Che cos’è la due diligence 2.0 per l’arte?

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Nell’era della blockchain e delle piattaforme digitali i rischi dei collezionisti si misurano ancora con l’opacità del mercato e l’asimmetria informativa. Opere false, opere rubate, opere non correttamente attribuite, valore economico, sono i grandi temi da risolvere. La due diligence 2.0 ci prova. Ma non basta

Il mercato dell’arte si caratterizza per l’opacità e per l’asimmetria informativa, dicono gli esperti. L’opacità del settore non consente di guardare in profondità. Di conoscere i fatti nella loro completezza e valutarli appieno. Alcune (poche in realtà) informazioni sono trasparenti ma la maggior parte non sono liberamente accessibili.  L’asimmetria informativa si manifesta sotto il profilo soggettivo. Le informazioni sono nelle mani di pochi che quindi partono in una posizione di vantaggio rispetto agli altri. Al centro quindi ci sono le informazioni o meglio le poche informazioni accessibili per correggere il mercato. Si cerca in vari modi di colmare questo limite. 

L’evoluzione della due diligence per l’arte

Dal marzo 2020 in avanti con i lockdown dovuti alla pandemia il sistema dell’arte ha accelerato il processo di integrazione del digitale. Ciò ha consentito una “democratizzazione” di (alcune) informazioni prima meno accessibili. L’esempio più eclatante in questo senso è rappresentato dalla diffusione del prezzo dell’opera direttamente sulla piattaforma digitale. Prima, richiedeva vari passaggi (in presenza) con il mercante di turno. Ma lo strumento su cui riposano le aspettative maggiori è la blockchain, il registro unico condiviso con il quale si cerca di “tracciare” l’opera nei vari passaggi dall’artista all’acquirente e dall’acquirente a quello successivo. Informazioni in questo caso relative alla provenienza dell’opera.  Ma qui si innescano dei problemi che al momento non hanno ancora risposta (chi certifica l’autentica delle opere registrate per la prima volta quando l’artista non è più in vita?). 


L’importanza delle informazioni

Perché le informazioni sono così importanti? Per attenuare i rischi. Il rischio per chi acquista come il rischio per chi vende. Rischi come la falsità dell’opera o la sua provenienza illecita o l’errata attribuzione, per fare un esempio. L’attività di indagine sull’opera, comunemente denominata attività di “due diligence”, si pone su due piani: uno legale e uno artistico. Con riferimento al primo si cerca di ricostruire la provenienza, l’attribuzione, l’autenticità e la “legalità” dell’opera (in termini di rispetto delle norme applicabili alla sua circolazione). Con riferimento all’aspetto artistico lo scopo dell’attività di due diligence è valutare lo stato di conservazione, la storia e la bibliografia dell’opera. Uno studio di due diligence viene condotto essenzialmente con tre metodi diversi. 

La connoisseurship, è un modo tradizionale di autenticare le opere attraverso un’attenta analisi visiva dello stile tipico dell’artista, basata sull’occhio, l’intuizione e l’esperienza dell’esperto. Non è però infallibile, soprattutto quando si tratta di falsi ben fatti. La ricerca sulla provenienza ricostruisce tutti i passaggi dalla creazione dell’opera all’ultima vendita e verifica che non sia inserita nell’elenco dei beni rubati. Gli esami tecnico-scientifici si usano per esaminare materiali e tecniche. Questi devono produrre informazioni che siano contestualizzate all’interno della vita dell’artista e del periodo storico e dei materiali utilizzati. Le informazioni provenienti da ogni strumento dovrebbero idealmente coincidere o non essere in conflitto. La maggior parte delle autenticazioni in Italia sono condotte solamente utilizzando connoisseurship, da sola spesso non sufficiente a attenuare il rischio. Tuttavia, il problema è che l’attività di indagine non è regolamentata così come per chi la conduce non vi è un apposito albo o registro. Quindi si dovrebbe iniziare da qui.


La normativa antiriciclaggio

Con l’inserimento dei mercanti d’arte e delle case d’asta tra i soggetti tenuti agli adempimenti antiriciclaggio (D.Lgs. 125/2019) un’attività di indagine sull’opera e in generale sulla transazione deve essere effettuata dagli operatori economici sia in fase di acquisizione sia in quella di cessione quando il valore supera i 10.000 euro. Ciò in quanto sussiste un obbligo di identificazione della clientela e di segnalazione delle operazioni sospette. I dati di Banca d’Italia dicono però che tali segnalazioni sono state nel 2021 meno dello 0,1%. La maggior parte degli operatori si limita all’identificazione della clientela sulla carta.   

Se invece ci spostiamo sull’attività investigativa condotta nel mercato dall’arte da Carabinieri del TPC e Guardia di finanza la due diligence viene declinata su quattro domande fondamentali: chi compra? chi vende? cosa si sta vendendo? come lo si paga? La risposta a queste domande è lo spartiacque tra liceità e illiceità dell’operazione. Ma per le transazioni più importanti è molto difficile chiudere il cerchio. 


Due diligence per l’arte: chi compra e cosa si compra

Il “chi compra e il chi vende” sono spesso società offshore in paradisi fiscali che non consentono l’identificazione degli effettivi beneficiari e neppure la movimentazione economica finale (l’ultimo passaggio di denaro). Quasi sempre le opere finiscono in porti franchi a Singapore o a Ginevra custodite dentro casse anonime e vi rimangono fino alla successiva rivendita. L’idea romantica dell’acquisto per passione o per godere del dividendo estetico del bene si scontra con l’esigenza di riservatezza, di sicurezza e “di “ottimizzazione fiscale” che prevalgono senza alcun dubbio. Il “cosa si compra?” è forse l’aspetto più trasparente. Più si sa dell’opera, più se ne parla, più importante è il precedente proprietario o la casa d’asta che l’ha venduta più “conferme” su autenticità e attribuzione ci sono, con sollievo per il nuovo acquirente. Il “come lo si paga” è un esercizio investigativo complesso che nella maggior parte dei casi non porta da nessuna parte. Scatole societarie, consulenti, intermediari, case d’asta e mercanti vengono frapposti (volutamente) tra venditore e compratore. I fondi sono messi a disposizione per conto dell’acquirente a uno o all’altro di tali soggetti affinché l’affare sia portato a termine con la controparte senza divulgazione dell’effettivo acquirente. E in questo la due diligence arriva fino a un certo punto. 


Gli nft

Se poi ci spostiamo sui non fungible token (nft) e sull’arte digitale le cose si complicano ulteriormente. Alcuni recenti casi hanno evidenziato la fragilità del sistema. Come per l’opera “Free Comb with Pagoda” di Jean-Michel Basquiat il cui tentativo di vendita in asta come nft è stato bloccato a fine aprile 2021 dall’archivio dell’artista perché non autorizzato. I “market place” in cui questo tipo di transazioni avvengono non hanno gli stessi protocolli o standard di due diligence di gallerie e case d’asta perché il web non li richiede. 

Insomma, il mercato si sta evolvendo ma i problemi sono gli stessi di sempre.

alessandro@we-wealth.com

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Specializzato in diritto tributario presso la Business School de Il Sole 24 ore e poi in diritto e fiscalità dell’arte, dal 2004 è iscritto all’Albo degli Avvocati di Milano ed è abilitato alla difesa in Corte di Cassazione. La sua attività si incentra prevalentemente sulla consulenza giuridica e fiscale applicata all’impiego del capitale, agli investimenti e al business. E’ partner di Cavalluzzo Rizzi Caldart, studio boutique del centro di Milano. Dal 2019 collabora con We Wealth su temi legati ai beni da collezione e investimento.

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