Crescita delle emissioni? Un macigno su pil e diseguaglianze

Rita Annunziata
19.3.2021
Tempo di lettura: 3'
L'attività economica è causa e vittima dei cambiamenti climatici: in uno scenario estremo di innalzamento delle emissioni, il pil pro capite potrebbe subire una contrazione dell'8,5% nel 2080 e fino al 25% nel Mezzogiorno. Ma i banchieri centrali potranno giocare la loro parte

Tre quarti delle emissioni di gas serra sono generate dalla combustione di energia e le temperature medie influenzano in modo crescente tutte le imprese, a partire da quelle più esposte agli eventi naturali (come quelle agricole)

In uno scenario estremo, il pil pro capite potrebbe subire una contrazione del 3,7% nel 2050 e dell'8,5% nel 2080. Una caduta che risulterebbe limitata o nulla nel settentrione, ma che potrebbe raggiungere livelli ancora più allarmanti nel Mezzogiorno

Banca d'Italia ha deciso di integrare i criteri di sostenibilità alla propria politica d'investimento. Un impegno che è parte di una strategia complessiva in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione e di crescita sostenibile dell'Unione europea

Negli ultimi anni la questione ambientale ha conquistato il proprio spazio tra le priorità dei banchieri centrali. Ma, forse, non ancora abbastanza. Secondo un nuovo occasional paper di Banca d'Italia, l'attività economica è oggi causa e vittima dei cambiamenti climatici. Tre quarti delle emissioni di gas serra sono generate dalla combustione di energia e le temperature medie, sempre più elevate, influenzano in modo crescente tutte le imprese, a partire da quelle più esposte agli eventi naturali (come quelle agricole). Ma la strada da percorrere per riconvertire l'intero sistema in ottica sostenibile, secondo quanto sancito dall'Accordo di Parigi del 2015, non è priva di ostacoli. Un contesto che rende necessaria una valutazione dei rischi che potrebbero materializzarsi anche nel breve periodo.
Le anomalie climatiche, spiegano i ricercatori, possono danneggiare il “benessere individuale in modo diretto o indiretto”. Nel primo caso, il progressivo incremento delle temperature si traduce in una contrazione della produttività del lavoro, intaccando soprattutto quei settori che prevedono lavorazioni all'aria aperta (come l'agricoltura e le costruzioni). “Secondo alcuni studi, i giorni particolarmente caldi comportano una perdita di produttività superiore al 22% per l'aumento dello stress da calore”, si legge nell'analisi. “Inoltre, un prolungato periodo di giornate calde e umide accresce l'incidentalità sul posto di lavoro e la probabilità che i lavoratori possano contrarre malattie infettive trasmesse da insetti vettori”. Per non dimenticare poi anche l'impatto sul consumo degli individui per garantire un livello minimo di comfort nelle abitazioni durante in periodi estivi, con un'incidenza dei costi maggiore per le famiglie più vulnerabili, oltre ai danni causati da eventi climatici estremi sull'ambiente circostante.

Impatto sul pil fino al 25% nel 2080


Problematiche che si potrebbero tradurre poi in un crollo della crescita economica nel lungo termine. Secondo un recente lavoro portato in auge dai ricercatori dell'istituto guidato da Ignazio Visco, in uno scenario estremo di innalzamento delle temperature medie (indicato come Rcp8.5, che si concretizzerebbe qualora non venisse fatto alcuno sforzo per ridurre le emissioni di gas serra), il prodotto interno lordo pro capite subirebbe una contrazione del 3,7% nel 2050 e dell'8,5% nel 2080. Una caduta che risulterebbe limitata o nulla per il settentrione, ma che potrebbe raggiungere livelli ancora più allarmanti per il Mezzogiorno (si parla di una perdita tra il 5 e il 15% del pil nel 2050 e fino al 25% nel 2080), incidendo dunque sui divari territoriali e sulle diseguaglianze.
Ma questo approccio riporta due tipi di limitazioni, precisa Bankitalia. “La natura puramente statistica dell'analisi non permette di qualificare e quantificare i canali che contribuiscono a questi risultati e non considera le possibili evoluzioni nelle azioni di adattamento e nell'evoluzione delle tecnologie. Un elemento che suggerisce una particolare cautela nell'interpretazione dello studio è soprattutto il fatto che si assume uno scenario climatico estremo che, pur essendo il più utilizzato nella letteratura economica, è riconosciuto come poco realistico. Gli effetti stimati con uno scenario compatibile con Rcp4.5 (l'emissione di gas a effetto serra è arginata, ma le loro concentrazioni nell'atmosfera aumentano ulteriormente nei prossimi 50 anni, ndr) sarebbero ridotti di oltre la metà”, spiegano.
Stando inoltre ad alcune proiezioni più recenti, elaborate su un modello che considera diversi settori e paesi, in caso di un aumento delle temperature di 1,5°C al 2030, le perdite economiche per le regioni del sud Europa sarebbero inferiori all'1% del pil, mentre salirebbero a poco più dell'1% e poco meno del 4% in caso di incrementi rispettivamente di 2°C al 2050 e 3°C al 2070. “Tali stime, in posizione mediana se confrontate con le precedenti, sottolineano tuttavia che l'importanza delle perdite potrebbe essere rilevante per alcuni settori quali quello agricolo, che potrebbe registrare una riduzione dei rendimenti fino a circa il 5%, e quello energetico, che subirebbe un aumento dei costi fino all'1%”, scrivono i ricercatori.

Qual è il ruolo delle banche centrali?


Tra l'altro, i rischi climatici possono incidere anche sulla solidità degli intermediari e sulla stabilità del sistema finanziario, oltre a interferire con i canali di trasmissione di politica monetaria e sulla stabilità dei prezzi. Ma cosa possono fare, in questo scenario, i banchieri centrali? “L'azione delle banche centrali nel contrastare tali rischi è complicata dalle loro caratteristiche specifiche, la cui analisi richiede di integrare con nuovi elementi gli strumenti normalmente utilizzati, come gli stress test con cui viene valutata la stabilità del sistema finanziario e i modelli utilizzati per la conduzione della politica monetaria. In prospettiva, l'intervento delle banche centrali nell'economia non potrà prescindere dal considerare i cambiamenti climatici e le loro implicazioni economiche”, ammoniscono i ricercatori.

Intanto, Banca d'Italia ha deciso di integrare i criteri di sostenibilità alla propria politica d'investimento, con l'obiettivo di contribuire allo sviluppo green e al miglioramento della gestione dei rischi finanziari e reputazionali dei propri investimenti. Una politica che, secondo quanto riferito dall'istituto, ha generato “significativi miglioramenti” dell'impronta ambientale e che proseguirà come “parte di una strategia complessiva in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione e di crescita sostenibile” del Paese e dell'Unione europea nel suo complesso.

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