Vuoi possedere un autentico Rembrandt?

Sharon Hecker
Sharon Hecker
28.5.2019
Tempo di lettura: 5'
Chiunque vorrebbe possedere un vero Rembrandt. Ma attenzione: se ci limitiamo ai concetti di vero o falso, riduciamo la storia dell'arte al bianco e nero e ci perdiamo un mondo di storie e di Storia, con le sue straordinarie sfumature di grigio
“Probabilmente di Rembrandt”. Sui muri della National Gallery di Londra è appeso un bellissimo dipinto del Seicento che raffigura un uomo anziano seduto di sbieco su una poltrona. Vecchio e stanco, appoggia delicatamente sulla mano destra la sua testa pesante inclinata, mentre con la mano sinistra tesa si attacca fortemente alla maniglia della poltrona per tenersi stabile o per aggrapparsi a un oggetto concreto, forse a simbolizzare la vita che gli sfugge.

Non sappiamo niente di quest'uomo o della sua identità. Dalla vestaglia in velluto rosso con bordo di pelliccia capiamo che non si tratta di un povero. Nel suo viso leggiamo uno stato di profonda contemplazione: le rughe sulla fronte, gli occhi meditativi e forse un po' tristi, lo sguardo abbassato... Il quadro colpisce lo spettatore per la profondità dell'emozione che riesce a trasmettere sulla vecchiaia.

Quindi il nostro occhio cade sull'etichetta: “Probabilmente di Rembrandt”. Cosa intendono per “probabilmente”? L'emozione del primo acchito si raffredda: il dipinto davanti ai nostri occhi non ha un'attribuzione certa! Eppure è bellissimo da guardare, trasmette emozioni forti e profonde e un museo importante lo espone. Com'è possibile?

La parola “probabilmente” ci allontana subito dal mondo economico e legale delle recenti controversie sull'autenticità delle opere d'arte, settore che richiede agli esperti un approccio spietato: sì-o-no, autentico-o-falso. Invece qui si apre il meraviglioso mondo della storia dell'arte, con le sue sfumature: l'incertezza delle attribuzioni, il dibattito e la discussione vivace, ciò che non possiamo sapere, ciò che recentemente è stato poeticamente definito “Rembrandtness”, e cioè la probabilità che sia o meno autentico.

Il desiderio di possedere un Rembrandt (o un Modigliani, un Leonardo, un Caravaggio...) è così forte che ci convinciamo della sua autenticità anche quando le “prove” sono soltanto delle probabilità e non delle certezze. Recentemente, un'opera attribuita a Rembrandt è stata venduta all'asta corredata da un'impronta trovata sulla tela, attribuita al Maestro nonostante non ce ne fosse un'altra di confronto.

La storia del Vecchio in poltrona della National Gallery è importante perché diventa “la storia” che sfugge alle certezze e al nostro desiderio (o bisogno?) di avere delle sicurezze per poter ammirare e innamorarci di un'opera d'arte. Escluso che la tela della National Gallery sia un falso o una contraffazione, se riuscissimo a sospendere il giudizio sulla sua attribuzione, saremmo più aperti a imparare qualcosa di nuovo. Ogni opera d'arte ha la sua storia.

È proprio su questo punto che la National Gallery vuole illuminarci. La storia comincia al momento dell'acquisto nel 1957, quando l'opera fu accettata incondizionatamente come un “vero Rembrandt”. Successivamente, grazie a ulteriori studi e alle tecniche disponibili, il quadro fu riattribuito a uno sconosciuto seguace contemporaneo del Maestro, attivo attorno alla metà del Seicento.

Anziché togliere l'opera dalla visione del pubblico, la National Gallery ha scelto di esporre le informazioni a disposizione in modo onesto, trasparente e semplice. Passo per passo, guida lo spettatore nella storia dell'incertezza, e insegna tre modi per affrontarla con curiosità.
(a) Fornisce una descrizione dettagliata di connoisseurship con uno studio visivo attento dell'opera, a confronto con altre di Rembrandt.
(b) Compie uno studio scientifico dei colori e della preparazione della tela secondo le pratiche pittoriche dell'epoca.
(c) Ammette che la provenienza non certifica l'opera dell'artista.

A riguardo ci sono pro e contro. A favore dell'attribuzione, si sa che Rembrandt spesso dipingeva soggetti come l'uomo in contemplazione. Una firma e una data apposti in alto avrebbero confermato l'identità del Maestro. Ma attenzione alle firme: la qualità, la tecnica, e l'uso dei pigmenti di questo quadro si rivelano diverse dallo stile del Maestro.

Inoltre, gli esperti notano che, da una parte, l'esecuzione diverge dai ritratti di Rembrandt di quel periodo. Dall'altra parte, non essendo un ritratto ma piuttosto uno studio di carattere, era permessa più sperimentazione rispetto a un ritratto formale. Se l'opera fosse di Rembrandt potrebbe rappresentare un passaggio verso il suo stile sperimentale dell'epoca matura.

Allo stesso tempo, l'opera non può essere scartata come opera di un mero imitatore, perché i materiali rilevati dagli scienziati sono compatibili con opere prodotte nello studio di Rembrandt di quell'epoca, o di un pittore dell'epoca che imitava con serietà e impegno lo stile del maestro. Anche la tela è stata preparata secondo i criteri olandesi dell'epoca ed è compatibile con altri dipinti di Rembrandt.

Cosa possiamo dire della firma e della data che si leggono sul quadro? Scopriamo che Rembrandt incoraggiava i suoi allievi a copiare le sue opere non solo per imparare dall'esercizio ma anche come ispirazione. Inoltre non potevano firmare le opere prima di diventare a loro volta Maestri, ed è perciò possibile che lo stesso Rembrandt firmasse i quadri che uscivano dal suo studio.

In conclusione, chiunque vorrebbe possedere un vero Rembrandt, ma se ci limitiamo ai concetti di vero o falso, riduciamo la storia dell'arte al bianco e nero, e ci perdiamo un mondo di storie e di Storia, con le sue straordinarie sfumature di grigio.
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Storica dell’arte e curatrice americana (laurea alla Yale University, dottorato alla UC Berkeley), esperta di arte italiana moderna e contemporanea. Ha collaborato con musei come la Peggy Guggenheim Collection. Ideatrice di The Hecker Standard fornisce consulenze su due diligence a collezionisti, studi legali, wealth manager e family office. Membro dell’Advisory Board, International Catalogue Raisonné Association (ICRA), Vetting Committee TEFAF NY (Committee Chair) e Maastricht, e coordina l’Expert Witness Pool della Court of Arbitration for Art (CAfA).

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