Fontana, Melotti, Leoncillo: ‘900, il secolo del barocco

Teresa Scarale
Teresa Scarale
5.2.2021
Tempo di lettura: 5'
In Italia, fra le due guerre, ci fu un movimento d'arte “temerario”, unico al mondo nel XX secolo, che al rigore del classicismo fascista imperante preferiva le fioriture del barocco. Assonanze che potrebbero sembrare forzose. Oggi, una mostra a Milano fa capire perché e in che misura quell'esperienza può essere paragonata al Sei-Settecento
Una mostra «un po' temeraria», la definisce il gallerista Matteo Lampertico. «Abbiamo voluto collegare questi scultori attivi fra le due guerre e nel dopoguerra alle fonti del passato». Gli scultori sono Leoncillo, Fontana, Melotti protagonisti dell'esposizione Ritorno al Barocco presso la galleria ML Fine Art Matteo Lampertico fino all'11 aprile 2021. La mostra, a cura di Andrea Bacchi (docente di Storia dell'Arte Moderna all'Università di Bologna e Direttore della Fondazione Zeri) è dedicata alle influenze della cultura barocca su alcuni dei più importanti Maestri dell'arte italiana del Novecento. «Una sfida per carpire i collegamenti fra l'arte del XX secolo e quella del passato». Il titolo della mostra riprende quello di Ritorno al Barocco. Da Caravaggio a Vanvitelli, (2009, Napoli, curatore Nicola Spinosa).
In vari scritti i tre scultori dicono di riferirsi al barocco come forma di ispirazione. Esistono questi nessi? Cosa voleva dire Fontana quando parlava di arte barocca? Cosa voleva dire propugnarne un ritorno proprio durante le due guerre? L'esposizione esamina le loro preziose opere in ceramica realizzate tra gli anni Quaranta e gli anni Sessanta alla luce dei rapporti con la scultura e la pittura barocca. «Non si è ancora capita completamente l'idea di una scultura a colori, piena di energia, luce, movimento. Si tratta di una caratteristica della tradizione italiana, è un nostro vanto, una caratteristica che ci differenzia da tutte le altre nazioni». Solo l'Italia, prosegue Lampertico, «ha espresso questo tipo di scultura nel periodo fra le due guerre. È il momento di affrontare l'unicità di questi artisti».
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Fontana, La corrida
Lucio Fontana, nel Manifesto dello Spazialismo (1951) scrive: “È necessario quindi un cambio nell'essenza e nella forma. È necessaria la superazione della pittura, della scultura, della poesia. Si esige ora un'arte basata sulla necessità di questa nuova visione. Il barocco ci ha diretti in questo senso, lo rappresentano come grandiosità ancora non superata ove si unisce alla plastica la nozione del tempo, le figure pare abbandonino il piano e continuino nello spazio i movimenti rappresentati.”
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Fontana, Crocifisso
In queste opere vi è sicuramente un'affinità di gusto, di espressione, di stile con il barocco. «Ma non si tratta mai di una derivazione diretta quanto piuttosto di una rielaborazione innovatrice. Fontana, Melotti e Leoncillo attingono al passato per innovare, per rompere con il gusto di tipo classicista che il regime fascista voleva imporre». Non a caso, questi artisti non riuscirono a imporsi nelle commissioni o nelle mostre pubbliche: la loro arte era troppo eterodossa. «Melotti non vinse nessun concorso pubblico, Leoncillo fece un concorso all'Eur per poter esporre i suoi Trofei, ma poi arrivò la guerra e non ci riuscì. Fontana negli anni '50 partecipò al concorso per la quinta porta del Duomo di Milano, ma poi la commissione fu affidata a Luciano Minguzzi. Si tratta di ‘perdenti' nella loro epoca, ma di vincenti a posteriori».
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Melotti, 1960
Fra le opere in mostra, Crocifisso (1949), un Concetto Spaziale (1957), parte della serie di tele chiamate Barocchi (1954-57) da Enrico Crispolti. E ancora, le due versioni de La Corrida. Per la prima volta sono nuovamente insieme i due monumentali Trofei di Leoncillo, realizzati per l'Esposizione Universale di Roma del 1942, e i relativi bozzetti. Vennero modellati dall'artista su ispirazione di modelli settecenteschi, sviluppando masse dai colori vividi e oro, trasfiguranti le forme dei soldati in personaggi fantastici. San Sebastiano (1961) e Sirena (1939) vivono della sua ispirazione alla scultura del XVII secolo, soprattutto a quella di Gian Lorenzo Bernini.  Lo evidenziò già Roberto Longhi, che conia per Leoncillo l'appellativo “barocchetto spoletino”.
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Melotti
Di Fausto Melotti sono in mostra una serie di figure femminili realizzate tra il 1949 e il 1951, due vasi del 1950 e un bassorilievo del 1960.

Il valore delle opere in mostra si aggira fra i 50mila euro e il milione. «Fino a tempi relativamente recenti si trovavano ancora pezzi a quotazioni molto appetibili», sottolinea il gallerista. Ora il mercato è esploso, e i record parlano chiaro.
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Leoncillo, Trofeo
caporedattore

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