Dino 206 GT, quasi una Ferrari

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Alla Dino 206 GT, Enzo non volle concedere il proprio nome. Fu presentata come un'auto “minuscola, scattante, sicura”, senza enfasi sulla qualità della progettazione, sullo stile e sulle prestazioni, da vera purosangue. Storia della vettura più controcorrente uscita dalle scuderie di Maranello
Quasi una Ferrari. Con queste parole esordiva la brochure di presentazione della Dino 206 GT, la piccola vettura sportiva creata alla Ferrari, alla quale Enzo non volle tuttavia concedere il suo nome.

Quella brochure definiva poi la Dino “minuscola, scattante, sicura”, tutte qualità indubbie, non c'è che dire, ma quell'incipit che negava alla vettura il titolo più prestigioso, cioè quello di essere “una Ferrari”, non era forse stata una scelta del tutto azzeccata. Perché invece “Ferrari” quell'auto lo era in tutto e per tutto, dalla progettazione alla produzione, allo stile e, last but not least, alle prestazioni da vero purosangue.

 

Dino 206 GT, quasi una Ferrari

 

Si trattava di una vettura del tutto controcorrente rispetto agli standard di Maranello, quasi una sperimentazione: per la prima volta il motore non era un 12 cilindri, ma solo un 6, montato per di più in posizione centrale anziché all'anteriore. Con ciò facendo definitamente capitolare il Drake in persona, strenuo sostenitore del motore anteriore in quanto contrario a “mettere il carro davanti ai buoi”, come amava ripetere, ma che già aveva dovuto ricredersi per le auto da competizione, a seguito dei successi conseguiti con motori posteriori dagli assemblatori inglesi (primo fra tutti John Cooper) da lui un po' sprezzantemente definiti “garagisti”.

La Dino era quindi un'auto più piccola, rispetto alle tradizionali “Rosse”, e per tutti questi motivi Ferrari non ritenne opportuno appuntarvi il famoso cavallino rampante, intendendo invece sondare prima il mercato senza rischiare di compromettere la reputazione delle sue Supercar. Per la nuova nata volle omaggiare il figlio Alfredo, familiarmente chiamato Dino, prematuramente scomparso nel 1956 a soli 24 anni a causa di una grave malattia.

Dino, ingegnere progettista, aveva partecipato allo studio di un motore da competizione 6 cilindri a V di 65 gradi, affiancando il maestro Vittorio Jano, già capo progetti di Alfa Romeo e Lancia. Si trattava di un motore destinato a grandi successi; installato su monoposto di Formula 1 e Formula 2 e su Sport prototipi, ottenne innumerevoli vittorie, compresi Campionati mondiali piloti e costruttori. Nelle varie evoluzioni, e con l'apporto successivo di altri valenti tecnici quali ad esempio Chiti e Forghieri, equipaggiò inoltre le sportive Fiat coupé e spider, fino ad essere montato sulla leggendaria Lancia Stratos da rally, pluricampione del mondo negli anni Settanta.

La fedele riproduzione della firma di Dino su fondo giallo, colore di Modena, costituì quindi il marchio della prima vettura di serie dotata di motore 6 cilindri costruita alla Ferrari. Ciò non impedì alla maggior parte dei fortunati proprietari di applicare poi sulla Dino cavallini posticci a profusione, la scritta Ferrari cromata sulla coda ed i noti adesivi sui passaruota anteriori come quelli che la Casa applicava sulle vetture da competizione.

 

Dino 206 GT, quasi una Ferrari

 

La prima Dino, la 206 GT, fu presentata al Salone di Torino nel 1967 e la sua elegante linea tutta curve disegnata alla Pininfarina divenne in breve un simbolo del design del periodo. La posizione centrale - posteriore del motore, installato in senso longitudinale, aveva permesso di adottare soluzioni tecniche innovative, a cominciare dal notevole abbassamento del cofano anteriore che non doveva più fungere da copertura del motore, ora arretrato dietro i sedili anteriori. Era però accaduto che tra le prime concept Dino e la 206 GT ufficiale era comparsa la rivoluzionaria “Lamborghini Miura”, con quel motore montato anch'esso centralmente, ma in posizione trasversale, che consentiva altezze ed ingombri ancora più esasperati, mai visti prima. Anche la 206 ebbe quindi il motore trasversale con cambio in blocco e, rispetto ai prototipi precedentemente approntati, risultava più corta e compatta, con la parte posteriore che terminava con un taglio netto.
La nuova vettura era caratterizzata da una classica linea elegante e morbida, con muscolosi parafanghi anteriori molto pronunciati, che accentuavano il notevole abbassamento del cofano, una fiancata contraddistinta da una scalfatura che confluiva in una presa d'aria a cono di grande effetto, un lunotto curvo e concavo (come quello già apparso sulla Ferrari costruita per Ingrid Bergman) per terminare con una coda tronca, quasi verticale, con aggressivi scarichi protesi in doppia coppia verso l'alto.

 

Dino 206 GT, quasi una Ferrari

 

Dopo un solo anno, la 206 fu sostituita dalla 246, con carrozzeria in acciaio anziché in alluminio e motore in ghisa, aumentato da 2.000 a 2.400 c.c. con grande giovamento in termini di elasticità e fluidità di marcia. La 246 GT, costruita in tre serie con minime differenze, fu declinata anche in versione GTS, cioè spider, anche se si trattava in realtà di un allestimento tipo “Targa”, costituito cioè da una capottina rigida asportabile, ispirata all'omonimo modello della Porsche 911, che era la sua rivale diretta.

Su strada la Dino non faceva rimpiangere le vere Ferrari, rivelandosi a volte, grazie al baricentro basso e al peso ridotto, più agile e maneggevole; il piacere di guida è ancora oggi assicurato, specie nel misto e nello stretto ed il sound da brividi emanato da propulsore e carburatori compete ad armi pari con quello delle sorelle a 12 cilindri.

Un utilizzo più pacato e tradizionale di questo propulsore fu invece previsto dalla Fiat sui propri modelli coupé e spider, anch'essi denominati Dino. La collaborazione tra le due Case traeva origine dalle modifiche ai regolamenti della Formula 2 apportate dalla Federazione Automobilistica Internazionale, che dal 1967 impose alle vetture motori di serie prodotti in almeno 500 esemplari.

Tale iniziativa, forse anche indotta dal notevole peso politico della Ford americana come ritorsione al gran rifiuto oppostole all'offerta di acquisto della Ferrari, portò il costruttore modenese a richiedere supporto alla Fiat per raggiungere i volumi produttivi minimi, costituendo peraltro il preludio al successivo ingresso della stessa Fiat nel capitale Ferrari. La Dino di Ferrari si rivelò un grande successo, inaugurando l'architettura-tipo cui in seguito si adeguarono tutte le future berlinette della Casa.

Costruita in più di quattromila esemplari, con la sua immagine scattante e sbarazzina stregò in particolare le star del rock, come ad esempio Elton John, Little Richard dei Rolling Stones, Cher (che la usava quotidianamente lungo i viali di Beverly Hills) e quasi tutti i componenti degli Who, il gruppo che ebbe grande influenza sui giovani in quanto legato al fenomeno culturale dei Mods, celebrati con il famoso Quadrophenia.

 

Dino 206 GT, quasi una Ferrari

 

Una notevole ribalta fu poi assicurata alla Dino GT dalla fortunata serie televisiva “Attenti a quei due”, nella quale, con targa originale MO 221400, era guidata da Tony Curtis, in contrapposizione all'Aston Martin affidata al rivale Roger Moore, il primo nelle vesti di un brillante e sportivo americano, il secondo di un compassato e raffinato lord inglese.
Le 206/246, considerate oggi veri capolavori di stile ed equilibrio, difficilmente restano invendute nelle grandi aste internazionali, dove spuntano quotazioni di gran lunga superiori ai trecentomila euro, avvicinando anche il mezzo milione nel caso delle rare 206 GT, costruite in soli 154 esemplari.

Una bella rivincita per un'auto cui Enzo Ferrari non aveva voluto inizialmente concedere il suo marchio, ma che poi ne utilizzò il primo esemplare, per lungo tempo, come sua auto personale.
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Avvocato per formazione, collezionista per passione, appassionato d’arte e antiquariato, esperto di automobili e motoleggere d’epoca

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