Cina: nuova stretta per le società che si quotano all'estero

Rita Annunziata
27.12.2021
Tempo di lettura: 3'
Introdotte nuove restrizioni alle quotazioni per i settori inseriti nella “negative list” degli investimenti esteri in Cina. La revisione entrerà in vigore il 1° gennaio 2022

Le aziende coinvolte dovranno richiedere una deroga prima di procedere alla vendita di azioni sui mercati internazionali e, anche dopo averla ottenuta, coloro che decideranno investirvi non potranno partecipare alla loro gestione

La mossa arriva a distanza di pochi giorni da quando la China securities regulatory commission ha a sua volta diffuso una bozza di nuove norme per contenere il numero di società che intendono quotarsi all’estero

Non c'è pace per le società cinesi. Specie per quelle che intendono accedere ai mercati offshore. Nella giornata del 27 dicembre la National development and reform commission e il ministero del Commercio hanno introdotto nuove restrizioni alle quotazioni per i settori inseriti nella “negative list” degli investimenti esteri. Le aziende coinvolte dovranno richiedere una deroga prima di procedere alla vendita di azioni sui mercati internazionali e, anche dopo averla ottenuta, coloro che decideranno investirvi non potranno partecipare alla loro gestione. La proprietà totale sarebbe limitata al 30% e un singolo investitore non potrebbe detenere più del 10%.
La revisione (che entrerà in vigore il 1° gennaio 2022) rappresenta uno dei più grandi passi intrapresi da Pechino per rafforzare il controllo sulle quotazioni estere, dopo il braccio di ferro con Didi che si è concluso a inizio mese con l'annuncio di addio a Wall Street da parte della Uber cinese. Nessun divieto dunque alle Ipo, ma il processo di quotazione pubblica sarà più difficile e costoso per le società che utilizzano la struttura “Variable interest entities” (le entità a interesse variabile, ndr). Tali aziende, ha rivelato a Bloomberg Xia Hailong, avvocato dello studio legale Shenlun di Shanghai, dovranno infatti affrontare “un esame molto più severo” e il percorso verso le quotazioni offshore sarà “molto più difficile”.
La mossa arriva a distanza di pochi giorni da quando la China securities regulatory commission ha a sua volta diffuso una bozza di nuove norme per contenere il numero di startup in rapida crescita che intendono quotarsi su una Borsa straniera. Stando alle linee guida proposte, tali società dovrebbero sottoporre il piano di offerta pubblica all'autorità che, a sua volta, si coordinerà con le altre agenzie per verificare il rispetto delle normative cinesi. A partire da quelle sulla sicurezza dei dati. Un meccanismo che consentirebbe alle autorità di impedire di fatto la quotazione laddove ritenessero che la vendita di azioni minacci la sicurezza nazionale o in caso di controversie interne o altre questioni irrisolte. “Nel complesso il tono è più mite di quanto ci aspettassimo”, aveva dichiarato al Financial Times Ming Liao di Prospect Avenue Capital, ricordando come con la definizione di “regole chiare” le Ipo potessero “lentamente ricominciare”.

La China securities regulatory commission ha rassicurato che cercherà di approvare i piani di quotazione entro 20 giorni lavorativi, ma che potrebbe necessitare di un tempo extra per ottenere il feedback degli altri ministeri. “Questa politica ha lo scopo di supportare le aziende che utilizzano i mercati esteri dei capitali per raccogliere fondi in modo conforme e rispettoso della legge”, ha affermato il regolatore in una nota, ribadendo che farà “del suo meglio per alleggerire l'onere della regolamentazione”. Intanto, ricorda il quotidiano economico-finanziario britannico, un indice che replica i titoli cinesi quotati a Wall Street ha perso il 45% da inizio anno. Inoltre, stando ai dati di Renaissance Capital, se nel 2021 le società cinesi quotate a New York hanno raggiunto quota 34 (il numero più elevato in 10 anni) da luglio se ne contano unicamente tre.
Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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