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Mifid2: sotto la lente i conti della trasparenza

Mifid2: sotto la lente i conti della trasparenza

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Francesca Conti
Francesca Conti

29 Novembre 2019
Tempo di lettura: 20 min
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Il 2019 è stato l’anno di Mifid2. Come è andata per banche, reti e società del risparmio gestito? Abbiamo cercato di capirlo insieme al professor Giancarlo Giudici, della School of Management del Politecnico di Milano e al fondatore e ceo di Excellence Consulting, Maurizio Primanni

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Per tutto il 2019 nel mondo del risparmio gestito non si è parlato d’altro: Mifid2. La normativa che avrebbe dovuto portare totale trasparenza nei servizi finanziari e definire uno standard nella comunicazione dei costi degli investimenti.

Reti, banche e società del risparmio gestito avevano addirittura scommesso che avrebbe migliorato il rapporto di fiducia con i propri clienti. Ma la prova dei rendiconti, almeno per i principali intermediari italiani, non può dirsi superata al 100%.

Indicazioni Esma non recepite. Documenti poco chiari e leggibili. Una media di 15 pagine, spesso contenenti previsioni di mercato e messaggi di varia natura, anche pubblicitari. E tra ritardi e invii non segnalati ai clienti, un rimpallarsi di responsabilità fra i diversi attori della catena del valore.Le associazioni dei consumatori sono state le prime ad accusare l’industria del risparmio di non aver rispettato le regole di trasparenza.

Aduc, in particolare, dopo aver puntato il dito contro il rendiconto di Banca Mediolanum – che non avrebbe  riportato in nessuna voce il dato aggregato complessivo dei costi, come previsto dalla normativa – ha creato un questionario per aiutare gli utenti a stabilire se la propria banca ha superato o meno il test di Mifid2.

Ma ad aver tirato le somme sulla qualità delle informative ex post è stato uno studio della School of Management del Politecnico di Milano commissionato da Moneyfarm. La ricerca ha analizzato i rendiconti di 18 fra i maggiori intermediari finanziari presenti sul territorio nazionale focalizzati sulla clientela retail. Abbiamo chiesto al professor Giancarlo Giudici, principale referente dello studio, quali sono stati i risultati più significativi.

Una normativa sterminata, di 1.700 paragrafi e pervasiva, cui sono occorsi sette anni per entrare in vigore e che aveva come fine quello di rendere più trasparente e concorrenziale il mercato dei capitali europeo. Come è andato per gli intermediari italiani il primo anno di Mifid2?

Il primo anno direi che si chiude con luci e ombre. Abbiamo fatto una ricerca, come Politecnico di Milano insieme a Moneyfarm che ha verificato l’impatto della normativa sulla rendicontazione ex ante ed ex post degli intermediari. La rendicontazione ex ante riguarda le informazioni di previsione sui costi che l’intermediario è tenuto a dare al cliente. Invece quella ex post – la parte più interessante – riguarda l’elenco che l’intermediario è tenuto a dare rispetto ai costi caricati sulla stessa gestione.

In questo primo anno ci sono state ‘luci e ombre’ perché dalla nostra ricerca appare che molto spesso le informazioni che vengono date agli investitori sono o incomplete o parziali. Mi riferisco, in particolare, alla rendicontazione dei costi. Nella nostra ricerca abbiamo distinto tre diversi piani. Il primo ambito è quello delle informazioni obbligatorie, quelle che secondo la direttiva Mifid2 devono essere obbligatoriamente comunicate. Da questo punto di vista, in generale, gli intermediari si sono comportati abbastanza bene: quasi tutti hanno rispettato al 100% le indicazioni, in modo parziale o integrale.

Il secondo ambito è invece quello delle best practice. Per chiarire alcuni dubbi interpretativi l’Esma negli scorsi mesi ha emanato una serie di indicazioni. Queste non hanno valore di direttiva, ma rappresentano delle buone pratiche e sono state esplicitate sotto forma di domanda/risposta, le famose Q&A. Nelle nostre valutazioni ci siamo ispirati anche alle linee guida delle associazioni di riferimento come Ascofind.

Nel terzo punto del nostro studio abbiamo individuato dei parametri di leggibilità e di immediatezza delle informazioni comunicate che, secondo noi, rappresentavano degli elementi qualificanti rispetto all’informativa. Ci si poteva aspettare che bene o male i rendiconti fossero tutti uguali, invece analizzando le informative fornite da 18 diversi intermediari italiani, focalizzati su una clientela retail, abbiamo notato che alcuni sono andati molto bene e l’informativa è di qualità elevata, altri invece meno e nella nostra scala di valutazione non raggiungono la sufficienza.

Quali sono stati i passi falsi più gravi da parte degli intermediari?

I casi particolarmente critici sono stati, ad esempio, la lunghezza del report che in alcuni casi andava oltre le 30 pagine perché il report conteneva anche una serie di informazioni che non erano propriamente relative ai costi: c’erano anche informazioni commerciali o sull’intermediario. E questo secondo noi non rappresenta una buona pratica, perché vuol dire che le informazioni sono ‘annegate’, sommerse in mezzo ad altri dati.

Un altro punto dolens è il modo in cui sono state chiamate i famosi inducement, le retrocessioni. Sono pochissimi gli intermediari che hanno utilizzato un’espressione in linea con le raccomandazioni Esma. Alcuni, addirittura, li hanno chiamati incentivi o costi di collocamento. In realtà l’informazione corretta che bisogna dare agli intermediari è che si tratta di pagamenti, retrocessioni, che il distributore e le reti ricevono per aver collocato il prodotto e che poi gravano in ultima analisi sugli investitori.

Alla fine della vostra analisi avete realizzato una classifica. Tutti promossi?

Assolutamente no. Abbiamo utilizzato una scala di valutazione in trentesimi, proprio come all’università. Alcuni intermediari sono andati bene, hanno realizzato un punteggio di 26 o superiore. Altri invece non raggiungono la sufficienza, che equivaleva a rispondere in pieno a quelli che sono i requisiti obbligatori. Alcuni si avvicinano alla sufficienza proprio perché, secondo noi, hanno dato in maniera parziali informazioni che dovrebbero essere date in maniera completa rispetto ai requisiti richiesti da Mifid2.

Perché avete scelto di non pubblicare i nomi dei 18 intermediari finanziari di cui avete analizzato i rendiconti?

È una scelta che abbiamo discusso a lungo. Nel report diciamo quali sono gli intermediari che abbiamo analizzato, ma non li associamo al punteggio finale. Io penso che serva per far capire esattamente qual è il senso e la motivazione del lavoro: non si voleva mettere sulla gogna nessuno o individuare dei colpevoli o fare una caccia alle streghe. Si voleva fare una semplice analisi laica e neutra della situazione. Devo dire però che in seguito diversi intermediari ci hanno contattato e che chiunque vorrà potrà certamente sapere qual è stata la sua valutazione. Su questo, noi siamo aperti a un confronto.

Quanti sono stati gli intermediari che vi hanno contattato dopo la pubblicazione dei risultati del vostro studio?

Ad oggi abbiamo ricevuto richieste da 5 intermediari su 18. La cosa un po’ curiosa è che ci hanno scritto gli intermediari che sono andati molto bene e quelli che sono andati abbastanza male. Probabilmente i primi erano alla ricerca di una conferma di aver prodotto dei report di buona qualità e gli altri erano invece curiosi di sapere su quali aspetti non erano riusciti a reggere il confronto rispetto ai loro concorrenti. Abbiamo dato disponibilità per un confronto, perché – in un’ottica di un progetto di ricerca – non pensiamo di essere depositari della verità, siamo aperti a confrontarci, a un dialogo.

Sono ancora passati pochi giorni, ma ad oggi non abbiamo ancora ricevuto riscontri negativi. Da un certo punto di vista ci fa piacere, perché vuol dire che abbiamo scritto cose abbastanza giuste, altrimenti avrebbero protestato o ci avrebbero detto qualcosa. Però aspettiamo, magari qualcuno ci darà dei feedback più corposi. Gli intermediari che sono andati bene e quindi hanno avuto conferma dalle nostre valutazioni di essere sul podio, ci hanno fatto i complimenti. E anche questo ci fa piacere.

Da Mifid2 ci si aspettava soprattutto una maggiore trasparenza sul fronte dei costi. A maggio del 2018 Tiziana Togna, responsabile divisione intermediari di Consob, spiegava così i nuovi oneri degli intermediari da questo punto di vista: “Sulla base delle nuove disposizioni l’intermediario dovrà dare sia ex ante che ex post al cliente l’ammontare dei costi che sostiene sia per l’acquisto del prodotto che per la prestazione del servizio, oltre che l’impatto di quel costo sul rendimento del prodotto. Questo in modo tale che il cliente potrà apprezzare in ogni momento, sia nella fase ex ante che nella fase ex post, quanto i costi hanno avuto impatto sul rendimento del suo investimento.

Ma in Italia ci sono stati degli effetti immediati in seguito all’entrata in vigore della normativa? Lo abbiamo chiesto a Maurizio Primanni, fondatore e amministratore delegato di Excellence Consulting

Noi monitoriamo sistematicamente i risultati economici delle banche, degli asset manager, delle reti di consulenti e devo dire che già quest’anno – abbiamo fatto un’analisi a settembre del 2019 – rispetto a settembre 2018 si vede qualche piccolo movimento. Se i ricavi complessivi dell’area di business dell’asset management sono aumentati un po’ per tutte le banche, in realtà se andiamo a raffrontare questi ricavi al volume degli asset gestiti ci rendiamo conto di due aspetti.

Lato reti c’è stata la capacità di gestire il fenomeno della trasparenza, perché addirittura la redditività degli asset tra settembre 2018 e 2019 è aumentata. Lato banche, invece, i due maggiori istituti di credito hanno tenuto per via delle loro dimensioni, ma il restante parterre delle banche italiane comincia ad avere un segno negativo. Avere un segno negativo in una fase in cui i mercati sono andati bene – e sono cresciuti – può significare che Mifid ha avuto qualche effetto, magari indiretto.

E per quanto riguarda gli attori del risparmio gestito?

L’effetto maggiormente atteso era legato alla trasparenza dei prezzi, veniva veicolata ai clienti tramite il rendiconto finanziario, che quest’anno è arrivato tendenzialmente in ritardo. Complici il ritardo nella percezione dei rendiconti e una ridotta sensibilità dei clienti italiani su questa tematica rispetto ad altri Paesi, a oggi un impatto significativo in termini di contrazione dei prezzi dei prodotti finanziari non c’è stato.

Sul tema è d’accordo anche il professor Giudici:

Sono convinto che l’effetto abbia riguardato soprattutto gli addetti ai lavori. È vero che ci sono stati dei risparmiatori che – o per curiosità avendo ricevuto il report – o soprattutto per l’ottimo lavoro che stanno facendo i giornalisti nel diffondere le tematiche relative a Mifid2, qualcuno si sia posto dei problemi. Noi crediamo però – e abbiamo ricevuto il conforto da parte di alcune società di consulenza – che in Italia ci sia un’elasticità nella domanda di servizi finanziari molto bassa.

C’è una certa affezione da parte dei clienti alla banca di riferimento, al proprio consulente di riferimento. Difficilmente passano a un altro possibile fornitore. In effetti i numeri ci mostrano che in Italia i costi delle gestioni sono un po’ più altri rispetto alla media degli altri Paesi europei. Anche questa evidenza è compatibile col fatto che in realtà è difficile in Italia che un piccolo risparmiatore cambi soggetto o gestore solo perché confronta i costi diversificati.

In futuro ci potrebbe però essere un effetto più diretto sui costi dei prodotti?

Nel misurare l’impatto della Mifid2 in termini riduzione prezzi dei prodotti finanziari si è fatto riferimento a quello che è successo in altri Paesi che prima dell’Europa hanno introdotto una normativa simile a Mifid2, in particolare Regno Unito e Paesi Bassi. Le normative introdotte in questi paesi non erano in tutto e per tutto uguali a Mifid2, nel senso che erano ancora più stringenti, obbligavano i consulenti a farsi remunerare direttamente per l’attività di consulenza.

Però in quel caso l’aumento della trasparenza ha inciso direttamente sulla riduzione dei prezzi dei prodotti finanziari: nel Regno Unito nell’ordine del 15%, nei Paesi Bassi addirittura del 25%. In Italia chiaramente nessuno è in grado di prevedere cosa succederà. Ci sono state tante previsioni fatte da società di ricerca – anche noi abbiamo contribuito – che non sono andate tutte nella stessa direzione.

Professor Giudici, come sottolinea anche il vostro studio nessun intermediario si è distinto per tempestività nell’invio dell’informativa ai propri clienti, nonostante la raccomandazione di Esma fosse quella di provvedere “il prima possibile”. Di chi è la colpa? I distributori accusano i produttori di un ritardo nell’invio delle informazioni e viceversa.

Per rispondere citerei due fattori. Il primo è stato la tempistica: molte rendicontazioni sono state prodotte oggettivamente tardi. Nel nostro report, disponibilie online, dimostriamo che il 61% dei report è stato ricevuto a luglio, in piena estate, il che vuol dire più di sei mesi dopo la chiusura del periodo di rendicontazione. Su questo primo aspetto si sono sentite voci discordanti, che noi in quanto ricercatori abbiamo analizzato nel complesso.

Da una parte è stato detto malignamente che si è aspettata l’estate perché gli investitori erano meno attenti in questo periodo, vuoi perché il 2018 è andato male e il 2019 è andato bene quindi si poteva far vedere che i primi mesi del nuovo anno avevano generato una performance positiva per gli investitori.

Dall’altra parte i diretti interessati hanno sottolineato una tematica che, oggettivamente, può anche essere giusta ovvero che nel momento in cui devono essere forniti i costi bisogna anche raccogliere una serie di informazioni a monte sui prodotti che vengono distribuiti nelle gestioni. Gli intermediari hanno dovuto chiedere alle case produttrici, ai gestori dei fondi, di dare loro le informazioni necessarie che nella rendicontazione a valle dovevano poi essere ribaltate.

Questo ovviamente richiede dei processi, delle architetture e dei tempi. Il secondo fattore riguarda invece il fatto che Esma abbia dovuto dirimere tutti i dubbi interpretativi sulla normativa attraverso le sue Q&A. Quindi a varie riprese agli intermediari è stato chiesto di istituire dei tavoli di confronto, oltre che delle integrazioni. Questo è condivisibile e giustificabile in una fase di avvio della sperimentazione. Ma certamente negli anni successivi tutto questo sarà molto diverso e dovremmo osservare una velocità maggiore nella diffusione dei record, perché molti dubbi saranno già stati chiariti.

Lei dottor Primanni invece cosa ne pensa?

Per capire chi ha ragione bisognerebbe fare un’analisi di quella che è la filiera della gestione dei dati di questo business. Nel modello che si è affermato su mercato italiano, di architettura aperta, effettivamente per una banca che lavora proponendo prodotti finanziari di tante controparti terze, riuscire a concretizzare il rendiconto finanziario in termini di costi-cliente per ogni singolo portafoglio è un’attività piuttosto complicata. È anche vero che le banche sapevano qual era la scadenza e tanti sono partiti per tempo facendo gli investimenti tecnologici necessari.

Probabilmente le tempistiche che erano state stimate per realizzare i programmi di adeguamento tecnologico spesso non sono state rispettate. Talvolta per complessità gestionale interna delle banche, altre volte perché qualche partner terzo non è stato così sollecito nel fornire i dati: è difficile dire chi ha ragione e chi ha torto. Ogni caso è a sé stante.

La sostanza è che la prima volta che doveva essere inviato questo rendiconto, non essendo stata data una scadenza definitiva da parte del regolatore, alla fine tendenzialmente il rendiconto è arrivato in ritardo. Io credo che l’anno prossimo però le banche saranno molto più rispettose della scadenza. Mi aspetto che nel 2020 i rendiconti arrivino tra il primo e il secondo trimestre.

Secondo quanto riportato dal Financial Times la Commissione europea e l’Esma starebbero lavorando a un processo di revisione della normativa, in seguito all’ondata di critiche che hanno riguardato Mifid2. È un processo necessario? E su quali punti, in particolare, si potrebbero indirizzare le modifiche?

Ho la sensazione che dal punto di vista normativo si sia stati, negli ultimi anni, molto più creativi di quanto non lo sia stati dal punto di vista del marketing delle singole banche. E quando si vogliono fare troppi passi avanti in un arco temporale piuttosto ristretto – soprattutto parlando di normative – spesso si lascia qualche area indeterminata.

Io credo non si dovrebbe procedere tanto con uno stravolgimento dell’attuale normativa, quanto piuttosto prendere atto delle istanze mosse dagli operatori su questa normativa e andare un po’ più nel dettaglio nel definire meglio certe prescrizioni.

Fornire quindi agli intermediari indicazioni più precise. Ad esempio, creando uno standard unico europeo per la rappresentazione aggregata dei costi e oneri. Per Giudici, se il primo rodaggio della normativa porterà a future correzioni, sarà solo un bene per l’industria

In effetti ci sono una serie di provvedimenti e di discussioni a livello europeo sul tema. Lo scorso luglio, in particolare, l’Esma ha lanciato una consultazione tesa a valutare l’impatto da parte degli operatori della disclosure sui costi ex ante ed ex post a seguito entrata in vigore della direttiva. C’è stato quindi un invito verso tutti gli operatori della filiera nel partecipare. Io credo che vedere i risultati di questa consultazione sarà estremamente interessante.

Sulla base di questo io sono convinto che ci saranno delle modifiche, che ci sarà una specie di tagliando sulla normativa. È  giusto così: ogni qual volta c’è un’innovazione bisogna monitorare effetti e risultati. E se si trovasse il modo di produrre una buona informativa per i piccoli risparmiatori – che hanno diritto ad avere queste informazioni – e rendere più snelli e meno costose le procedure per gli intermediari.. why not? Quindi, perché no?

Francesca Conti
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