Acronimo Esg ai raggi X: la governance prima di tutto

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Se è vero che gli investitori sono tendenzialmente più sensibili alle tematiche ambientali, dal punto di vista squisitamente finanziario, G viene prima di E e di S. Il ruolo della governance illustrato da Aipb e Ubs al Salone del Risparmio

L'investimento Esg, apportando un qualcosa di diverso anche in tema di diversificazione, possiede delle specifiche adatte a soddisfare i gusti della clientela private

A livello globale, gli asset investiti in strategie Esg sono aumentati dai 13,2 mila miliardi del 2012 ai 30 mila miliardi del 2018

In Italia, ben il 72% degli investitori - contro una media del 58% - si aspetta che gli investimenti sostenibili diventeranno l'approccio standard agli investimenti da qui a 10 anni

Gli operatori del settore sembrano tutti unanimi su un aspetto: nell'acronimo Esg, gli investitori sono tendenzialmente più sensibili alle tematiche ambientali (E), ma la governance è il requisito, o il pre-requisito, che non può assolutamente mancare per la costruzione e applicazione di politiche o pratiche di sostenibilità.

Davide Dal Maso, co-founder e partner di Avanzi, nell'aprire la conferenza, dal titolo un po' provocatorio “La «G» di Esg conta più di «ES»?”, che si è tenuta nel 3° giorno del Salone del Risparmio, ha parlato di “governance come architrave di un sistema intrinsecamente sostenibile”.

“Per il cliente è aumentata l'importanza di abbinare l'obiettivo di rendimento a temi di responsabilità”, ha detto Antonella Massari, segretario generale di Aipb, che però ha confermato quanto emerso più volte all'interno della 3 giorni del Salone del Risparmio 2019. “Non è chiaro capire cosa intenda il cliente per investimento socialmente responsabile – ha spiegato - perché se emotivamente è semplice capire cosa voglia dire investire in cose che fanno bene alla società, che non sfruttano per esempio il lavoro minorile, o che non peggiorano il clima, più difficile è capire i temi della governance”.

Sicuramente, però, i casi di cattiva governance (leggasi Parmalat, Cirio…) hanno avuto un impatto sugli investitori istituzionali e sulle aziende quotate. “Manca però ancora la stessa consapevolezza nel cliente privato e da parte delle pmi non quotate”, ha precisato Massari, che in questo scenario vede un ruolo molto importante del private banker: “Il private banker – ha detto - può assumere il ruolo di «ambassador» in tema Esg; deve essere la prima figura da formare, in modo che possa poi trasmettere alla clientela una maggiore sensibilità su questi temi insieme a una maggiore chiarezza e a una migliore conoscenza dei temi di governance”.

“Gli investimenti Esg rappresentano per noi un tema doppiamente importante, in quanto soggetto istituzionale che serve anche clientela privata– ha commentato Paolo Federici, Italy market head di Ubs Global Wealth Management - Questa duplice identità ci consente pertanto di osservarli sotto due prospettive diverse, quella dell'investitore e quella del consulente. Lato B2B, la nostra considerazione è che pur essendo tutti e tre importanti il "noioso" fattore G ha tre aspetti "in più": è più facile da misurare, è più duraturo ed è un elemento moltiplicatore di S e E. In pratica, G è dappertutto e in qualche modo incorpora tutto, tanto è vero che gli analisti lo guardano per primo. Quindi, dal punto di vista squisitamente finanziario possiamo dire che G viene prima di E e di S”.

Secondo Dal Maso, la sostenibilità non deve, però, essere vista come una etichetta che viene appiccicata alle aziende, ma deve corrispondere a un reale cambiamento di intendere la generazione di ricchezza. Tra gli interlocutori da sollecitare, in pole position ci sono gli imprenditori, nel loro duplice ruolo: da una parte, come principali target di clientela per il private banking, dall'altra, come – talvolta - oggetto (con le proprie imprese) dell'investimento da parte di gestori sostenibili o responsabili.

“Il cliente private è formato da famiglie che hanno attività finanziarie da 1 a 10 milioni, sono la classe media dei benestanti, con una grande attitudine alla diversificazione e una bassa propensione al rischio - ha poi specificato Massari - Si tratta di premesse importanti per l'investimento Esg che, apportando un qualcosa di diverso anche in tema di diversificazione, possiede delle specifiche adatte a soddisfare i gusti della clientela private”.

Nel corso degli ultimi anni gli investimenti Esg sono cresciuti tantissimo. “A livello globale gli asset investiti in strategie Esg sono aumentati dai 13,2 mila miliardi del 2012 ai 30 mila miliardi del 2018, più che raddoppiando in soli 6 anni, a dimostrazione del fatto che c'è un grandissimo interesse da parte degli investitori”, ha illustrato Federici, che poi ha proseguito dicendo che - secondo un sondaggio (Ubs investor watch) che è stato fatto per capire cosa pensassero gli Hnw - è emerso che “il 65% degli investitori facoltosi nel mondo vuole contribuire, anche attraverso la propria ricchezza, al miglioramento del pianeta”, ma che “solo il 39% detiene investimenti sostenibili nei propri portafogli”. Quando lo fanno, però, si impegnano generalmente con una percentuale significativa dei propri portafogli: in media il 36%.

E nel nostro Paese? “In Italia, circa il 50% degli intervistati ha dichiarato di detenere investimenti sostenibili in portafoglio, contro una media globale (come si è visto, ndr) del 39%”, ha risposto Federici. Rispetto ad altri Paesi, da noi il fenomeno è più recente. “Infatti, la porzione del portafoglio allocata è leggermente più bassa della media (31% vs 36%). Tuttavia, in Italia, ben il 72% degli investitori - contro una media del 58% - si aspetta che gli investimenti sostenibili diventeranno l'approccio standard agli investimenti da qui a 10 anni”, ha concluso l'esperto di Ubs Global Wealth Management.
Direttore di We-Wealth.com e caporedattore del magazine. Ha lavorato a MF, Bloomberg Investimenti, Finanza&Mercati. Ha collaborato con Affari&Finanza (Repubblica) e Advisor

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