Le piccole dell'Aim sono sempre più “verdi” (ma non lo comunicano)

Rita Annunziata
20.5.2021
Tempo di lettura: 3'
Su un universo di 149 società quotate sul segmento Aim di Borsa Italiana, sono 70 quelle che rendicontano la sostenibilità. Ma c'è un potenziale inespresso che attende di essere liberato

Sono 79 su 149 le società che oggi non pubblicano alcun tipo di rendicontazione esg, in calo rispetto al 2020 (quando erano 84 su 129)

A riportare l’orientamento alla sostenibilità più avanzato sono il comparto moda, health care, energy & utility, e industria

Sebbene oltre la metà delle imprese quotate sul segmento Aim di Borsa Italiana non dimostri una focalizzazione proattiva verso la sostenibilità e non rilasci un'informativa in tal senso, il trend “green” sembra essere in miglioramento rispetto al 2020: su un universo complessivo di 149 aziende (al 20 aprile 2021), sono scivolate da 45 a 70 le società che pubblicano una rendicontazione esg. E quelle con un orientamento avanzato in termini di esg risk management e esg strategico sono impennate del 91%.
Sono i dati raccolti del nuovo rapporto condotto da AcomeA e Sustainable value investors e presentato in occasione della digital round table La sostenibilità come nuova strategia d'impresa e di investimento. Un'occasione per fare un punto sui progressi in termini di divulgazione della sostenibilità delle piccole dell'Aim, ancora allo stato embrionale, e su come il dialogo con gli investitori possa rappresentare un punto di svolta dell'orientamento al “green” e del livello di rendicontazione qualitativo e quantitativo delle informazioni non finanziarie. Liberando così il potenziale inespresso delle piccole e medie imprese tricolori.

Sono dunque 79 su 149 le società che ad oggi non pubblicano alcun tipo di rendicontazione, in calo rispetto al 5 ottobre 2020 (quando erano 84 su 129). Le restanti 70 sopracitate, invece, mostrano orientamenti differenti alle tematiche ambientali, sociali e di buona governance: l'orientamento alle pubbliche relazioni (definito come “pr”), contrassegnato da “vaghe dichiarazioni o impegno verso la sostenibilità promossa più che altro come forma di auto-branding”, si legge nel rapporto; l'orientamento alla beneficenza (definito “charity”), in cui le attività di charity non risultano correlate al core business; l'orientamento alla gestione del rischio esg (definito “esg risk”), tipico delle società che divulgano e misurano le informazioni non finanziarie; e infine l'orientamento strategico (definito “esg strategico”), caratteristico di imprese che “integrano gli obiettivi di sostenibilità all'interno della strategia aziendale e del business, puntando a massimizzare il valore economico attraverso un modello di business sostenibile”, spiegano i ricercatori.
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Fonte: AcomeA e Sustainable value investors
Come si evince dalla tabella, le società che rilasciano informazioni esg qualitative con orientamento “pr” sono cresciute del 54% tra il 2020 e il 2021, passando da 24 a 37. Quelle invece con orientamento charity hanno conosciuto un “più” del 20% (da 10 a 12), per l'esg risk si parla del 300% (da 3 a 12) e per l'esg strategico del 13% (da 8 a 9). Quanto ai settori, a riportare l'orientamento alla sostenibilità più avanzato “sono il comparto moda e lusso, seguito dall'health care. Ma anche i settori industriali godono di una buona integrazione del rischio esg, mentre per l'energy & utilities ci sono ampi margini di miglioramento. In ritardo, infine, finanza e media & communication”, spiega Daniela Carosio, senior partner di Sustainable value investors. Inoltre, il 47% delle piccole dell'Aim che rilasciano un'informativa esg diffondono principalmente un bilancio di tipo qualitativo, il 31% rilascia dati quantitativi e il 27% rendiconta secondo gli standard del Global reporting initiative (Gri). Ma quali sono le motivazioni dietro la scarsa propensione alla rendicontazione? Secondo i ricercatori non si tratta di fattori strutturali (come la disponibilità di risorse finanziarie, energie e tempo) quanto piuttosto di una differente esposizione al controllo da parte di soggetti terzi, come gli investitori istituzionali.

“C'è tantissimo da fare e un potenziale enorme da sviluppare”, osserva Marco Ruspi, head of esg di AcomeA. “L'importante è farlo in maniera ben organizzata. Per questo, è necessario un processo di engagement ben selezionato e monitorato nel tempo, che vada a impattare soprattutto sulle società in cui si riesca a ottenere un ritorno. Solo così si potrà arrivare a risultati interessanti, far crescere il mercato, e mettere in moto un circolo virtuoso per attirare investitori, anche internazionali. Crediamo che con l'aiuto di tutte le parti in causa ci possa essere una spinta veramente forte e le società che riusciranno a coglierla e a farla propria potranno solo beneficiarne”, conclude Ruspi.

Dello stesso avviso Luca Tavano, head of product development mid&small cap-primary markets di Borsa Italiana, secondo il quale la chiave per convincere le piccole dell'Aim a intraprendere e accelerare questo cammino è legata al fatto che la sostenibilità non debba “essere vista come un obbligo di compliance ma come un'opportunità strategica per intraprendere un percorso di crescita sostenibile e migliorare il proprio posizionamento competitivo”. Di conseguenza, sono cinque le “lezioni” che a suo parere le pmi possono imparare dalle grandi imprese. Innanzitutto, focalizzarsi sui fattori esg che abbiano un impatto reale sul business e le performance operative; sforzarsi di comunicare e rendicontare in modo facilmente raggiungibile un set minimo di dati quantitativi; individuare una governance della sostenibilità, coinvolgendo board e principali manager; valorizzare le proprie azioni “verdi” senza cadere nella tentazione del greenwashing; e, infine, osservare i propri competitor, i best-in-class, identificando quali sono i bisogni dei diversi stakeholder e, soprattutto, degli investitori finanziari.
Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.
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