I nuovi orizzonti della diversificazione

Pieremilio Gadda
Pieremilio Gadda
1.7.2021
Tempo di lettura: 3'





Ripensare il reddito fisso e la componente azionaria non basta. Per Stefano Caselli, prorettore agli affari internazionali dell'Università Bocconi di Milano, è necessario aprire il portafoglio anche a classi di attivo illiquide. Vale anche per gli investitori retail




Unchartered territory, territorio inesplorato, è un'espressione che ricorre sempre più di frequente nelle analisi degli economisti e delle grandi banche d'affari. Riflette una sorprendente concomitanza di unicum – la pandemia, certo, ma anche la convergenza di misure di stimolo monetario e fiscale senza precedenti, le valutazioni tirate di molte classi di attivo, l'eccesso di liquidità nel sistema finanziario, i livelli dei tassi - che complicano la lettura del mercato. E le scelte d'investimento. Uno scenario che impone un cambio di paradigma: occorre mettere in discussione gli approcci tradizionali e allargare i propri orizzonti. Anche sul piano della diversificazione. “Un mondo di tassi ancora molto bassi espone a rischi rilevanti e costringe a ripensare la componente a reddito fisso dei portafogli”, premette Stefano Caselli, pro-rettore agli affari internazionali dell'Università Bocconi di Milano.

La curva dei rendimenti si è un po' alzata, per effetto del sollevamento delle aspettative sull'inflazione. Ma potrebbe essere una fiammata di breve respiro, “guidata dall'euforia della domanda. L'economia sta scontando l'idea che il Covid sia acqua passata, ma la partita è ancora aperta. Dovremo farci i conti ancora, almeno fino all'autunno. Più in generale, da osservatore del mercato, io non credo a un rialzo strutturale e persistente dei tassi d'interesse. La tendenza di lungo termine è quella che va nella direzione opposta, verso una traiettoria giapponese”.

Intanto, la massa di liquidità nel sistema finanziario sta supportando a oltranza la componente azionaria. “Sembra essere diffusa la convinzione che le borse possano crescere all'infinito, senza soluzione di continuità. Il mercato sembra aver ridimensionato qualche eccesso sulla componente tecnologica a favore di quella ciclica, per esempio le banche: gli investitori hanno capito che sono robuste, iper-capitalizzate, hanno fatto i compiti a casa e gestito i problemi. D'altra parte, l'universo azionario è così ampio da offrire spazi molto ampi per una rotazione dei portafogli”.

Non bisogna trascurare, però, altre classi di attivo. “Il private equity e il real estate sono una stella nascente: i capitali pazienti, del resto, funzionano bene in un mondo a tassi zero. I regolatori, a loro volta, stanno incoraggiando la disintermediazione del settore finanziario. L'attività di credito tradizionale si sta contraendo, le aziende hanno bisogno di attingere a canali di finanziamento alternativi. Ma tra il prestito bancario e la quotazione, c'è uno spazio gigantesco che va riempito”, argomenta Caselli. “I mercati privati sono una risposta concreta”, che, a sua volta, si può declinare attraverso strumenti diversi e temi differenti, osserva il professore: “infrastrutture, smart city, rigenerazione del patrimonio urbano, real estate”.
Qui, però, emerge un problema di accessibilità. Perché i private market sono di fatto una prerogativa di investitori istituzionali, high net worth individual o clienti private di alto profilo. Gli altri investitori sono in larga parte esclusi. “Quello tra cliente retail e asset illiquidi è un matrimonio complicato. Ma è necessario che si avvicinino l'uno all'altro. In definitiva, la normativa sugli Eltif (fondi di investimento europeo a lungo termine ndr) va esattamente in questa direzione. Naturalmente c'è un tema di consulenza e di educazione finanziaria che è imprescindibile. Ma credo che anche i portafogli degli investitori retail debbano aprirsi a nuovi orizzonti. E forse un modo efficace per educarli a mantenere una visione di lungo periodo è attraverso gli incentivi fiscali”.
Direttore del magazine We wealth direttore editoriale della redazione di We Wealth. Nato a Brescia, giornalista professionista, è laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano. Nel passato ha coordinato la redazione di Forbes Italia e Collabora anche con l’Economia del Corriere della Sera e Milano Finanza.

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