La faticosa rincorsa in “rosa” ai capitali

Rita Annunziata
18.3.2021
Tempo di lettura: 3'
Nel 2020, gli investimenti del venture capital verso le startup guidate da donne sono diminuiti del 27%. Il motivo? Le imprese al femminile sono più piccole, meno orientate alle esportazioni e maggiormente presenti nei settori più colpiti dalla crisi economica, come il turismo e i servizi alla persona

Il crowdfunding si conferma come l'unica forma di finanziamento nella quale le donne hanno più successo degli uomini. Resta indietro il venture capital

Le startup femminili rendono di più di quelle maschili: per ogni dollaro investito, si parla di 78 centesimi. Contro i 36 centesimi degli uomini

Bisognerebbe comprendere che il tema dell'uguaglianza di genere non è un tema di welfare. Ma una questione di crescita economica

A un anno dallo scoppio della crisi pandemica, il crowdfunding torna a confermarsi come l'unica forma di finanziamento nella quale le donne hanno più successo degli uomini. Ma la corsa delle imprenditrici al mercato dei capitali continua a essere irta di ostacoli. Soprattutto se si tratta di startup. Secondo Roberta Rabellotti, docente di economia presso il dipartimento di scienze politiche e sociali dell'Università di Pavia, le aziende “rosa” hanno dovuto fronteggiare negli ultimi mesi una maggiore carenza di liquidità, in termini di approvvigionamento alle forniture e di accesso al credito. Un contesto che potrebbe avere conseguenze rilevanti non solo nel brevissimo periodo, ma anche sulla crescita economica e sul prodotto interno lordo nel lungo termine.
“Possiamo trovare due spiegazioni fondamentali a questo fenomeno. La prima di carattere economico. Le imprese femminili possiedono le caratteristiche delle realtà più fragili del momento. Sono tendenzialmente di piccola o micro dimensione, poco orientate alle esportazioni e maggiormente presenti nei settori più colpiti dalla crisi economica, come il turismo, i servizi alla persona e la ristorazione”, spiega Rabellotti. La seconda motivazione, aggiunge, è di carattere sociale. “Le donne sono state travolte dalle incombenze familiari, riducendo in questo modo il tempo a loro disposizione per lanciarsi in nuove realtà imprenditoriali”. E anche i dati relativi al venture capital lo dimostrerebbero.

Secondo una recente analisi di Crunchbase, infatti, nel 2020 oltre 800 startup fondate da donne in giro per il mondo hanno raccolto 4,9 miliardi in capitale di rischio, in calo del 27% rispetto al 2019. “I motivi sono sempre gli stessi. Il venture capital finanzia nuove imprese, ma oggi si contano meno startup fondate da donne che vanno alla ricerca di capitali. Nell'ultimo anno, i settori che sono cresciuti di più sono quelli tech, tipicamente maschili. Contrariamente, come anticipato in riferimento alle imprese in generale, anche le startup femminili tendono a essere presenti principalmente in settori legati al commercio o al turismo”, aggiunge Rabellotti.
Per non dimenticare poi una serie di problematiche strutturali, indipendenti dallo shock pandemico. In generale, spiega l'esperta, il settore della finanza è un settore prettamente maschile e i panel d'investitori di fronte ai quali le fondatrici si trovano a presentare i propri progetti sono composti quasi sempre unicamente da uomini. “Questo genera diverse complicazioni, in primis in termini di conoscenza. Gli uomini spesso non posseggono le competenze per giudicare le prospettive di crescita di un business che non conoscono, se femminile. Inoltre, studi statunitensi mostrano come permanga anche un approccio culturale diverso”.

Prendendo in considerazione ancora una volta la banca dati di Crunchbase, è stata realizzata in particolare un'analisi sulla tipologia di domande che vengono sottoposte alle fondatrici e ai fondatori di startup. Per le donne, spiega l'esperta, si tratta di quesiti sulle possibili debolezze del progetto e viene richiesto loro di mostrare, con numeri alla mano, le potenzialità di crescita. Al contrario, nel caso degli uomini, viene dato per scontato che queste potenzialità esistano. “È interessante tuttavia notare che, secondo uno studio di Boston consulting group, le startup femminili sono poi quelle che rendono di più (per ogni dollaro investito si parla di 78 centesimi, contro i 36 centesimi degli uomini). Questo probabilmente perché, per riuscire a ottenere finanziamenti, devono possedere capacità in più. Nella rete, invece, passano più startup maschili, quelle buone e quelle cattive”.
Certo, non tutto sembrerebbe perduto. Seppur “deboli”, secondo Rabellotti stanno a iniziando a emerge alcuni tentativi di creare canali di finanziamento privilegiati per le imprese femminili. Iniziative che potrebbero essere anche maggiormente “promosse dalle banche”, qualora venisse riconosciuto il ruolo delle aziende “rosa” nella crescita del sistema economico. “Si potrebbero immaginare forme di incentivi volte a indirizzare il risparmio verso questa categoria, in linea con il meccanismo dei piani individuali di risparmio”, propone l'esperta. Ma anche incentivare i finanziamenti pubblici, tenendo tuttavia conto a tal proposito delle attuali problematiche “burocratiche, di coordinamento e di accesso all'informazione”.

Intanto, la legge di bilancio 2021 ha istituito il Fondo a sostegno dell'impresa femminile, con una dotazione di 20 milioni di euro per il 2021 e altrettanti per il 2022, tra contributi a fondo perduto e finanziamenti a tasso zero o agevolato. E cresce l'attesa, “per il momento abbastanza disillusa” secondo Rabellotti, rispetto al Recovery plan. “Nell'ultima versione del Piano nazionale di ripresa e resilienza c'è un capitolo nel quale si parla di sostegno all'imprenditoria femminile, definito inclusione e coesione. Il problema è che il tema delle donne è considerato una questione di welfare, ma si tratta di una questione di crescita economica. È un'impostazione completamente sbagliata”, spiega l'esperta. Poi conclude: “Studi della Banca d'Italia dimostrano che la crescita dell'occupazione femminile determini una parallela crescita consistente di punti percentuali di pil. È un enorme spreco di risorse umane”.

 

Articolo tratto dal magazine We Wealth di marzo 2021

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