Private debt, una puntata illiquida che rende fino al 10%

Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani
28.4.2022
Tempo di lettura: 2'
È questo l'ordine di grandezza delle performance attese nel private debt, con differenze significative in base ai sottostanti. Ritorni attraenti e protezione dalle oscillazioni di mercato contribuiscono ad aumentare l'appeal per il private debt. Che con il nuovo decreto diventa più accessibile, grazie a un ticket più basso

L’evoluzione normativa e di prodotto ha reso il private debt uno strumento compatibile con tutte le tipologie di investitori

Nel corso dello scorso anno sono stati investiti complessivamente nel mercato italiano del private debt 4,6 miliardi di euro, in forte crescita rispetto al 2020

Protezione dalle oscillazioni di mercato, capacità di generare flussi di cassa e riduzione della volatilità di portafoglio sono tre qualità che rendono il private debt un’asset class particolarmente attraente in questa fase di mercato

Come per l'equity anche per il debito esiste una controparte non pubblica: il private debt. Si tratta di un'asset class alternativa che consiste nell'investire in obbligazioni di società non quotate e che può comprende diverse forme: dal digital lending al distressed debt, passando per i crediti Utp ai fondi di fondi. Quale sia l'accezione di debito sta di fatto che questa componente è sempre più presente nei portafogli degli investitori, anche italiani. Il 2021 è stato infatti un anno da record in termini sia di raccolta che di investimenti.
Secondo l'ultimo report di Aifi in collaborazione con Deloitte, nel corso dello scorso anno sono stati investiti complessivamente nel mercato italiano del private debt 4,6 miliardi di euro, cifra che scende a 2.214 milioni di euro considerando solo il private debt “core”, quasi il doppio rispetto a quanto raggiunto nel 2020. Si tratta dei valori più alti mai registrati dall'avvio del mercato, a testimonianza di una crescita significativa, anche paragonata agli anni precedenti la pandemia. Merito è, in parte, della maggiore presenza di operatori internazionali: pur pesando per il solo il 10% delle operazioni, hanno rappresentato il 72% dell'ammontare investito. Con riferimento agli obiettivi delle operazioni, nel report si evidenzia come nel 2021 il 51% degli interventi ha avuto come scopo la realizzazione di programmi di crescita, mentre nel 38% dei casi si è trattato di debito a supporto di operazioni di buy out. A livello settoriale al primo posto con il 23% del numero di imprese si trovano i beni e servizi industriali, seguito dal manifatturiero – alimentare, con il 6%. Anche fronte raccolta il 2021 non ha avuto eguali, con la raccolta degli operatori di private debt attivi nel mercato italiano è più che raddoppiata rispetto all'anno precedente, attestandosi a 987 milioni di euro, contro i 551 milioni del 2020 (+79%).
Ma numeri a parte, per che tipologia di investitore è adatta questa asset class? Apparentemente infatti si direbbe che quelli di private debt sono strumenti complessi non alla portata di tutti. L'evoluzione normativa e di prodotto tuttavia, come spiega Andrea Ragaini, vice direttore generale di Banca Generali, ha oggi reso il private debt uno strumento compatibile con tutte le tipologie di investitori, che siano essi professionali, retail o istituzionali. “Di fatto, questa asset class con le varie declinazioni che può assumere con le sue sub-strategie è in grado di soddisfare le esigenze più diversificate, sia in termini di rendimenti attesi che di protezione di capitale. Attualmente il trend è quello di diminuire le soglie di accesso al private debt nell'ordine delle decine di migliaia di euro, favorendo l'accesso anche a clientela retail/private” spiega Ragaini. Importanti novità in questo senso riguardano i Fia, i fondi alternativi italiani. Con il Decreto del Ministero dell'economia e delle finanze n. 19 del 13 gennaio 2022 infatti ha permesso l'abbassamento della soglia a 100mila euro, rispetto ai precedenti 500mila, anche per gli investitori non professionali. (vedi articolo a pag. 54). In questo modo una platea sempre più ampia di investitori potrà accedere a un'asset class da un ottimo profilo rischio/rendimento. dei margini di rendimento medio questi variano molto in base alla sub-strategia, alla seniority dei sottostanti, alla tipologia di securities. Storicamente le performance medie di questa asset class si sono attestate circa tra il 4% ed il 10% annuo”, continua Ragaini che è dell'avviso che allocare una quota della propria ricchezza in soluzioni di debito privato può essere un'ottima decisione d'investimento, soprattutto oggi alla luce dell'incertezza permeante i mercati pubblici.
I benefici, secondo il vicedirettore di Banca Generali, sono infatti almeno tre: “il primo è indubbiamente la capacità di questo tipo di strumento di ridurre il livello di volatilità dei portafogli, argomento quindi di assoluto interesse nella fase attuale. Oltre a questo ci sono la capacità di questa tipologia di strumenti di generare flussi di cassa oltre alla loro propensione a proteggere e preservare il capitale dalle oscillazioni di mercato”. Investire in debito privato non è tuttavia esente da rischi. In questo senso cruciale è affidarsi ai migliori gestori. “La natura di queste soluzioni di investimento, unita al fatto che si rapportano al contesto degli investimenti in private markets, rende cristallina l'esigenza di affidarsi ad asset manager esperti e con elevata capacità di underwriting che siano in grado di gestire i molteplici fattori di rischio impliciti di questa asset class, principalmente quello di default” continua Ragaini che specifica come attualmente Banca Generali stia sviluppando una nuova opportunità di investimento in collaborazione con uno degli asset manager di maggiore rilevanza mondiale, Carlyle, al fine di abilitare l'accesso alla nostra clientela al mercato del debito privato statunitense. Fatto cento il portafoglio, quanto dunque sarebbe corretto allocare in questi asset di debito? “Gli strumenti di private debt vanno misurati nel contesto più generale dei portafogli e, in particolare, in relazione alla quota di investimenti in private markets. Assumendo che l'esposizione totale di un portafoglio in private markets si attesti intorno al 15%, sarebbe opportuno allocare una quota pari a circa il 20%-30% di tale esposizione in soluzioni di private debt. Infine da non trascurare il beneficio fiscale che questa asset class può fornire. “In alcuni casi ed in base alla struttura del fondo in cui si investe, è possibile beneficiare di particolari agevolazioni, come ad esempio l'esenzione dal pagamento dell'imposta sul capital gain o l'applicazione dell'imposta di successione” conclude Ragaini.
(articolo tratto dal magazine We Wealth di aprile)
Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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