Clima: i giganti del tech sono dei veri “influencer”?

Rita Annunziata
2.2.2021
Tempo di lettura: 3'
Secondo uno studio di InfluenceMap, solo il 4% delle attività di lobbying dei giganti del tech si focalizzano sulla lotta ai cambiamenti climatici. Un sostegno minato anche dalla loro appartenenza a gruppi industriali che continuerebbero a fare pressione contro gli Accordi di Parigi. Più avanti le big petrolifere

Se questioni come la riforma sull'immigrazione sembrerebbero interessare tutti i giganti del tech, le big petrolifere focalizzano maggiormente le proprie attività di lobbying sui combustibili fossili

Bill Weihl, fondatore di ClimateVoice: “Nonostante la loro filosofia pro-clima, i giganti del tech non stanno sostenendo l'audace politica climatica di cui abbiamo bisogno. Chiediamo loro di utilizzare la propria enorme influenza per affrontare questo momento”

Alla fine dello scorso anno, le cinque maggiori società tecnologiche statunitensi (Alphabet, Apple, Amazon, Microsoft e Facebook) riportavano una capitalizzazione di mercato combinata pari a 7,4 trilioni di dollari, il 25% del valore totale dell'S&P 500. Mentre le altre imprese facevano i conti con le conseguenze della crisi pandemica, nel terzo trimestre registravano 52 miliardi di profitti. Una concentrazione di potere economico e finanziario che, tuttavia, sembrerebbe non essere legata a un eguale impegno strategico nell'influenzare le politiche di governo. Almeno sul fronte dell'emergenza climatica.
Secondo lo studio Big tech and climate policy del think tank indipendente InfluenceMap, sebbene dichiarino piani ambiziosi sull'azzeramento delle emissioni, solo il 4% delle attività di lobbying relative al periodo 2019-2020 si sono focalizzate sulla lotta ai cambiamenti climatici (contro il 38% delle big petrolifere). Nel dettaglio, si parla del 2% per Apple, 3% per Alphabet, 3% per Amazon, 5% per Microsoft e 6% per Facebook. Un sostegno minato anche dalla loro appartenenza a “potenti gruppi industriali”, come la Camera di commercio degli Stati Uniti, la National association of manufacturers, la Japan business federation e BusinessEurope, che continuerebbero a fare pressione contro le misure vincolati necessarie al raggiungimento degli obiettivi dell'Accordo di Parigi.
Se questioni come la riforma sull'immigrazione sembrerebbero interessare tutti i giganti del tech, al contrario le big petrolifere focalizzerebbero maggiormente le proprie attività di lobbying sulle questioni legate alle infrastrutture per i combustibili fossili e alla regolamentazione delle emissioni, come il Pipes act, il Methane waste prevention act e lo Use it act. Eppure, con un punteggio di “engagement intensity” pari al 29%, Microsoft ha recentemente mostrato un crescente interesse per la carbon tax, mentre Amazon (17%) risulta impegnata sul tema dell'elettrificazione dei trasporti. Più in ritardo Facebook, che chiude il cerchio con un punteggio pari all'11%. Sul versante opposto si posizionano società strategicamente impegnate sul fronte della politica climatica, come Unilever (39%) e Iberdrola (53%). Ma anche ExxonMobil (40%) che, tuttavia, si starebbe impegnando negativamente per ritardare o bloccare le misure di politica climatica allineate all'Accordo di Parigi.
Secondo i ricercatori, inoltre, le cinque società tecnologiche si sarebbero concentrate maggiormente su questioni tecniche relative ai propri business, come il rifornimento di energia pulita, trascurando invece questioni strategiche come gli standard sulle emissioni di gas serra e le regolamentazioni per promuovere tecnologie a basse emissioni di carbonio. “Le big del tech sono alcune delle aziende più potenti al mondo – commenta Sheldon Whitehouse, politico statunitense e senatore per lo Stato del Rhode Island – Fanno accadere le cose, quando vogliono che le cose accadano. Questo rapporto mostra come, tuttavia, si siano rifiutate di alzare un dito per promuovere un'azione globale per il clima”. “Nonostante la loro filosofia pro-clima, i giganti del tech non stanno sostenendo l'audace politica climatica di cui abbiamo bisogno”, aggiunge Bill Weihl, fondatore di ClimateVoice. Poi conclude: “Chiediamo loro di intensificare le pressioni e utilizzare la loro enorme influenza per affrontare questo momento”.

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