Fondazioni di origine bancaria: portafoglio "verde" per 2 su 3

Rita Annunziata
24.11.2021
Tempo di lettura: 3'
Secondo un nuovo studio del Forum per la finanza sostenibile in collaborazione con Acri e MondoInstitutional, due fondazioni di origine bancaria su tre integrano oggi i criteri esg all'interno del portafoglio. Ma la quota di patrimonio dedicata resta contenuta

Il 61% delle fondazioni di origine bancaria dichiara di effettuare investimenti sostenibili, in crescita del 52% sul 2020

Il 60% sta programmando di aumentare la quota di patrimonio dedicata a seguito dell’emergenza sanitaria

Se l'impegno per uno sviluppo sostenibile e inclusivo dei territori fa parte del dna delle fondazioni di origine bancaria, solo di recente si sta diffondendo una certa consapevolezza nell'integrare questi aspetti anche nella gestione patrimoniale. E l'emergenza sanitaria ha giocato la propria parte, spingendone il 60% a programmare di incrementare la quota di patrimonio investita secondo criteri sri. Ma i dati positivi non bastano. Anzi. Secondo gli esperti intervenuti in occasione del nuovo appuntamento della Settimana Sri organizzata dal Forum per la finanza sostenibile, ci sono ampi margini di miglioramento cui prestare particolare attenzione.
Stando alla seconda edizione della ricerca sulle politiche sri delle fondazioni di origine bancaria - realizzata dal Forum in collaborazione con Acri e MondoInstitutional con il sostegno di BlackRock, Dpam, Etica sgr e Natixis investment managers su un campione di 33 fondazioni - il 61% dichiara oggi di effettuare investimenti sostenibili, in crescita del 52% sul 2020. Si tratta di enti concentrati principalmente nelle aree del nord ovest (7) e del nord est (7), la metà dei quali di grandi dimensioni (gestiscono complessivamente 27 miliardi di euro) e cinque medio-grandi. Tra le motivazioni principali che le spinge a integrare i criteri esg all'interno dei portafogli emerge innanzitutto la coerenza di tale tipologia di investimenti con le loro finalità istituzionali (per 15 su 20), seguita dalla possibilità di coniugare l'impatto socio-ambientale con un congruo ritorno economico e di gestire più efficacemente i rischi finanziari (10 su 20).
Quanto a quelle che non applicano alcuna strategia d'investimento sostenibile (13 su 33), otto hanno già avviato valutazioni in merito. E per tre di queste ultime il processo di valutazione potrebbe concludersi in un lasso di tempo compreso tra sei mesi e un anno. Le principali criticità individuate sono la difficoltà di misurare gli impatti ambientali e sociali generati e l'assenza di dati affidabili e standardizzati. Tra le opportunità, invece, citano ancora la coerenza degli investimenti sostenibili con le finalità istituzionali delle fondazioni, la possibilità di coniugare l'impatto socio-ambientale con un congruo ritorno economico e la spinta del contesto normativo di riferimento. Tre fondazioni su cinque, che non adottano e non hanno avviato valutazioni in merito alle strategie sri, ammettono di non aver ancora affrontato il tema. Ma la nota positiva, nelle parole di Anna Crocetti, research officer and membership management del Forum per la finanza sostenibile, è che “nessun ente ha motivato la mancata adozione di investimenti sostenibili con la loro presunta rischiosità, scarsa redditività o eccessiva onerosità”.

C'è però un tema da attenzionare, aggiunge. Sulle 20 fondazioni che integrano i criteri esg, ben 14 applicano questo approccio solo a una percentuale compresa tra lo 0 e il 25% del patrimonio in gestione. Anche se cresce il numero di quelle che lo applicano a una quota compresa tra il 50 e il 75% (da 2 a 3). Con riferimento alle classi di attivo in cui vengono maggiormente integrati i criteri esg all'interno dei portafogli delle fondazioni, interviene Stefano Gaspari, amministratore unico di MondoInstitutional, l'80% rivela una particolare attenzione all'utilizzo degli investimenti alternativi. “Quanto alle strategie sri adottate, quelle che riscuotono più successo sono le esclusioni (14 su 20, con particolare riferimento alla produzione e al commercio delle mine anti-uomo e alla pornografia) e l'impact investing (12 su 20). Mentre continua a essere meno diffusa la strategia dell'engagement, con la quale gli investitori attuano una partecipazione attiva nei confronti delle imprese investite”, spiega Gaspari, evidenziando come un'accelerazione in tal senso “potrebbe arrivare dalla normativa Shareholder Rights II che, sebbene non sia espressamente rivolta al mondo delle fondazioni, mira a un maggior attivismo degli investitori”. “La situazione è in chiaroscuro”, aggiunge in conclusione Giorgio Righetti, direttore generale di Acri. “È chiaro che da un anno all'altro si riscontri un elemento di attenzione a certe tematiche, ma rimangono ampi spazi di miglioramento”.

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