Private equity e venture capital, nel 2017 bilancio in chiaroscuro

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La raccolta del private equity è salita oltre 5 miliardi, grazie a tre soggetti istituzionali, mentre la sola raccolta privata è scesa del 29%, a 920 milioni. Tutti i dettagli nello studio di Aifi

“Il 2017 vede (nel private equity e venture capital, ndr) una crescita delle operazioni small medium e large”, Anna Gervasoni, direttore generale Aifi

“Cresce l'interesse dei player internazionali per le eccellenze italiane che risultano sempre più appetibili nel contesto competitivo mondiale”, Francesco Giordano, partner di PwC – Deals

“I fondi che investono nelle nostre pmi danno enormi opportunità permettendo la crescita e lo sviluppo industriale”, Innocenzo Cipolletta, presidente Aifi

Un bilancio in chiaroscuro è quello che si è chiuso nel 2017 per il mercato del private equity e del venture capital italiano. E questo vale sia dal punto di vista della raccolta sia dal punto di vista degli investimenti.


La raccolta nel private equity e nel private debt


Lo scorso anno, la raccolta nel private equity e nel venture capital ha oltrepassato addirittura quota 5 miliardi, posizionandosi esattamente a 5,030 miliardi, in crescita del 283% rispetto agli 1,313 milardi del 2016. Ma questo brillante risultato, che rappresenta il record storico, si è raggiunto grazie al closing di alcuni grandi soggetti istituzionali che hanno raccolto 4,110 miliardi. Si tratta, in particolare, di tre grandi investitori istituzionali (F2i Sgr, QuattroR Sgr e Fondo Italiano d'Investimento Sgr), che da soli hanno raccolto quasi l'82% dell'ammontare complessivo. Se si analizza, infatti, la raccolta privata, questa è crollata del 29%, scendendo a 920 milioni, rispetto agli 1,298 miliardi del 2016, con una forte predominanza italiana, pari al 72%, rispetto all'estero, che si è fermato al 28%.







In crescita comunque gli operatori che hanno svolto attività di fundraising sul mercato, che nel 2017 sono stati 20 (contro i 16 dell'anno prima).





È quanto emerge dell'analisi condotta da Aifi, in collaborazione con PwC - Deals sul mercato italiano del capitale di rischio, dalla quale risulta poi che le fonti della raccolta sono derivate per il 27% da investitori individuali e family office e per 17% da fondi di fondi privati. Una quota ancora bassa se si considera che il rendimento di un investimento in capitale di rischio di società italiane non quotate è ancora piuttosto generoso: dai calcoli effettuati da Kpmg per Aifi è emerso, infatti, un rendimento lordo aggregato medio (Irr) del 12,5% nel 2017, anche se in calo dal 14,5% medio del 2016, e soprattutto dal picco che era stato registrato nel 2014, con un 19,7% medio.

 Se si passa ad analizzare poi il private debt, anche in questo mercato la raccolta è stata pari a 292 milioni, quasi dimezzata quindi dai 574 milioni di euro del 2016, con una provenienza domestica pari al 95% rispetto a quella estera che si è arrestata al 5%, ed è derivata per il 27% da banche, e poi dai fondi di fondi istituzionali con il 24%.



Gli investimenti


 Nel 2017, il numero di operazioni di private equity e di venture capital è sceso del 3%, attestandosi a 311, rispetto alle 322 dell'anno precedente. Tendenza opposta per il private debt che invece ha visto aumentare il numero di operazioni del 24%, a quota 104 rispetto alle 84 del 2016.

Sempre lo scorso anno, il mercato del private equity e del venture capital in Italia si è caratterizzato per il terzo ammontare più alto di sempre: l'investito è stato, infatti, pari a 4.938 milioni, in calo del 40% rispetto all'anno precedente in cui erano state però registrate numerose operazioni di grandi dimensioni (era 8.191 milioni di euro). Se si escludono però questi mega deal, non presenti nel 2017 (operazioni al di sopra dei 300 milioni di euro di equity investito), l'ammontare investito risulta in crescita del 45%, e rappresenta il valore più alto di sempre. Nel numero di operazioni assistiamo a una diminuzione del 3%, 311, rispetto alle 322 dell'anno precedente.

“Il 2017 vede una crescita delle operazioni small medium e large – ha affermato Anna Gervasoni, direttore generale Aifi – ovvero di quei deal che riguardano la tipica impresa italiana. Questo è un fattore positivo per il Paese perché denota investimenti nella crescita della nostra economia. La strada è giusta, ma servono ancora capitali per permettere una vera e propria ripresa”.

Dal canto suo, Francesco Giordano, partner di PwC – Deals, ha parlato di un mercato in buona salute con ottimi fondamentali. “Una notevole crescita del segmento mid-buy out accompagnata da un buona raccolta e consistenti disinvestimenti fanno bene sperare per il futuro”, ha commentato Giordano, aggiungendo che “inoltre, continua a crescere l'interesse dei player internazionali per le eccellenze italiane che risultano sempre più appetibili nel contesto competitivo mondiale”.

Un ruolo importante è ricoperto poi dalla tecnologia. “L'innovazione è un elemento imprescindibile per la crescita dei Paesi industriali e quindi anche del nostro; consente di restare competitivi ed essere stimolo per nuovi investimenti e nuovi consumi – ha affermato Innocenzo Cipolletta, presidente Aifi – Per questo motivo i fondi che investono nelle nostre pmi danno enormi opportunità permettendone la crescita e lo sviluppo industriale”.

Disinvestimenti


 Dal punto di vista dei disinvestimenti, tutti i dati risultano in crescita. Nel 2017, infatti, l'ammontare disinvestito al costo di acquisto delle partecipazioni è stato pari a 3,752 miliardi, in aumento del 3% sul 2016, con 202 dismissioni, in crescita del 39%. Lo strumento maggiormente utilizzato, se guardiamo ai volumi, è stata la vendita a soggetti industriali, (29% del totale disinvestito), mentre se consideriamo al numero di operazioni è stato il riacquisto da parte dell'imprenditore/management (31% pari a 62 exit).

Direttore di We-Wealth.com e caporedattore del magazine. Ha lavorato a MF, Bloomberg Investimenti, Finanza&Mercati. Ha collaborato con Affari&Finanza (Repubblica) e Advisor

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