Nuovi Pir 2.0, forse solo un freno senza motore

Teresa Scarale
Teresa Scarale
26.3.2019
Tempo di lettura: 3'
I piani individuali di risparmio sono ancora un'opportunità per investitori e pmi dopo le ultime modifiche legislative? A questa e ad altre domande sui nuovi Pir 2.0 ha cercato di dare risposta il convegno di Aiaf con Arca Fondi Sgr

In Italia il risparmio privato ammonta a 4.400 miliardi di euro e i Pir erano nati grazie al governo Gentiloni per canalizzarlo produttivamente nell'economica reale

I nuovi interventi normativi hanno prodotto i cosiddetti Pir 2.0, la cui (nuova) raccolta a gennaio può considerarsi pari a zero. E in mancanza dei decreti attuativi, l'industria del risparmio è bloccata

"La nuova normativa riduce il mercato del 90%". I vincoli introdotti (quote obbligatorie su Aim e venture capital) sono infatti incompatibili con la caratteristica essenziale dei Pir, che sono fondi aperti e in quanto tali necessitano di liquidabilità immediata

"In Italia ci sono 4.400 miliardi di euro di risparmio privato, a fronte di un sistema economico bancocentrico in cui le imprese sono alla perenne ricerca di liquidità alternativa". E' questa una delle fotografie scattate da Ugo Loser, ad di Arca Fondi Sgr, durante il convegno Aiaf "I Piani individuali di risparmio (Pir) nelle ultime modifiche legislative". I Pir infatti nascevano nel 2017 per questo, per sopperire alla strutturale necessità di canalizzare le masse del risparmio privato verso il tessuto produttivo del Paese, in alternativa ai finanziamenti bancari.

Lanciati dal governo Gentiloni, gli originali piani individuali di risparmio avevano subito incontrato il favore degli investitori. E Alberto Borgia, presidente Aiaf, ne ricorda il successo del 2017, con 16,6 miliardi di euro di raccolta. Poi crollata a 57,9 milioni a gennaio 2019. E si tratta dei soli flussi provenienti da chi aveva già acquistato un piano nel 2018 o nel 2017, ossia prima dell'entrata in vigore della legge di bilancio 2019. Che nei fatti ha bloccato il mercato.

I Pir 2.0 disorientano gli operatori


La forte contrazione del secondo semestre 2018 si è risolta nella quasi totale paralisi di inizio 2019, prosegue Borgia. Paralisi dovuta non tanto all'andamento del mercato quanto alle intervenute modifiche legislative in attesa dei decreti attuativi. La non chiarezza delle norme ha suscitato un notevole disorientamento in buona parte del mercato. "Da troppo tempo iniziative lodevoli per la sinergia nell'industria del risparmio sono penalizzate dall'iniziativa normativa". La quale pecca non solo di chiarezza, ma anche di capacità nel raggiungere l'obiettivo prefissato.

L'errore della riforma è ontologico: vuole ottenere con i Pir quello che si prefiggono i fondi di venture capital. Ma si tratta di strumenti concettualmente diversi, che hanno orizzonti temporali diversi, rivolti a soggetti diversi. La normativa esclude poi i fondi pensione, investitori dall'orizzonte temporale di investimento idoneo.

Una costruzione di prodotto problematica


La normativa aggiornata prevede dunque nuovi vincoli all'investimento, ossia il 3,5% del patrimonio da destinare all'Aim e il 3,5% al venture capital. Secondo Angela Monti, avvocato tributarista in Milano e Lugano, socio Aiaf, "la coperta è troppo corta per coprire i limiti minimi imposti dal legislatore. La materia è magmatica e suscettibile di molte interpretazioni. La costruzione dei nuovi Pir richiederà "fantasia". Ci si potranno inserire mini-bond, forse le cambiali finanziarie. Secondo alcuni anche prodotti finanziari di equity e di debito emessi da società di infrastrutture. Di sicuro, l'intervento della finanziaria 2019 è stato "un po' scomposto".

Andare oltre le banche


Ugo Loser ribadisce che la divergenza tra ammontare del risparmio privato e capacità di canalizzarlo all'economia reale del Paese è un freno alla crescita, che non può essere supportata dalle banche. Queste ultime hanno oggi una market cap inferiore a quella di venti anni fa e soffrono i bassissimi tassi di interesse. Per contro, dalla crisi del nostro debito sovrano (2011) ad oggi, l'industria del risparmio gestito italiano è più che raddoppiata, raggiungendo e triplicando i 2.000 miliardi  di euro. A fronte di un risparmio privato di 4.400 miliardi di euro ci sarebbero tutti gli strumenti per alimentare in autonomia la crescita nazionale. Ma non sono mosse da svolgersi "per decreto". "Il 45% degli investitori in Pir sottoscrivevano per la prima volta  un fondo comune di investimento. Non hanno ancora l'educazione finanziaria necessaria a investire in strumenti più complessi".

"La nuova normativa riduce il mercato del 90%".

Vincoli incompatibili con fondi aperti


Francesco De Astis, responsabile Italian equity di Eurizon, poi aggiunge che "L'introduzione di vincoli d'investimento in strumenti illiquidi sono incompatibili con il sistema dei fondi aperti, il quale deve garantire in ogni momento la liquidabilità del portafoglio". Bisogna considerare infatti che il gestore si può trovare ad affrontare flussi in ingresso e in uscita richiedenti specifici interventi. Che a volte possono essere in contrasto con le opportunità in formazione sul mercato. "Se queste dinamiche avvengono su un segmento di mercato molto piccolo e illiquido si registra un potenziale incremento della rischiosità dell'investimento". Si rende necessario allora un prodotto di investimento chiuso, che consenta di proteggere il portafoglio dalle dinamiche pro-cicliche dei flussi in entrata e in uscita.

Tre ordini di complessità per la Consob


Andrea Turi, responsabile dell'Ufficio di Vigilanza Sgr e Oicr della Consob, mette in rilievo "tre ordini di complessità" che la nuova disciplina ha introdotto.

Uno: un doppio regime


Fra chi ha sottoscritto un Pir entro o dopo il 31/12/2018. "Per fortuna non ci sono state sottoscrizioni massicce da inizio anno, ma il sistema insiste sui risparmiatori novelli con il richiamo del vantaggio fiscale". La leva preponderante per i sottoscrittori di Pir. Ma restano in vita due categorie di investitori. Una complessità che ha determinato la diffidenza dei consulenti finanziari anche a spingere il prodotto verso chi già lo detiene. Gli 800 mila detentori attuali "potrebbero però continuare ad investire nei vecchi Pir, che avevano fatto ben collimare le esigenze di risparmio e beneficio fiscale".

Due: il processo di gestione


"Molti gestori si trovavano già ad avere fondi che erano Pir compliant, e che ora non lo sono più". La gestione della liquidità è molto più complessa e "serve expertise nella selezione di fondi di vc e Aim, caratteristica che non è propria dei gestori commerciali che si confrontano con una clientela Ucits compliant, indistinta".

Tre: il "target market"


All'epoca della Mifid 2, il prodotto deve essere coerente. I nuovi Pir sono diventati un sottoinsieme del target market dei vecchi. La clientela si è ristretta e si pongono problematiche di scelta prodotto aperto, possibilità di raggiungere un certo tipo di clientela o fare un eltif pir compliant, la qual cosa limita però il target market. Inoltre l'agevolazione fiscale dei 30.000 euro all'anno per cinque anni non smuove la clientela private.

Bankitalia


Paolo Finaldi Russo, del Servizio stabilità finanziaria della Banca d'Italia, tira le fila del discorso affermando che "l'obiettivo del legislatore è condivisibile, ma la questione è se il Pir possa essere adeguato allo scopo o meno". Quando si vuole realizzare una politica economica, questa "va perseguita con coerenza. Non si prende uno strumento nato da un anno e mezzo per cambiarlo nella sua natura prima che possa manifestare completamente la sua efficacia. Interventi come quello del governo indeboliscono una politica economica finora efficace".

"Le norme devono essere chiare, semplici, efficaci. Cose che ultimamente non sono. Forse è meglio tornare a leggi più semplici". E' la lapalissiana quanto saggia conclusione di Alberto Borgia alla conferenza.

 
caporedattore

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