Che senso ha investire nel private equity, secondo i numeri

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Alberto Battaglia
26.4.2022
Tempo di lettura: 5'
Il private equity è in forte espansione: ecco pro e contro e cosa sapere prima di investire fuori dai mercati quotati

I mercati privati rappresentano meno del 3% degli asset investiti a livello globale, ma la loro crescita è stata impressionante

Rinunciare alla trasparenza dei mercati quotati può sbloccare occasioni di rendimento superiori alla media, secondo numerose ricerche accademiche - ma bisogna tenere conto dei rischi e del fatto che l'abilità dimostrata dal gestore sembra più rilevante in questo ambito

Che cos'hanno in comune un razzo Falcon 9 e un barattolo di Nutella? Ci vuole un po' di immaginazione, ma la risposta è semplice: ambedue sono prodotti da una private company, una società non quotata. E se nessuno ha mai sentito parlare delle trimestrali di SpaceX o di Ferrero, molto semplicemente è perché, in quanto private company, non sono tenute a pubblicarle. Investire in società non quotate come queste, anche se di solito più piccole, è diventato sempre più popolare; a dispetto delle numerose controindicazioni come, per l'appunto, la minore trasparenza sui risultati aziendali.

I mercati privati rappresentano meno del 3% degli asset investiti a livello globale, ma la loro crescita è stata impressionante. Nel picco pre-covid i fondi di private capital gestivano 2.200 miliardi di dollari, mentre oggi, ha stimato l'Economist, la cifra è salita fra i 4 e i 5mila miliardi, metà della quale in Nord America. Buona parte del boom si è concentrato nel dopo-2008, grazie al favorevole ecosistema dei bassi tassi d'interesse – uno dei motori della crescita per le imprese sopra le quali si riversano i miliardi dei fondi di private equity come Apollo o Kkr. Basta consultare il Kiid di un qualsiasi prodotto di private equity per capire che si tratta di un investimento ad elevato profilo di rischio/rendimento.

La corsa dei private market, tuttavia, è alimentata dall'aspettativa che i ritorni a lungo termine saranno superiori alla media del mercato. Rivolgendo il suo appello ai wealth manager, la società di consulenza McKinsey ha chiaramente consigliato di potenziare l'offerta basata su mercati privati (inclusi private debt e venture capital). “Nell'attuale contesto di tassi d'interesse bassi l'appetito degli investitori per gli investimenti alternativi è più alto che mai, con i giovani in testa: circa il 35% degli investitori tra i 25 e i 44 anni indica una maggiore richiesta di alternative”, ha scritto McKinsey lo scorso 16 febbraio. “All'interno degli alternativi, i mercati privati, una classe di attività che una volta era appannaggio degli investitori istituzionali, sta facendo breccia nei portafogli individuali”, ha aggiunto la società di consulenza, “l'aumento della domanda dei clienti e le innovazioni hanno il potenziale per aumentare la quota di asset allocati ai mercati privati da circa il 2% nel 2020 al 3-5% entro il 2025, con una crescita degli asset tra i 500 miliardi e i 1.300 miliardi di dollari”.

Sicuramente, gli investitori che scelgono prodotti come il private equity pagano ai gestori un lavoro extra di selezione, con un notevole sovra-costo. Di per sé, questo è pienamente comprensibile, date le maggiori sfide che pongono agli investitori le società non quotate. Le private companies non hanno gli stessi obblighi di trasparenza e comunicazione periodica al mercato, con una maggiore asimmetria informativa fra chi emette il titolo e chi lo compra. Minore trasparenza significa minore efficienza nell'assegnazione dei prezzi che, nel caso di azioni non quotate, vengono negoziati direttamente dalle due parti. D'altro canto, quando i prezzi sono costantemente aggiornati sui mercati pubblici, sotto gli occhi di milioni di investitori, è molto più difficile trovare “l'occasione”.

Il vero rendimento del private equity: cosa dice la ricerca


Puntare sui mercati privati, con tutti i suoi rischi peculiari, è un gioco che vale la candela? E' un argomento sopra il quale la ricerca accademica si è più volte interrogata, con vario esito. Gli studi largamente più citati sull'argomento sono quelli condotti, nel 2005 e nel 2014 da Steve Kaplan della prestigiosa Chicago Booth School of Business. Nel primo dei due lavori Kaplan e gli altri autori avevano concluso che, fra il 1980 e il 1997 i ritorni dei fondi di private equity fossero, al netto delle commissioni, “circa uguali a quelli dell'S&P 500”. Nel secondo studio le evidenze raccolte da una diversa banca dati hanno prodotto risultati differenti. Sulla base dell'osservazione di “quasi 1.400 fondi di buyout e venture capital statunitensi... la performance ha costantemente superato quella dei mercati pubblici.

La sovraperformance rispetto allo S&P 500 è in media dal 20% al 27% nel corso della vita di un fondo e più del 3% all'anno”, hanno affermato gli autori. “I fondi di venture capital hanno sovraperformato le azioni pubbliche negli anni '90, ma hanno sottoperformato negli anni 2000”.

Dal momento che misurare le performance dei private market è un esercizio più complesso rispetto a quello dei mercati pubblici, i risultati variano molto da uno studio all'altro. Ad esempio, Ludovic Phalippou, professore di economia finanziaria presso la Said School of Business della University of Oxford ha affrontato in molteplici studi il problema delle performance del private equity. Nel 2009 un suo studio pubblicato sulla Review of Financial Studies aveva evidenziato una sottoperformance del 3% annuo del private equity rispetto all'S&P 500, la quale aumenta a -6% una volta corretta per il rischio.

Anche assumendo che i private markets offrano migliori ritorni, va comunque notato che – da un fondo di private equity all'altro, le performance variano molto. Secondo uno studio pubblicato nel 2017 sul Journal of Financial Economics la differenza nei ritorni al netto delle commissioni è di 7-8 punti ogni anno fra il 25% di imprese più performanti e il 25% che lo è di meno. Inoltre, veniva rilevata una certa persistenza nelle performance. Fatto che sembra suggerire che l'abilità del gestore sia particolarmente influente sul valore creato per il cliente. Per tutte queste ragioni i private market, a fronte di una consistente crescita, sono rimasti un segmento relativamente piccolo del mercato.

Questo articolo è tratto dal numero di aprile del magazine We Wealth
Responsabile per l'area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all'Università Cattolica

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