Lancia Aprilia prodigio di tecnologia ed eleganza

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Ispirata allo scafo di una nave e chiamata come una città appena fondata, recuperando un'area paludare, fu un'auto leggendaria. Non solo perché “mai la tecnica aveva osato tanto”, come titolò la rivista britannica Autocar, ma anche per le storie che l'hanno accompagnata. Dalla gaffe di Henry Ford - sorpreso dai custodi del Salone dell'Automobile di Parigi del 1936 a sbirciarne il telaio clandestinamente - alle rapine che su un modello nero, con targa Mi777, compiva il gangster Ezio Barbieri, l'imprendibile bandito galantuomo dell'Isola di Milano. Oggi i pochi esemplari rimasti valgono tra i 40 e i 70mila euro
Era da poco passata l'ora di chiusura serale del Salone dell'Automobile di Parigi del 1936 quando alcuni custodi notarono una luce sospetta provenire da sotto la nuova Lancia Aprilia, che tanto interesse stava suscitando in quei giorni. Si trattava di un uomo, munito di torcia tascabile, che si era intrufolato sotto la vettura ed era intento a cercare di scoprire i segreti del retrotreno. Deve essere stata enorme la sorpresa dei commessi, allorché, dopo averlo afferrato per le caviglie e trascinato via, si accorsero che si trattava di Henry Ford in persona, uno dei più grandi costruttori automobilistici del mondo.
Ford giustificò la bravata affermando che l'Aprilia era l'unica auto del Salone per la quale valeva pena di correre il rischio di fare quella figuraccia. Non si può certo dire che Henry Ford non se ne intendesse: l'Aprilia era una vettura di assoluta avanguardia. Quell'assale posteriore era infatti di una raffinatezza unica, prevedendo tra l'altro sospensioni indipendenti con freni e differenziale sospesi alla scocca. Quest'ultima, per la prima volta al mondo su una vettura chiusa, era di tipo autoportante, secondo la soluzione ancora oggi universalmente adottata e che fu introdotta fin dal 1922 dalla stessa Lancia su un'altra pietra miliare della casa, la Lambda.

Durante un viaggio in mare, si racconta, il fondatore Vincenzo Lancia si soffermò a considerare come lo scafo di una nave riuscisse a sostenere le enormi pressioni dell'acqua, convincendosi dell'opportunità di adottare una analoga struttura portante anche sulle automobili, fino ad allora composte da un telaio e una carrozzeria separate e imbullonate tra loro, come le carrozze.

Dalla rivoluzionaria Lambda, l'Aprilia ereditò non solo la scocca portante, ma anche i freni su tutte e quattro le ruote così come le. sospensioni indipendenti, che sulla Lambda erano tuttavia solo sull'anteriore. Anche la linea era originale e innovativa, coniugando magistralmente classe e aerodinamica.

Lancia Aprilia

Fu concepita attraverso la collaborazione tra il progettista Battista Falchetto, il Politecnico di Torino e lo stesso Vincenzo Lancia, che intervenne personalmente sulla curvatura del tetto e sulla coda della vettura, accorciandola sensibilmente.

Questa forma, allora definita “ad uovo”, fece scuola, ispirando, tra gli altri, Ferdinand Porsche nella definizione del primo Maggiolino, ove riprese altresì lo stile dei due piccoli lunotti posteriori. Nell'Aprilia la ricerca della migliore efficienza aerodinamica era esasperata: vennero eliminati i gocciolatoi (per la prima volta al mondo) e le cerniere esterne delle porte e vennero inclinati sensibilmente, rispetto agli standard di allora, radiatore e parabrezza. Grazie anche alla considerevole rigidità torsionale assicurata dalla scocca autoportante, le portiere furono incernierate “ad armadio”, senza montante centrale. Questo sistema, oltre a consentire un più comodo accesso, contribuì in maniera considerevole al consolidarsi del mito della qualità Lancia.

L'eccezionale accuratezza nella progettazione dei particolari e l'altrettanto superba precisione di montaggio, dava luogo a una caratteristica inconfondibile, il suono delle portiere all'atto della chiusura, il leggendario “clack”, così caro ai lancisti di tutto il mondo. L'efficienza aerodinamica e l'incredibile leggerezza dell'insieme, meno di 900 kg, permettevano prestazioni notevoli con un motore di soli 1351 c.c. nella prima serie, portato poi nelle successive a 1486 c.c., motore che tuttavia era un quattro cilindri a V stretto, di architettura estremamente raffinata.

Con queste caratteristiche la Lancia Aprilia assicurava brillantezza, maneggevolezza, piacere di guida ed ottima tenuta di strada, tanto da primeggiare per anni nelle gare, dominando la classe 1.500.

Lo stesso Vincenzo Lancia predisse da subito un brillante futuro per la nuova nata quando, al termine di un viaggio sul primo prototipo, in compagnia di collaudatori e tecnici, dopo aver guidato, da ex-pilota quale era, da Voghera a Torino in assoluto silenzio, esclamò semplicemente: “che macchina magnifica!”. A sua volta, la rivista di automobilismo più antica del mondo, la britannica Autocar, nel commentare i contenuti dell'Aprilia all'indomani della presentazione, titolò: “Mai la tecnica aveva osato tanto”.

Anche il nome che le fu attribuito non faceva che ribadire il carattere innovativo della vettura, quello di una città nuova, fondata pochi mesi prima a seguito delle bonifiche nell'Agro Pontino, che rimandava a Venus Aprilia, la “Venere feconda”. L'Aprilia della Lancia era un tale concentrato di personalità, innovazione e confort, con un vero salottino sabaudo all'interno, foderato dal famoso panno Lancia e protetto da civettuole tendine parasole, da porla al vertice della lista dei desideri nell'immediato dopoguerra. Diventò a un tempo l'auto della media borghesia e quella del gangster più celebre dell'epoca, Ezio Barbieri, l'imprendibile bandito dell'Isola di Milano, protagonista di rapine, fughe ed evasioni, soprannominato il Dillinger italiano.

Barbieri diventò famoso anche per la spavalderia e la ricercatezza nel vestire: rapinava banche in doppiopetto, a volto scoperto e con il sorriso sulle labbra, distribuendo poi parte del bottino ai bisognosi del quartiere e sperperando il resto nelle balere con le sue numerose amanti.

Arrivò al punto di installare sull'inafferrabile Aprilia nera, con il motore truccato e più di cento buchi di colpi di proiettile sulla carrozzeria, la targa falsa “MI777”, dove i numeri erano provocatoriamente quelli del centralino della squadra volante della Polizia. Lui e la sua Aprilia diventarono così popolari da ispirare una strofa apocrifa della canzone tradizionale Porta Romana, che dopo aver citato Barbieri e la sua banda, ne celebrava la destrezza e la capacità di dileguarsi con la frase “sette, sette e sette fanno ventuno, arriva la volante e non c'è più nessuno”.



Nella percezione comune l'Aprilia era infatti un lampo, un fulmine; anche Paolo Conte, in una celebre canzone dedicata agli anni della ricostruzione postbellica, conferma che nell'illusione del ritrovato benessere, anche una semplice Topolino, lasciandole “sciolta un po' la briglia, mi sembra un'Aprilia e rivali non ha”.

L'impatto emotivo che suscitava determinò anche la denominazione stessa della casa motociclistica Aprilia, vincitrice di ben 56 titoli mondiali e che nacque con quel nome nel 1945, semplicemente perché il fondatore Alberto Beggio era affascinato dalla vettura della Lancia.

Non sono tante le automobili che si sono meritate tanta ammirazione e affetto, ricevendo addirittura appassionate lettere d'amore, come successo all'Aprilia poiché nel baule dell'ultimo esemplare costruito, fu rinvenuto, nell'ottobre 1949, un biglietto scritto da un anonimo dipendente della Casa che voleva così porgerle il suo “reverente saluto”.

La vettura ebbe comunque una più che degna sostituta, l'Aurelia, che, nelle sue varie versioni, fu un ulteriore notevole successo della Lancia. Oggi l'Aprilia resta una delle auto più ricercate dai collezionisti, sia per la proverbiale qualità costruttiva sia per la precisione e la dolcezza di guida. È inoltre molto ambita per le possibilità di successo che offre nelle gare di regolarità per auto storiche, garantendo, oltre alle predette doti, ottimi coefficienti modificativi delle penalità, specie in virtù dell'anzianità. Anche per questo motivo acquistare una superstite delle circa 30mila Aprilia prodotte, comporta una spesa tra i 40 e i 50mila euro, superando anche i 70mila per esemplari in condizioni superbe.
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Avvocato per formazione, collezionista per passione, appassionato d’arte e antiquariato, esperto di automobili e motoleggere d’epoca

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