Cop26 tra accordi e resistenze: ecco cosa è successo a Glasgow

Rita Annunziata
12.11.2021
Tempo di lettura: 7'
Dopo due settimane di incontri, scontri e resistenze, la Cop26 potrebbe aprirsi ai tempi supplementari. Ma alcuni accordi sono stati già raggiunti

Nella seconda bozza del documento finale della Cop26, l’invito a sbloccare un fondo da 100 miliardi di dollari entro il 2023 a favore dei paesi meno sviluppati è sparito

A dare una spinta ai negoziati, l’intesa tra Washington e Pechino. Si parla di un gruppo di lavoro bilaterale volto a “potenziare l’azione sul clima” nel decennio in corso

Sono trascorse quasi due settimane da quando Boris Johnson ha aperto i lavori della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima a Glasgow. Due settimane di incontri, scontri e resistenze, ma anche di alleanze inattese (come quella tra Washington e Pechino). E che potrebbero lasciare spazio ai tempi supplementari, nella speranza di strappare accordi più ambiziosi.
Nella seconda bozza del documento finale della Cop26, circolata all'alba, l'invito a sbloccare un fondo da 100 miliardi di dollari entro il 2023 a favore dei paesi meno sviluppati è sparito. Ci si limita a sollecitare i “paesi sviluppati a deliberare pienamente e urgentemente sull'obiettivo dei 100 miliardi di dollari” sottolineando l'importanza della trasparenza nella messa a terra dei loro impegni. Permane l'obiettivo di contenere il riscaldamento globale sotto gli 1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali, tagliare le emissioni di anidride carbonica del 45% entro il 2030 rispetto al 2010 e raggiungere il “net-zero” entro la metà del secolo (ma l'India ha già dichiarato che non lo farà prima del 2070 e Russia, Cina e Arabia Saudita prima del 2060). Restano scoperti i due paragrafi più discussi, relativi al Paris Rulebook (le regole per l'attuazione degli Accordi di Parigi) e alla trasparenza (le regole per comunicare i risultati sulla decarbonizzazione).
A dare una spinta ai negoziati, l'intesa tra Washington e Pechino. Il capo negoziatore cinese, Xie Zhenhua, e l'inviato statunitense, John Kerry, hanno presentato lo scorso 10 novembre una dichiarazione congiunta in due conferenze stampa separate. Si parla di un gruppo di lavoro bilaterale volto a “potenziare l'azione sul clima” nel decennio in corso e che si riunirà a partire dal secondo semestre del prossimo anno. Un disgelo, quello tra le due superpotenze, che è stato anticipato dall'intervento dell'ex presidente Barack Obama che, alla Cop26, ha ricordato gli “importanti progressi” degli ultimi cinque anni, chiedendo un'azione più decisa da parte di governi, settore privato, società civile e filantropi. Per Obama “ora che il presidente Joe Biden e la sua amministrazione si sono uniti agli Accordi di Parigi” il governo statunitense “è di nuovo pronto ad assumere un ruolo di leadership”. Un aspetto rilevante se si considera che “non siamo neanche lontanamente dove dovremmo essere”.

Intanto, altri accordi sono stati raggiunti. Un gruppo di paesi ha aderito alla Beyond oil and gas initiative, coalizione volta a rafforzare l'ambizione climatica globale allineando la produzione di petrolio e gas agli obiettivi del 2015. Promossa da Costa Rica e Danimarca, conta tra i propri soci “a pieno titolo” Francia, Irlanda, Svezia, Groenlandia, Quebec e Galles. Portogallo, Nuova Zelanda e California sono membri “associati” e l'Italia ha aderito come paese “amico”. “L'Italia è persino più avanti”, ha spiegato il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. “Siamo molto avanti sul phase out del carbone e sul gas abbiamo le idee chiare: abbiamo il più grande programma di rinnovabili al momento scritto che prevede 70 miliardi di watt in più di impianti rinnovabili nei prossimi nove anni. Il nostro obiettivo è arrivare al 2030 al 70% di energia elettrica rinnovabile”.

Inoltre, come annunciato da Boris Johson nella seconda giornata del summit, i leader di 100 paesi hanno raggiunto un impegno internazionale volto a interrompere il processo di deforestazione entro il 2030. Un obiettivo da 19,2 miliardi di dollari, sottoscritto da nazioni che ospitano oggi l'85% delle foreste del mondo, comprese Russia, Cina, Indonesia, Colombia, Congo e Brasile. Per non dimenticare l'iniziativa firmata da 108 paesi volta a contrarre del 30% le emissioni di metano entro il 2030 (che vede tagliarsi fuori Cina, India e Russia), l'accordo sulla dismissione delle centrali a carbone, e quello siglato da 22 paesi affinché tra il 2035 e il 2040 tutti i nuovi veicoli venduti siano elettrici (in questo caso tra i non firmatari si ricordano Germania, Giappone, Stati Uniti e Cina).

Certo, non mancano gli scettici. Specie sugli impegni assunti dalle grandi aziende. Come ricorda il Financial Times, un numero crescente di attivisti ambientali, regolatori e organizzazioni multilaterali sostengono che le iniziative volontarie intraprese finora non hanno avuto affatto l'impatto necessario ad allontanare l'umanità dalla catastrofe climatica. Un recente sondaggio di Accenture e dell'Un Global Compact ha rivelato che appena 18% degli amministratori delegati globali ritiene che i governi abbiano fornito loro la chiarezza utile a fissare obiettivi in linea con il contenimento del riscaldamento globale sotto gli 1,5°C. Inoltre, le evidenze del Science based targets mostrano come solo un'azienda su cinque con sede nei paesi del G20 abbia fissato obiettivi di riduzione delle emissioni allineati agli Accordi di Parigi. Una percentuale che scivola al 6% al di fuori dei paesi del G7.

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