Roma, Washington e Pechino... Storia e destini incrociati

Alex Ricchebuono
Alex Ricchebuono
10.3.2021
Tempo di lettura: 5'
Quella di Washington come una “novella Roma” è una metafora che piace tanto agli osservatori politici, anche se spesso non conoscono un granché della storia dell'Urbe. Questo parallelismo offre il pretesto per confermare ciò che in realtà in molti già pensano dell'America, ossia di una grande Nazione, ancorché non più invulnerabile come un tempo, ma tuttavia in grado d'influenzare i destini del pianeta
Si sente spesso parlare di Impero Americano, di secolo statunitense e qualcuno subito azzarda un parallelo con quello dell'Antica Roma. Ma è davvero possibile confrontare due epoche così distanti e soprattutto comparare oltre 1000 anni con poco più di mezzo secolo di reale egemonia Americana? Quella di Washington come una “novella Roma” è una metafora che piace tanto agli osservatori politici, anche se spesso non conoscono un granché della storia dell'Urbe. Questo parallelismo offre il pretesto per confermare ciò che in realtà in molti già pensano dell'America, ossia di una grande Nazione, ancorché non più invulnerabile come un tempo, ma tuttavia in grado d'influenzare i destini del pianeta. L'emblema stesso della modernità e del progresso tecnologico al quale anche gli Europei s'ispirano specchiandosi in maniera un po' offuscata.
Questo infatti, sono stati per decenni gli Usa, ed ancora provano ad esserlo. Una sorta di micro e/o maxi cosmo dell'intero pianeta,  un luogo che appartiene a tutti, perché in qualche modo rappresenta gran parte delle aspirazioni dell'umanità nel bene e nel male...ed in questo sono molto simili all'Impero Romano soprattutto di quello del I e II secolo dopo Cristo. Il fatto poi che si voglia o si possa analizzare un periodo così lungo e confrontarlo con un settantennio, è comunque reso plausibile dalla spinta di accelerazione di tutti i processi che la tecnologia e soprattutto le crescita economica capitalizzata, hanno impresso ai tempi moderni. Quasi che un mese di oggi sia assimilabile ad un decennio di allora. Fatta questa debita premessa, proviamo a giocare con la storia e forse non è poi così impossible trovare dei parallelismi credibili evidenziando i rischi ineludibili che tale supremazia porta nel suo grembo.
Procediamo per gradi...Innanzitutto, il mondo antico romano e quello attuale statunitense, hanno condiviso per un lungo periodo la caratteristica dell'unipolarità. Da un lato nell'imposizione della lingua. In quell'universo di stirpi e culture, tutte ugualmente romanizzate, si parlava una miriade di dialetti e di idiomi. Ma l'unico davvero universale era il latino, usato nei documenti ufficiali e per imporre le leggi, mentre il greco era ad appannaggio delle elites quasi fosse un codice per gli appartenenti al ristretto ceto dominante. Così come oggi è l'inglese. Ma l'unipolarità si fonda e si fondava principalmente sulla potenza militare e tcnologica, ieri come oggi. Infatti, dal rapporto 2020 dello Stockholm International Peace Institute (SIPRI), si evince che gli americani spendono in tecnologie belliche, la quota più rilevante al mondo rispetto al PIL.
Nel 2019 sono stati stanziati ben oltre 730 miliardi di dollari per la difesa, qualcosa che oscilla fra il 3% ed il 4% del loro Pil, una cifra immane, che è addirittura aumentata del 5,3% rispetto al 2018. Per capirci, gli Usa da soli valgono il 38% della spesa militare globale con meno del 4% della popolazione del pianeta! Anche Roma riuscì a realizzare una certa unificazione alla fine dell'età repubblicana quindi ben oltre 500 anni dopo la sua fondazione, grazie e soprattutto ad alcune innovazioni tecnologiche legate all'uso dei metalli ed alla sua flotta marittima. Questo consolidamento, successivo alla vittoria delle guerre puniche, pose le basi per la nascita dell'Impero un secolo più tardi grazie agli ulteriori trionfi di Giulio Cesare in Gallia.
Queste vittorie unite ai progressi tecnologici, portarono innegabili benefici a tutti i popoli sottomessi, assicurando condizioni di pace che furono sfruttate al meglio proprio da Ottaviano Augusto, il primo Imperatore, colui che realizzò la famosa “Pax Augustea”. Periodo straordinario che viene generalmente considerato a partire dal 29 a.C., con la fine alla grande guerra civile, e durato fino al 180 d.C, anno in cui morì l'imperatore Marco Aurelio. Un lunghissimo lasso di tempo che portò stabilità e progresso, promuovendo affidabilità e giustizia nell'amministrazione, agevolando lo sviluppo delle città, inquadrando in una compagine unitaria i Paesi del Mediterraneo, ma soprattutto consentendo alle attività economiche di espandersi in un unico organismo di straordinaria ampiezza.
Proprio quello che hanno fatto gli americani a partire dall'immediato dopo guerra fino alle soglie degli anni 2000 con la ratifica del Wto ed il successivo ingresso della Cina. Fatti questi, agevolati dalla caduta del muro di Berlino e dalla ratifica dei trattati di pace tra Gorbaciov e Regan, col tramonto definitivo della “guerra fredda”. L'altro punto di contatto tra i due “imperi” infatti, è senza dubbio economico. La matrice del mondo globalizzato moderno, che vede Washington epicentro del pianeta con le sue ramificazioni nella sylicon Valley, fa degli Stati Uniti il leader mondiale in molti settori strategici e si basa sul profitto. Questo benessere relativo, traghettato dal mondo finanziario, ha sostenuto anche le nazioni del cosiddetto “Primo Mondo”, agganciate alla forza trainante della locomotiva America. Mutatis mutandis, questo valse anche nel periodo Imperiale, come ricordano alcuni storici.
Infatti, così come oggi parliamo di area del dollaro, anche allora si sarebbe potuto parlare dell'area del sesterzio e del denarius (da cui deriva il termine denaro), le monete di bronzo e di argento per eccellenza, che servivano come base per gli scambi del mondo antico. Molte sono le teorie legate al simbolo del dollaro americano. Una di quelle più probabili ritiene che sia un monogramma delle lettere U ed S che sovrapposte apparivano proprio in quel modo, sui sacchi di monete coniate dalla “United States Mint”.

Un'altra teoria, certamente più fantasiosa ma che crea un forte collante con il tema di questo articolo, sostiene invece che l'iconografia del dollaro derivi proprio dalla più famosa delle monete Romane. Infatti il Sesterzio origina dal Latino, semis-tertius, che significa metà del terzo di un Asse, altra moneta di largo uso. La sua abbreviazione HS è pure una deformazione del valore della moneta in numeri romani, dove la "S" sta per "semis", ovvero "metà".
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Nell'uso arcaico i numeri venivano indicati da una linea orizzontale mediana. Dunque per ricapitolare l'abbreviazione IIS, semplificata poi dall'uso in HS darebbe origine a quella del $. Questa teoria come detto è certamente meno accreditata seppur affascinante, nonostante le innegabili influenze che il simbolismo Latino giocò sui primi governanti Statunitensi. Simboli Imperiali evidenti sugli edifici del Senato e del Campidoglio e pure riportati sui biglietti da un dollaro lo stanno a testimoniare. Come nell'antica Roma, anche gli Stati Uniti hanno costruito la loro egemonia grazie al denaro prestato a basso costo dalle banche centrali di Cina, Giappone e anche in Europa. Quei soldi sono stati usati per finanziare investimenti produttivi, oltre che per pagare la macchina da guerra dell'Impero. Ma oggi i Paesi che accumulano ricchezza hanno deciso di investire in prima persona i loro risparmi.
In particolare la Cina. Forse il vecchio modello di sviluppo è quindi molto prossimo al capolinea? Martin Jacques, economista alla London School of Economics ed esperto di problemi dell'Asia, sostiene che siamo all'inizio del più grande cambiamento geopolitico dai tempi dell'era industriale. La crisi del ‘29 portò alla Seconda guerra mondiale e alla nascita delle politiche Keynesiane. La crisi dell'Opec del 1972 distrusse le politiche socialdemocratiche e portò al trionfo del neoliberismo. Questa volta sarà la stessa ortodossia neoliberista a essere intaccata? Certamente la crisi innescata dal Covid ha rimescolato le carte, aggiungendo incertezze ed imprevedibilità a livelli mai visti prima, che rendono ogni scenario, anche il più impensabile, del tutto plausibile. Joe Biden come Romolo Augustolo l'ultimo imperatore Romano d'occidente? Beh di certo non per l'età anagrafica.
Quest'ultimo infatti, non era il sovrano fiero e cinto di alloro dell'immaginario collettivo, bensì un ragazzetto di tredici anni che era stato messo al potere dal padre, il cinico generale Flavio Oreste. A ciò si aggiunse il fatto che l'Imperatore d'Oriente di allora, Flavio Zenone, due anni prima aveva scelto come proprio alter ego d'Occidente, Giulio Nepote, il quale però era stato spodestato dallo stesso Flavio Oreste. Dunque il povero Romolo Augustolo non godeva nemmeno della legittimazione di Costantinopoli.

Suo padre poté sconfiggere Giulio Nepote proprio grazie agli uomini di Odoacre, uno straniero che stava prestando servizio nell'esercito Romano che in quegli anni era quasi interamente composto da barbari e mercenari proprio come non sono Americani la maggior parte dei dirigenti e degli ingenieri delle principali aziende a Stelle e Strisce. Quando però Odoacre, forte della vittoria, chiese per sé, un terzo delle terre d'Italia, Flavio Oreste si rifiutò categoricamente, instillando il malcontento nelle truppe mercenarie che alla fine detronizzarono il giovane Romolo Augustolo ponendo fine al millenario predominio Romano. Paul Samuelson descrive l'America di oggi, come una società di piccoli imperatori che vivono al di sopra dei propri mezzi e non vogliono fare sacrifici.

Le economie dell'Asia hanno acquistato i loro macchinari, adottando i principi economici e giuridici statunitensi ed ora stanno guidando il mondo verso una nuova fase di prosperità. Alle locomotive Usa, Europa e Giappone si sono aggiunte prepotentemente Cina e India. Senza considerare la Russia. Sono loro che tirano l'economia mondiale. L'impero Americano, sembra vicino al suo epilogo come accaduto ai Romani nel passato, quando i loro domini nel mediterraneo andarono man mano uniformandosi. Oggi parleremmo di globalizzazione, quando allora invece si estese progressivamente la cittadinanza romana e le città assunsero un'importanza sempre maggiore, quando infine all'insorgere di minacce esterne, l'autorità imperiale fu costretta a imporsi di pari passo col militarismo.

Analizzare il crollo dell'Impero romano potrebbe forse servire ad azzardare previsioni sul futuro dell'America e del mondo intero evitando l'inevitabile? Chi sono, terroristi a parte, i nuovi “barbari” che premono alle porte? Chi potrebbe sancire il declino del predominio a stelle e strisce, strappando agli USA l'attuale testimone della Storia e la fiaccola ardente della civiltà? La Cina in primis, che ha iniziato a punire i corrotti, addirittura con la pena di morte, ha imposto una svolta green, instaurando al contempo una dittatura totale col controllo dei media e creando altresì piattaforme autonome globali di consenso e pubblicità (come TikTok, Alibaba e Wechat) imponendo la censura sui social Americani. Il risultato di questi inimmaginabili progressi l'hanno fatta diventare la prima potenza mondiale già ora in molti settori.

E l'Europa? Ora è ad un bivio ed il Covid le ha messo il carico da novanta. È possibile che riesca a creare un modello sostenibile che le permetta di sopravvivere autonomamente a questo scontro tra potenze ed alla crisi dei sistemi democratici? Le sfide sono enormi, dopo la sofferta brexit, già ai suoi confini, paesi come Turchia, Siria, Libano, Ungheria, Ucraina o Libia per citarne alcuni, stanno vivendo alterne vicende e nuove fasi di dittatura. Come disse un famoso pensatore, nelle democrazie è semplice ragionare ma quasi impossibile prendere decisioni. Dunque siamo ad un bivio ecco cosa intendevo.

Le rovine delle antiche fortificazioni romane, in molte delle nostre città sono eloquenti e ammonitrici: tutto può finire! Ponendoci in silenzio domande perverse. Riusciranno gli Americani a superare anche questa crisi salvando noi Europei precursori della cultura e della democrazia, da una deflagrazione in stile nazional-populista, come fecero nella seconda guerra mondiale? La risposta...”Is blowing in the wind” come cantava il “dissidente” Bob Dylan...Ma come disse una volta un saggio: Tutte le storie che amiamo hanno una fine, ma è proprio perché finiscono che possono cominciarne altre, ancor più belle!
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Alex ha oltre 24 anni di esperienza nel settore dell’Asset
Management, vive e lavora tra Milano e Londra ed è Managing
Director di New End Associate, piattaforma Inglese per la
distribuzione di importanti gestori alternativi internazionali (. Ha
ricoperto ruoli di responsabilità Europea in società di primaria
importanza tra le quali : Credit Suisse, Janus Capital, American
Express e Bnp Paribas. È stato tra i soci fondatori dell’Associazione
Italiana del Private Banking e membro del primo consiglio di
amministrazione. Insegna all’UPO, Storia ed evoluzione della Moneta.
Ha inoltre condotto il documentario MoneyArt per RAI 5.

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