Private equity, necessari nuovi player per le Pmi italiane

Livia Caivano
Livia Caivano
21.5.2019
Tempo di lettura: 3'
Secondo i dati pubblicati nel Private Equity Monitor, il 2018 è stato un anno da record. Ma le dimensioni dell'industria italiana sono ancora troppo piccole per i grandi fondi internazionali. Secondo Anna Gervasoni (Aifi) è necessario che nuove realtà si affaccino sul mercato

Nel 2018 sono state realizzate 175 operazioni di private equity, il numero più alto dal 2008

Rispetto al 2017, l'incremento è del 42%

Gli investimenti, come negli ultimi anni 3-4 anni, arrivano nel 52% dei casi dall'estero

I numeri del private equity italiano del 2018 sono stati da record e per il 2019 le promesse sono altrettanto buone. Le imprese del made in Italy continuano a essere attrattive per gli investitori stranieri ma attenzione, sono ancora troppo piccole per i grandi player internazionali. Su come intercettare questo gap si sono concentrati i protagonisti della presentazione del Private Equity Monitor del 2018. “Il 2018 è stato più che soddisfacente, ha segnato il record assoluto in termini di operazioni”, commenta in apertura Francesco Bollazzi di Pem. Durante lo scorso anno sono stati infatti chiusi 175 deal, il numero più alto dal precedente record del 2008, che aveva visto concludere 127 operazioni. Rispetto al 2017, l'incremento è del 42%. Gli investimenti, come sempre negli ultimi anni 3-4 anni, arrivano soprattutto dall'estero: “Il 52% delle operazioni sono state effettuate da operatori internazionali, l'attrattività va via via consolidandosi”, prosegue Bollazzi.

Le aziende target


Per lo più si tratta di piccole e medie imprese dal fatturato inferiore ai 30 milioni di euro (42%). Per le medio- grandi, che fatturano dai 31 ai 60 milioni sono state target nel 21% dei casi. Ancora residuale il mercato del private equity per le grandi imprese, dal fatturato oltre i 300 milioni, che nel 2018 sono state oggetto di deal solo nel 9% delle operazioni italiane. La Lombardia da sola non copre più la metà del mercato com'è successo fino al 2017, ma si consolidano ora anche le posizioni di Emilia Romagna, Piemonte e Veneto. Riprendono, anche se a rilento, le operazioni nel mezzogiorno, soprattutto in Puglia.

Troppo piccoli per i grandi fondi


Enrico Silva di EY pone poi il focus sui trend di raccolta sulla base della dimensione dei fondi. “Negli ultimi anni la forchetta di raccolta dei fondi è cambiata: i fondi più piccoli (sotto il miliardo di masse in gestione) raccolgono meno e quelli invece di maggiori dimensioni raccolgono sempre di più”. Un fenomeno interessante per l'Italia. “Il mercato italiano è fatto di Pmi di piccole dimensioni, non attrattive per i grandi fondi. E' un'area di mercato che rimane scoperta e che potrebbe essere invece terreno fertile per i fondi domestici di dimensioni inferiori”.

Riassume in chiusura il direttore generale dell'Aifi Anna Gervasoni: “Abbiamo bisogno di player per le realtà non piccole ma medie, qualcuno metta fuori la testa e si proponga come operatore paneuropeo”.

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