Ue-Cina, la presidenza Merkel chiude di fretta un accordo

Teresa Scarale
Teresa Scarale
29.12.2020
Tempo di lettura: 3'
La firma non c'è, ma il tanto atteso (soprattutto dalla Germania) patto per gli investimenti Ue-Cina pare prossimo alla definizione. A ben vedere però, si tratta di un accordo leggero, poco più di una dichiarazione di intenti. Che per molti motivi fa comodo a entrambe le parti. E l'Italia? We Wealth ne ha parlato con l'ex sottosegretario al ministero dello Sviluppo Economico Michele Geraci, che nell'ex Celeste Impero vive

«Si tratta di un accordo 'da 28 dicembre' basato ancora sul mondo pre-covid. La Merkel vuole portare all'incasso il dividendo politico del suo semestre».

L'Ue in realtà non ha competenza per la politica degli investimenti. «Può decidere solo per i dazi e le politiche commerciali». Le motivazioni sottostanti sono squisitamente pragmatiche. Si fanno affari fra persone che la pensano diversamente

Tuttavia, mentre Germania (e Francia) stanno beneficiando a piene mani del mercato cinese, l'Italia annaspa da trent'anni nella mancanza di visione strategica. Il valore dell'accordo Volkswagen-Audi con la Cina da solo è quasi pari alla cifra investita dalle imprese italiane in tre decenni

Ue e Cina sono prossime al raggiungimento di un importante accordo sugli investimenti diretti nei reciproci territori. Secondo fonti diplomatiche, l'intesa dovrebbe arrivare «entro la settimana», ossia entro il 31/12/2020. Giorno che coincide con la scadenza della presidenza di turno Ue di Angela Merkel. «Un accordo frettoloso, 'da 28 dicembre' basato ancora sul mondo pre-covid», commenta a We Wealth dalla Cina l'economista Michele Geraci. Ma la Merkel, dopo negoziati che vanno avanti da sette anni, «vuole portare all'incasso il dividendo politico del suo semestre».
L'Ue in realtà non ha competenza per la politica degli investimenti. «Può decidere solo per i dazi e le politiche commerciali». E allora questo accordo, che forza avrà? «Vi sono due possibilità. Primo, può trattarsi di un accordo commerciale leggero», dalla valenza quasi simbolica. «Oppure, nel caso si dovesse trattare di un patto con dei vincoli, si dovrebbe passare dai 27 governi europei per la ratifica».

Si tratta di un avvicinamento che riflette «la dualità attuale. Questo tipo di accordi rappresenta un processo, più che un punto di arrivo. Le motivazioni sottostanti sono squisitamente pragmatiche. Si fanno affari fra persone che la pensano diversamente. Nessuno si è messo in testa di ‘democratizzare' la Cina». Dal punto di vista negoziale, l'intesa mette la Cina a pieno titolo nell'arena internazionale. Quello europeo diventa una sorta di «vincolo esterno» benefico. A Xi Jinping fa molto comodo questo accordo perché «gli concede uno standing internazionale». La Germania dal canto suo «esporta nel paese del Dragone beni per 100 miliardi di euro. Nel porto fluviale di Duisburg si trova l'hub della via della seta. Senza dimenticare il recentissimo accordo da 20 miliardi di euro fra Volkswagen, Audi con la cinese FAW» per la produzione di auto elettriche.

I 20 miliardi della joint venture sino-tedesca mettono in piena luce la piccolezza della posizione italiana in Cina. Ammontano infatti a 24 miliardi gli investimenti fatti dal Belpaese negli ultimi 30 anni. La presenza del nostro paese nel Paese di Mezzo è assolutamente risibile rispetto a quella di Germania e Francia. «La prima impresa italiana in Cina è la Ferrero, ma non basta. I soldi si fanno quando gli investimenti escono – insieme con il traino dell'export. La presenza di Snam, Eni, Fincantieri, Cassa Depositi e Prestiti non basta, non fa sistema».
Il professor Geraci lamenta soprattutto la mancanza di visione strategica della politica italiana. «Viviamo in una crisi istituzionale perenne, che ci impantana fin dal 1992». Le buone misure prese da sole non servono a nulla, «come l'antibiotico preso per un giorno soltanto». Occorrono strategia politica, «competenze, cuore, spinta». E soprattutto pensare in grande. Delle 4,2 milioni di imprese italiane (3,9 dopo la mannaia del covid), «solo poche centinaia sono presenti in Cina». Invece dovremmo essere presenti con un numero di imprese tali da «generare fette consistenti di pil». Solo allora «un battito d'ali di farfalla a Pechino potrebbe causare un ‘terremoto' nella nostra economia». Ciò non vuol dire che gli investimenti diretti sul territorio cinese siano semplici. Tutt'altro. Quello cinese è un contesto molto difficile, i rischi impresa ci sono, ma vanno valutati «senza isterismi».
caporedattore

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