L'arte può finanziare se stessa. Quali sono gli ostacoli attuali

Teresa Scarale
Teresa Scarale
14.5.2018
Tempo di lettura: 3'
L'ultimo report su TEFAF cerca di spiegare perché l'asset-based finance non è ancora così diffusa nel finanziare il mondo dell'arte.

La schiacciante maggioranza degli espositori Tefaf non prende in considerazione la possibilità di un supporto finanziario da parte delle banche

Competenza, visione, regolarità dei guadagni, autenticità e certezza della proprietà sono solo alcuni degli ostacoli che si parano davanti all'incontro fra domanda e offerta in questo mercato

L'arte e il suo mercato assurgono a protagonisti delle cronache mondane solo quando vengono polverizzati dei record. Poco o nulla si sa di come gli art dealer finanziano la loro attività quotidiana. In un mondo che fa dell'imprevedibilità dei modelli di vendita la sua caratteristica, è difficile raccogliere dati e informazioni affidabili. ArtTactic ha cercato di farlo, intervistando 142 partecipanti alle fiere Tefaf.

E' vero che si tratta di un campione di galleristi e intermediari non rappresentativo dell'intero settore. I criteri di ammissione alle Tefaf sono severissimi. Ma è pure vero che si tratta della sola categoria per cui un finanziatore potrebbe accettare di correre dei rischi.

Risultato lampante dell'indagine è stato che galleristi e mercanti d'arte non ricorrono all'indebitamento. Le motivazioni sono bipartite. Da una parte i galleristi e gli art dealer, dall'altra le istituzioni finanziarie e gli intermediari. Per quanto riguarda i primi, profitto e crescita non sempre sono lo scopo di un acquisto. Le motivazioni di fondo afferiscono a fattori emotivi e personali. Come ad esempio le dinamiche relazionali che intercorrono con musei, clienti privati, curatori.

La qualità delle mostre allestite naturalmente non viene mai messa in secondo piano rispetto alle logiche di profitto. Il ricorso alla leva finanziaria pertanto non è ritenuto desiderabile. Ingerenze di terzi non competenti, sono temute. “Le banche non comprendono il mercato dell'arte e le sue dinamiche”. Perché allora darsi la pena di cercare un loro sostegno finanziario?

La finanza “tradizionale” dal suo punto di vista si trova davanti a elementi non valutabili tramite i modelli classici di valutazione aziendale. Rischio d'impresa, capitale circolante, scorte, assumono per l'arte tutto un altro significato. Primo, una banca normale non pare in grado di valutare correttamente il rischio d'impresa degli art dealer. Un finanziatore tradizionale vede solo un flusso di cassa estremamente irregolare. Per non parlare dell'elevato bisogno di liquidità di questa tipologia di impresa. Affitto di spazi fisici, costi dei allestimento delle mostre, costi di trasferta per le fiere sono solo alcune delle necessità del suo working capital. Per di più, la voce di bilancio maggiormente di valore per una galleria d'arte, ossia le sue scorte, è molto ardua da valutare secondo le vecchie logiche di finanza aziendale.

Ad ogni ostacolo però corrisponde almeno un'opportunità di investimento. Ed è così che nel mezzo dei problemi di valutazione, liquidità, mancanza di regolamentazione sono nate negli ultimi anni istituzioni finanziarie altamente specializzate. Ciononostante, a dispetto del crescente numero di finanziatori che scelgono come garanzia del prestito le opere d'arte stesse, solo il 15% degli espositori Tefaf intervistati ammette di avervi fatto ricorso. In particolare, la cifra si attesta sul 26% per gli espositori americani e solo al 13% per gli europei. Il grafico seguente mostra perché.
[caption id="attachment_38842" align="alignnone" width="450"] Courtesy Tefaf e ArtTactic[/caption]
La spesa non vale la resa. Il 44% degli intervistati lamenta le lungaggini burocratiche. Un ulteriore 18% non prende nemmeno in considerazione l'opzione di chiedere supporto finanziario “perché tanto poi alla fine dicono di no”. Il 21% depreca i costi elevati dei finanziamenti. Un altro 21% condanna le richieste di cessione della proprietà delle scorte da parte delle banche. Il 13% oppone problematiche di privacy e fiducia, non volendo fornire a consulenti o periti informazioni sul proprio magazzino.

Per di più, galleristi e mercanti denunciano una costante sottovalutazione delle proprie opere d'arte, dovuta a incompetenza o cattiva comprensione del mercato. Altro punto dolente (14%) infatti è questo. Le gallerie vorrebbero tenere come riferimento i prezzi di mercato. Le banche, i valori forniti dalle case d'asta. Infine, un 14% confessa di non essere a conoscenza di questi servizi e un 8% degli espositori dice che non esistono tipologie di supporto finanziario per il proprio segmento.

Dal punto di vista del lender, del prestatore, c'è anche la problematica di stabilire chi è proprietario di cosa. Nel processo di due-diligence è fondamentale infatti definire con certezza la proprietà legale di un'opera. Nonché la sua autenticità. Difendersi da illegalità e contraffazioni resta per le banche uno dei punti nodali. Come quello del cash flow.

Per ognuno di questi problemi sono state prospettate delle soluzioni. Ne parleremo nella seconda parte di questo articolo.
caporedattore

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