltre il 20% dell’azionariato di Banco Bpm, di cui è già azionista di maggioranza relativa con una quota — comprensiva di derivati — pari al 20,104% (dato aggiornato al 31 luglio 2025).
Il via libera della Vigilanza europea, arrivato il 9 gennaio, ma comunicato solo nei giorni successivi, consente ora a Crédit Agricole di muoversi con maggiore agio lungo un percorso di crescita progressiva, che il gruppo non ha mai nascosto di voler esplorare. Già lo scorso novembre, presentando il piano strategico, la banca guidata da Olivier Gavalda aveva indicato che sarebbe rimasta “attenta alle opportunità di crescita per linee esterne in Italia”, espressione che nel lessico finanziario allude in modo piuttosto esplicito a possibili acquisizioni o integrazioni.
Per la Banque Verte l’obiettivo fissato al 2028 è arrivare a 6,5 milioni di clienti, circa 400mila in più rispetto ai livelli attuali. In questo quadro, Banco Bpm rappresenta una piattaforma industriale già pronta, con una base clienti ampia e una presenza territoriale coerente con la rete italiana del gruppo francese. Inoltre, grazie alla recente riforma del Testo unico della Finanza, Crédit Agricole potrà spingersi fino al 30% del capitale di Banco Bpm — anziché fermarsi al 25% — senza essere obbligata a lanciare un’offerta pubblica di acquisto.
Golden Power, governance e i paletti della Vigilanza
Nell’ottica di una futura integrazione, Crédit Agricole potrebbe iniziare a far salire ulteriormente la propria partecipazione. Una strategia per tappe, che il mercato legge come il segnale di un consolidamento graduale, prima finanziario e poi industriale. Del resto, Crédit Agricole Italia è presente nel Paese dal 2007, a seguito dell’acquisizione di Cariparma, e da allora ha operato come una banca pienamente integrata nel sistema nazionale.
Proprio questo profilo potrebbe consentire al gruppo francese di ottenere quel via libera politico che era stato invece negato, in precedenza, al tentativo di acquisizione di Banco Bpm da parte di UniCredit. In quel caso, infatti, erano emerse criticità legate all’esposizione ad asset russi, oltre a vincoli connessi all’erogazione del credito e all’acquisto di titoli di Stato italiani. Elementi che, nel caso di Crédit Agricole, appaiono oggi meno problematici sul piano del Golden Power.
In parallelo, secondo indiscrezioni riportate dall’Ansa sui paletti fissati dalla Bce — mai smentite ma neppure confermate ufficialmente dal gruppo — alla banca francese sarebbe stato chiesto di limitare la propria rappresentanza nel consiglio di amministrazione di Banco Bpm a un massimo di quattro o cinque consiglieri su quindici. Un accorgimento che risponderebbe all’esigenza della Vigilanza di evitare un controllo di fatto, pur in presenza di una partecipazione rilevante.
“Come già dichiarato in precedenza”, si legge nel comunicato di Crédit Agricole, “Crédit Agricole S.A. non intende acquisire né esercitare il controllo su Banco Bpm e manterrà la propria partecipazione al di sotto della soglia che fa scattare l’obbligo di offerta pubblica di acquisto”.
Gli scenari di sistema e il nodo del nuovo Cda
L’investimento di Crédit Agricole su Banco Bpm non esclude, secondo gli analisti di Equita, che Banco Bpm possa a sua volta integrarsi con altri gruppi italiani, con Mps come principale candidato davanti a Bper.
In questo scenario, la posizione di Crédit Agricole risulta particolarmente favorevole perché non richiederebbe ulteriori mosse dirette: come grande azionista di Banco Bpm, il gruppo francese si ritroverebbe automaticamente azionista rilevante della nuova entità nata da un’eventuale fusione, potendo così incidere sugli equilibri industriali senza assumerne il controllo.
Un’ipotesi che consentirebbe ai francesi di beneficiare indirettamente di un’operazione di sistema, rafforzando ulteriormente la propria posizione senza esporsi in prima persona.
Prima di questi sviluppi, tuttavia, il primo passaggio chiave sembra essere l’apertura dei lavori per il rinnovo del consiglio di amministrazione di Banco Bpm, in vista dell’assemblea di aprile chiamata a rinnovare i vertici. Fra i nodi da sciogliere c’è la procedura per la presentazione delle liste e la modifica dello Statuto — già predisposta prima di Natale —: resta da capire se sarà sufficiente una delibera del consiglio o se sarà necessario il passaggio in assemblea straordinaria.
Tanti tasselli, dunque, ancora da incastrare. Ma con il via libera della Bce, il secondo tempo del risiko bancario italiano appare ormai avviato, e Banco Bpm si conferma uno dei perni centrali attorno a cui potrebbe ruotare la prossima fase del consolidamento.

