Rialzo tassi e rischio-Cina: ecco i mercati più a rischio nel 2022

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Alberto Battaglia
30.11.2021
Tempo di lettura: 5'
Secondo un'analisi dell'Economist alcuni Paesi sarebbero esposti sia al rischio di stretta monetaria Usa sia al rallentamento cinese
La misurazione dell'eventuale minaccia rappresentata dalla nuova variante Omicron del Covid-19 attende ancora dati più precisi. Le premesse, però, non sembrano favorevoli, a giudicare dal numero di mutazioni concentrate sulla stessa proteina spike che attiva la risposta immunitaria dei vaccini a mRna come Pfizer e Moderna. La variante Omicron aggiunge ulteriori incertezze a un quadro che, soprattutto per le economie emergenti, si prospettava già particolarmente difficile nel 2022.

Infatti, i rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve, attesi nella seconda metà del prossimo anno, uniti al rallentamento dell'economia cinese, potrebbero colpire i mercati di diversi Paesi. In particolare, sarebbero più esposte le economie emergenti già adesso alle prese con elevati deficit, debito ed inflazione. L'Economist, sulla base dell'esperienza storica, ha elaborato due indici di vulnerabilità per valutare i rischi collegati al restringimento della politica monetaria Usa e del rallentamento della crescita cinese. I risultati non anticipano nulla di incoraggiante per Paesi come Argentina, Brasile, ma anche Cile ed Australia.
In generale, i cicli di restringimento monetario negli Stati Uniti tendono a incoraggiare afflussi di capitale nel Paese, attirati dai maggiori tassi di interesse, a discapito delle economie emergenti. Il rafforzamento del dollaro che ne consegue, inoltre, tende a esercitare una pressione negativa per i Paesi con elevato debito denominato in dollari, che diventa più difficile da ripagare quando il biglietto verde acquisisce valore. Questo fenomeno è particolarmente importante per quelle imprese che si indebitano in moneta estera e realizzano vendite in moneta locale.
Per quanto riguarda l'impatto del rallentamento cinese, esso sarà particolarmente negativo per tutti quei Paesi che esportano materie prime, macchinari e altri beni strumentali in Cina: se la produzione del Dragone rallenta, la domanda di questi beni diminuisce, così come gli affari delle imprese esportatrici.

A queste premesse si deve aggiungere che il ciclo di restringimento monetario della Fed produrrà probabilmente effetti maggiori rispetto al passato, perché la banca centrale americana sarà probabilmente “premuta” da un tasso d'inflazione nettamente più elevato rispetto a quello osservato durante il ciclo di normalizzazione monetaria successivo alla Crisi del 2008. Più i prezzi crescono in fretta, più la politica monetaria dovrebbe restringersi per evitare che l'inflazione acceleri ulteriormente.
Quanto alla Cina, non è la prima volta che si parla di atterraggio dell'economia, sia esso più o meno "morbido". Tuttavia, il peso che oggi il Dragone ha sull'economia globale è cresciuto ulteriormente, anche rispetto al recente passato. Secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, la Cina crescerà del 5,6% nel 2022: un tasso che per gli standard del Paese è molto basso. Per la precisione, si tratterebbe della crescita più moderata mai vista dal 1990, con l'unica eccezione del 2020 segnato dai lockdown. L'impatto della nuova variante Omicron sulla politica di contenimento “sul nascere”, battezzata Zero Covid, potrebbe provocare un ulteriore rallentamento.

Chi ne farebbe maggiormente le spese? Secondo l'indice di vulnerabilità citato dall'Economist, il rischio-Cina peserebbe soprattutto su Vietnam, Australia, Corea del Sud e Cile.

Per quanto riguarda, invece, la vulnerabilità dei Paesi al rialzo dei tassi negli Stati Uniti, i rischi maggiori si concentrerebbero in Argentina, Grecia, Egitto e Pakistan.

Incrociando i due rischi, il rallentamento della Cina e quello della stretta monetaria, sono Argentina, Cile e Brasile i Paesi che potrebbero pagare il prezzo maggiore nel 2022, essendo esposti a un “double whammy”. Secondo l'Economist, il Brasile sarebbe, tra tutti, il Paese più in pericolo.

“Nonostante gli alti livelli di debito e l'impennata dell'inflazione, gli elevati prezzi delle materie prime hanno permesso al Brasile di mantenere la fiducia degli investitori”, ha scritto il newspaper britannico, “un indebolimento dell'economia cinese potrebbe privare il Brasile di questo beneficio, portando a un crollo della valuta, un'inflazione ancora più alta e la possibilità di una crisi economica”.
Responsabile per l'area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all'Università Cattolica

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