Borsa Italiana si tinge di “green” a metà

Rita Annunziata
8.4.2021
Tempo di lettura: 3'
Secondo un'analisi di V-Finance, solo il 49% delle società quotate sui listini di Borsa Italiana rendiconta la sostenibilità. Una percentuale che scivola al 7% per le piccole dell'Aim. Anna Lambiase: “L'analisi dei miglioramenti nelle variabili esg avrà un significativo impatto sulle loro performance finanziarie”

Si parla complessivamente di 184 società quotate che rendicontano la sostenibilità, di cui 131 appartenenti al mercato Mta, 40 al Ftse Mib e 13 all'Aim. Tutte imprese che considerano lo standard Gri come criterio di rendicontazione

Anna Lambiase: “L'impatto della Tassonomia sulle società quotate seguirà due direzioni. In entrambi i casi, l'analisi dei miglioramenti nelle variabili esg sarà cruciale e avrà un significativo impatto anche sulle loro performance finanziarie”

Sebbene le ultime statistiche di Morningstar mostrino come nell'anno della crisi il numero di fondi esg abbia toccato quota 3.196 solo in Europa, in crescita del 52% rispetto al 2019, Piazza Affari continua a tingersi di “green” solo a metà. Secondo un'analisi di V-Finance (società del gruppo Ir Top Consulting specializzata in esg advisory), il 49% delle società quotate sui listini di Borsa Italiana rendiconta la sostenibilità, una percentuale che scivola al 7% se si considerano le piccole dell'Aim.
Si parla infatti complessivamente di 184 imprese. Di queste, 131 appartengono al mercato Mta (di cui 57 al segmento Star), il 58% delle quali rendiconta le informazioni non finanziarie e il 9% redige un report di sostenibilità; 40 appartengono al mercato Ftse Mib (di cui due al segmento Star), l'88% delle quali redige la dnf e il restante 12% un report di sostenibilità; e 13 appartengono al mercato Aim (tutte, in questo caso, realizzano report di sostenibilità tranne una che, appartenendo a un gruppo sottoposto all'obbligo di rendicontare la dnf, divulga il documento della controllante).

Tutte le società analizzate, spiega V-Finance, considerano lo standard Gri come criterio di rendicontazione, che vede “l'analisi di materialità e la definizione dei temi materiali (che riflettono l'impatto economico, sociale e ambientale di un'impresa, ndr) come il fulcro da cui partire per analizzare la sostenibilità di un'azienda”. E lo studio si è focalizzato proprio su questi aspetti, comparandoli poi con le indicazioni della Materiality Map di Sasb (Sustainability accounting standards board). Un approccio che identifica cinque dimensioni (ambiente, social capital, human capital, business model & innovation, leadership & governance) e le declina in 77 microsettori merceologici e 11 macrocategorie di mercato.

Quello che emerge è che il macromercato maggiormente “compliant” con la Materiality Map di Sasb è l'estrazione e la lavorazione di minerali, con una media (ponderata con il numero di aziende appartenenti al macrosettore) pari al 53,31%. Seguono il settore della trasformazione delle risorse (52,58%), i beni di consumo (48,81%) e i trasporti (45,91%). Il trio meno performante, invece, è composto dalle risorse rinnovabili e le energie alternative (41,43%), la finanza (40,28%) e la sanità (38,34%). Prendendo poi in considerazione i microsettori merceologici, al primo posto salta il mercato dell'estrazione e lavorazione dei materiali per l'edilizia (63%), accompagnato dal trasporto su rotaia (61,29%) e dalla raffinazione di petrolio e gas (60%).
Per quanto riguarda le singole variabili, nel caso dell'ambiente (che comprende le emissioni ghg, la qualità dell'aria, l'impatto ecologico ambientale, e la gestione dell'energia, dell'acqua, delle acque reflue, dei rifiuti e dei materiali pericolosi) il macromercato maggiormente in linea con la Materiality Map di Sasb è quello dei trasporti (59,42%), mentre il microsettore è quello della raffinazione di petrolio e il gas (con il 100% delle imprese che rendicontano i temi materiali ambientali). In ambito social capital (diritti umani e relazioni comunitarie, privacy del cliente, sicurezza dei dati, accessibilità e convenienza, qualità e sicurezza del prodotto, benessere del cliente, pratiche di vendita ed etichettatura dei prodotti) spiccano il macromercato della finanza (52,80%) e il microsettore dell'assistenza sanitaria (100%).

Per l'human capital (pratiche di lavoro, salute e sicurezza dei dipendenti, coinvolgimento dei dipendenti, diversità e inclusione) si parla della trasformazione delle risorse (96%), mentre per le variabili “business model & innovation” (design del prodotto e gestione del ciclo di vita, resilienza del modello di business, gestione della catena di approvvigionamento, approvvigionamento ed efficienza dei materiali, e impatti fisici del cambiamento climatico) e “leadership & governance” (etica del business, comportamento competitivo, gestione dell'ambiente legale e normativo, gestione del rischio di incidenti critici e gestione del rischio sistemico) si segnalano rispettivamente la lavorazione ed estrazione di minerali (65,4%) e la lavorazione ed estrazione di risorse (58%).

Ma quale sarà l'impatto della Tassonomia europea sulla finanza sostenibile, con il primo blocco di criteri tecnici operativo a partire dal 31 dicembre? “L'impatto della Tassonomia sulle società quotate seguirà due direzioni: i settori low carbon beneficeranno da subito di questa nuova normativa e saranno agevolati sia nell'acquisizione dei nuovi contributi europei che saranno erogati che dalla maggior attrazione del mercato finanziario (investitori istituzionali e fondi). Per i settori transition, invece, tutto dipenderà dalla loro velocità di trasformazione verso il miglioramento (se non l'azzeramento) delle emissioni”, spiega a We Wealth Anna Lambiase, ceo di V-Finance e Ir Top Consulting. Poi conclude: “In tutti e due i casi la rendicontazione della sostenibilità e l'analisi dei miglioramenti nelle variabili esg sarà cruciale e avrà un significativo impatto anche sulle loro performance finanziarie”.

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