Private equity, la relazione inversa tra fundraising e ritorni

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Quali opportunità si trovano sul mercato? Schroders suggerisce di accelerare l'uscita da grandi operazioni di buyout e indica condizioni più favorevoli per i buyout di piccole e medie dimensioni

Un incremento dei fondi raccolti e non ancora utilizzati porta a una maggiore competizione per le operazioni, a prezzi più alti e di conseguenza a rendimenti minori

Di contro, i periodi fiacchi per il fundraising spesso presagiscono performance migliori

La ricerca di minore volatilità, rendimenti maggiori e diversificazione hanno spinto il ricorso al private equity come soluzione di investimento diversa dalle asset class tradizionali. A tal punto che l'attività di fundraising legata a questo tipo di operazioni nel 2017 è aumentata di oltre il 40% raggiungendo un nuovo record.

“Tuttavia, tale popolarità può comportare delle problematiche, se troppo denaro confluisce verso un numero troppo ridotto di operazioni”, mettono in guardia Duncan Lamont, head of research and analytics di Schroders, e Nils Rode, cio di Schroder Adveq Investments, che spiegano che l'aumento del fundraising determina un incremento dei fondi raccolti e non ancora utilizzati (dry powder). “E questo porta a una maggiore competizione per le operazioni, a prezzi più alti e di conseguenza a rendimenti minori”, dichiarano gli esperti.

Se questo è vero, lo stesso discorso vale anche (ma ribaltato) quando il trend del private equity è inverso. “I periodi fiacchi per il fundraising spesso presagiscono performance migliori” aggiungono. Per aiutare a tracciare il legame tra fundraising e ritorni, la società ha sviluppato un indicatore proprietario, il Schroder Adveq Fund Raising Indicator, che al momento sta segnalando un mercato diviso.

 

Quali opportunità si trovano sul mercato?


L'indicatore “sta suggerendo agli investitori di accelerare l'uscita da grandi operazioni di buyout, da operazioni a stadi avanzati di venture/growth capital e dalle strategie denominate in renminbi. In termini di nuovi investimenti, tuttavia, indica condizioni più favorevoli per i buyout di piccole e medie dimensioni, per i venture capital a stadio iniziale e per alcuni mercati emergenti”, hanno dichiarato Lamont e Rode.

 

Andamento del private equity in Italia


Pochi giorni fa, l'Aifi (in collaborazione con PwC Deals) ha diffuso i dati del private equity in Italia, che hanno evidenziato numeri in crescita. Nella prima parte dell'anno, infatti, la raccolta complessiva (sul mercato e captive, cioè proveniente dalla casa madre) è salita a 1,9 miliardi di euro, in crescita del 55% rispetto al primo semestre del 2017. Inoltre, l'ammontare investito è stato pari a 2,9 miliardi di euro, in aumento del 49% rispetto a 1,9 miliardi di euro al 30 giugno 2017. Se si escludono i large e mega deal (operazioni caratterizzate da un equity investito superiore ai 150 milioni di euro), l'ammontare risulta pari a 1,4 miliardi di euro in crescita del 39% rispetto al miliardo del I semestre del 2017.
Direttore di We-Wealth.com e caporedattore del magazine. Ha lavorato a MF, Bloomberg Investimenti, Finanza&Mercati. Ha collaborato con Affari&Finanza (Repubblica) e Advisor

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