Finanza alternativa: l'Italia guarda sempre più ai mercati privati

Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani
30.11.2021
Tempo di lettura: 2'
Sempre più aziende - anche se a un tasso minore di quanto si osservi in Europa - si stanno rivolgendo alla finanza alternativa. Permane (ancora) un problema culturale, ma gli esperti sono fiduciosi

Si è tenuto martedì 30 settembre il Forum della Finanza Alternativa organizzato dal Sole 24 Ore durante il quale si è fatto il punto sullo stato del rapporto tra imprese e finanza alternativa in Italia

In Europa gli strumenti di finanza alternativa sono passati dal pesare sul finanziamento totale alle imprese mediamente il 2% tra il 2015 e il 2020 a più del 5% del 2021

I mercati nell'ultimo anno e mezzo sono stati letteralmente inondati di liquidità, fornendo alle imprese nuovi strumenti per resistere alle sabbie mobili pandemiche. Anche in Italia le pmi hanno retto all'urto. E non è solo stato grazie al più tradizionale canale bancario – che per l'altro ha fornito un grande sostegno al rilancio del paese. Tra banche e mercati pubblici, si sono fatti strada i mercati privati, ovvero la finanza alternativa: dal private equity ai private debt sono diverse le soluzioni offerte dal mercato dei capitali. Finanza alternativa, che anche in senso prospettico, avrà un ruolo determinante. A fare il punto è stato il Forum Finanza Alternativa, organizzato dal Sole 24 Ore, durante il quale sono intervenuti diversi ospiti di rilievo.
A iniziare i lavori è stato Stefano Mazzocchi, Managing Director Advocacy AFME che ha presentato i numeri della finanza alternativa in tempo di covid. A livello europeo nel primo semestre emissioni di azioni e obbligazioni hanno raggiunto livelli record, rappresentando circa il 17% del finanziamento totale. La crescita in Italia è stata del 60%. Di pari passo anche gli strumenti di finanza alternativa hanno catturato l'interesse di sempre più imprese. Nel vecchio continente queste soluzioni sono passate dal pesare mediamente il 2% tra il 2015 e il 2020 a più del 5% oggi. In Italia questa percentuale rimane molto bassa, attestandosi al 1%, ma il potenziale è alto. In generale, sono dati ancora lontani rispetto agli Usa.
Come si spiega questa distanza? Per Giovanni Tamburi, fondatore, presidente e ad di TIP - Tamburi Investment Partners, è una questione di cultura propria degli imprenditori italiani. Nonostante le ultime quotazioni importanti e in generale il crescere del numero di nuove matricole sul Aim, che per Tamburi sono stati una sorpresa positiva, è ancora troppo diffuso lo scetticismo tra gli imprenditori verso i mercati dei capitali. In altre parole si continua a preferire il debito rispetto all'equity. Spesso a torto.  “Realtà come Google o Apple non avevano bisogno di entrare nei mercati per continuare a crescere, ma hanno capito che nel sistema capitalistico moderno non esiste un'alternativa qualitativa ai mercati. La quotazione è un ragionamento di lungo termine” ha spiegato Tamburi che ha evidenziato un problema analogo interessi anche i risparmiatori italiani. “L'Italia ha uno stock di risparmio spaventoso. A noi il dovere morale di dare al risparmiatore qualcosa di più. I prospetti devono essere più semplici e dobbiamo fornire agli investitori retail più strumenti. Tante banche fanno acquistare ai clienti fondi esteri che poi investono nelle eccellenze italiane”.

Secondo Alessandro Germani, Dottore Commercialista partner dello studio GDC Corporate & Tax, la diffidenza delle pmi italiane verso strumenti di finanza alternativa deriva da due aspetti - il costo dell'operazione del debito e l'esigenza di controllo – entrambi temi cari agli imprenditori italiani. Il primo spiega come mai quella bancaria è da sempre in Italia la strada preferita, e durante la pandemia ancor di più per via della garanzia di stato. Tuttavia c'è da considerare secondo Germani, che il costo è legato al rischio e dunque al potenziale beneficio. Quanto al controllo, invece viene da sé, che il debito è una forma meno invasiva rispetto all'equity e dunque è stato da sempre preferita dagli imprenditori che non vogliono perdere il potere decisionale sulla propria azienda.

Infine, sull'altra sponda l'interesse dei grandi fondi esteri verso le realtà italiane è in aumento, come riporta Matteo Manfredi Co Head Corporate Finance Europe Houlihan Lokey. Dei 150 investitiroi istituzionali monitorati dalla banca d'affari 50 sono italiani. Della restante parte nell'ultimo anno circa il 20% ha fatto una delle seguenti cose: ha effettuato il primo investimento di sempre in Italia, ha deciso di aprire un ufficio in Italia, ha assunto una figuar senior di nazionalità italiana. Dato molto interessante in quanto certifica che l'Italia sta diventando un mercato più interessante e maturo: multipli e valori non sono piu non necessariamente opportunistici, come in passato - pur rimanendo interessanti.
Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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