Sostenibilità: sulla s la finanza Esg rischia di inciampare

Pieremilio Gadda
Pieremilio Gadda
14.7.2021
Tempo di lettura: 5'
Environmental, social, governance. Sono i tre pilastri della sostenibilità applicata agli investimenti. Ma mentre gli aspetti ambientali sono più facili da analizzare, quelli sociali presentano qualche criticità. Alfonso Del Giudice, ordinario di corporate finance alla Cattolica di Milano spiega quali

Il 75% degli investimenti sostenibili si basa su una qualche forma di integrazione tra analisi finanziaria e fattori Esg. Il 5% è riconducibile a investimenti tematici e a impatto

Sulle questioni sociali rimane un problema di definizioni e regolamentazione, che va affrontato il prima possibile.

Ampie aree dell'universo investibile si stanno tingendo di verde. Le masse gestite attraverso un'integrazione tra analisi finanziaria tradizionale e fattori di responsabilità sociale e ambientale, infatti, hanno superato da tempo i 30mila miliardi di dollari su scala globale, come certifica l'ultimo report della Global Sustainable Investment Alliance, l'organizzazione che riunisce le associazioni di tutto il mondo attive nella promozione della finanza sostenibile.

Negli ultimi due anni, poi, la crescita è stata esponenziale.

Approcci diversi alla sostenibilità

Esistono, però, infinite sfumature di green. Ovvero modi molto diversi di applicare la sostenibilità alle decisioni d'investimento. Al punto che l'investitore spesso fatica ad orientarsi.

“Volendo semplificare, possiamo distinguere due grandi famiglie di strategie”, premette Alfonso Del Giudice, professore ordinario di corporate finance all'Università Cattolica di Milano. “La prima integra i fattori Esg – environmental, social e governance – nei processi d'investimento con un obiettivo di mitigazione dei rischi.

La seconda famiglia è quella degli investimenti tematici e a impatto, che insieme alle strategie di engagement, cioè di azionariato attivo, guarda alla sostenibilità come opportunità d'investimento, non solo come strumento di risk managemet”.

Evidentemente, si tratta di una classificazione un po' rigida, utile a fare chiarezza, perché, come precisa Del Giudice, “esistono aree di sovrapposizione. Ma in linea di massima possiamo dire che il primo approccio abbraccia oltre il 75% degli investimenti sostenibili, mentre quelli tematici e a impatto rappresentano ancora una frazione marginale, inferiore al 5%”.

Investire a impatto

Uno dei motivi è che fare impact investing, per chi gestisce capitali, è più complicato: impone un approccio più rigoroso, che si prefigge di misurare l'impatto positivo generato sull'ambiente e sulla società, quantificandolo, per esempio, in tonnellate di CO2 “risparmiate”, litri d'acqua di scarico trattati e redistribuiti o bottiglie riciclate. Non solo. Se questo esercizio è relativamente più facile in riferimento alle tematiche ambientali, quando il focus migra sulle questioni sociali, la cosa si complica e non di poco.

“Qui c'è ancora un problema di definizioni: mentre il Regolamento sulla tassonomia ambientale, entrato in vigore lo scorso anno, ha già prodotto una sorta di vocabolario europeo della sostenibilità, identificando le attività e gli investimenti che sono sostenibili, la parte relativa agli aspetti sociali è più ambigua, scivolosa.

La regolamentazione, non a caso, è stata demandata ad un provvedimento ad hoc che, secondo i piani, dovrebbe vedere la luce entro la fine dell'anno. Rimangono però molti argomenti da mettere a fuoco, su questioni che riguardano, ad esempio, le relazioni di un'azienda con le comunità locali e i rapporti con i fornitori: non è immediato stabilire quali siano le coordinate della sostenibilità”.

Le nuove regole europee

Intanto, restando al quadro normativo, il regolamento Sfdr, entrato in vigore lo scorso 10 marzo, ha contribuito a fare qualche ulteriore passo in avanti sul piano della trasparenza, imponendo agli operatori dei mercati finanziari, siano asset manager o consulenti finanziari, di dichiarare come interpretano la sostenibilità, classificando i prodotti in due categorie.

Peccato che, come emerge dalle prime ricognizioni, nel famigerato articolo 8 vengano catalogati fondi con caratteristiche molto diverse: da quelli che adottano un approccio molto rigoroso di integrazione tra analisi finanziaria e Esg a quelli che si limitano a estromettere certi settori dall'universo investibile, figli di un modo un po' acerbo di guardare alla responsabilità sociale e ambientale, quello della finanza etica.

L'articolo 9, invece, è dedicato agli investimenti a impatto, che si pongono un obiettivo di sostenibilità più esplicito. Qui c'è meno spazio per i fraintendimenti, almeno sulla carta. “Ma rimane il problema di definire le metriche di riferimento: più facile per le questioni ambientali, meno su quelle che misurano variabili di natura sociale”, ribadisce Del Giudice.

Sostenibilità e rendimenti

L'unica certezza è che “l'integrazione tra analisi finanziaria tradizionale e criteri di responsabilità sociale e ambientale, aiuta a mitigare i rischi di natura sistemica. Questo dato, confermato da molti studi scientifici, è di per sé molto rilevante”, chiosa Del Giudice.

“Non si è ancora giunti, però, alla conclusione definitiva circa la capacità dei filtri di analisi Esg di generare sistematicamente un extra-rendimento rispetto alla finanza tradizionale. In ogni caso, non c'è dubbio: questa relazione si potrà misurare unicamente su un orizzonte di lungo termine”.

 
Direttore del magazine We wealth direttore editoriale della redazione di We Wealth. Nato a Brescia, giornalista professionista, è laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano. Nel passato ha coordinato la redazione di Forbes Italia e Collabora anche con l’Economia del Corriere della Sera e Milano Finanza.

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