Quel record dei buy back che spinge all'insù i listini

Tempo di lettura: 3'
Crescono le operazioni di buy back. Il riacquisto di azioni proprie da parte delle società spinge all'insù i listini

i buy back, riducendo il numero di azioni in circolazione, ne fanno salire il prezzo

in 7 anni le maggiori aziende di Wall Street hanno riacquistato azioni proprie per un valore pari al 16% della capitalizzazione dell'indice S&P

Secondo un'analisi del WSJ, le 20 società dell'S&P che più hanno speso in buy back nel primo trimestre hanno visto i loro titolo guadagnare mediamente il 5,2% contro un progresso dell'1,9% dell'indice

Per gli amministratori delle grandi società americane, i buy back sono un gesto di favore verso gli azionisti e buon affare per l'impresa: quale denaro è speso meglio di quello investito nei propri titoli? Per gli scettici, il buy back è un sotterfugio, anzi un trucco per far lievitare i prezzi dei titoli, sui quali solitamente si misura la bontà della gestione aziendale, con grande beneficio per le stock option degli stessi amministratori: quelle in essere e quelle che, di conseguenza, si faranno assegnare. Infine, per i detrattori, come Charlie Munger, il vice di Warren Buffett, i buy back sono una pratica “insana e immorale”, perché, riducendo il numero di azioni in circolazione, ne fanno salire artificiosamente il prezzo: con un costo che va a scapito degli investimenti e della produttività.

Di certo è una prassi assai diffusa e nel primo trimestre le società dell'S&P500 hanno speso la somma record di 158 miliardi di $ per ricomprarsi azioni. A sentire Goldman Sachs, l'intero 2018 sarà un anno record con un esborso previsto di 650 miliardi, che salirebbe a 840 nelle stime di JP Morgan. Se a questi si aggiungono i 3.100 miliardi spesi dal 2012 ad oggi, si può tranquillamente affermare che in 7 anni le maggiori aziende di Wall Street hanno riacquistato azioni proprie per un valore pari al 16% della capitalizzazione dell'indice S&P e per oltre il 20% del pil americano. Nel grande rialzo di Wall Street dal marzo 2009 (+305%), gli acquisti originati dai buy back hanno rappresentato il principale flusso di denaro sulla borsa e in certi momenti pressoché l'unico.

C'è da chiedersi quanto quel flusso abbia contribuito a una crescita media annua del 16,5% e, benché le stime degli analisti siano assai controverse, non si va lontano dal vero nell'affermare che i buy back hanno contribuito per non meno di un 3% annuo. Nelle scorse settimane se n'è avuta esperienza osservando il comportamento di quei titoli le cui società avevano acquistato azioni proprie. Secondo un'analisi del Wall Street Journal, le 20 società dell'S&P che più hanno speso in buy back nel primo trimestre hanno visto i loro titolo guadagnare mediamente il 5,2% contro un progresso dell'1,9% dell'indice. Tra queste c'è proprio Apple che da sola ha sborsato 23 miliardi e ha annunciato futuri acquisti per altri 75 miliardi nel corso del 2018.

E così si arriva al paradosso di una borsa che, anziché rappresentare un mercato per le aziende che intendono raccogliere finanziamenti tra il pubblico, diventa invece una sorta di bancomat, cui gli investitori attingono denaro. Provocatoriamente, Nikolaos Panigirtzoglou, analista di JP Morgan, ha calcolato che a questi ritmi di buy back, e supponendo nessuna nuova emissione di titoli, le società dell'indice S&P impiegherebbero circa 77 anni per ricomprarsi tutte le azioni in circolazione e prosciugare dunque il listino: un paradossale leveraged buy out sul modello in uso tra le imprese di private equity.

Il paragone non è poi così peregrino, poiché gran parte degli acquisti di titoli propri sono stati finanziati ricorrendo al debito. Ma, da inizio anno, le cose son cambiate e con la riforma fiscale di Trump, più precisamente con l'incentivo per le aziende a riportare in patria la liquidità accumulata all'estero, s'è creata una nuova fonte di finanziamento che vale più di 2mila miliardi di dollari. Secondo le stime di Goldman Sachs, oltre la metà di questo denaro (1.200 miliardi) sarà impiegata quest'anno per buy back e dividendi e solo un centinaio di miliardi andranno ad incrementare la spesa per investimenti e ricerca & sviluppo. Se lo scopo della riforma fiscale era far crescere ancor più l'economia, vi sono dubbi che l'obiettivo possa essere centrato. In ogni caso a Wall Street sono tutti felici. Anche lo stesso Munger: perché, mentre inveiva contro l'immoralità dei buy back, la “sua” Berkshire Hathaway stava acquistando una grossa partecipazione proprio in Apple, ovvero nella società che più s'è distinta nel comprare azioni proprie. E ora Berkshire è diventata il 3° maggior azionista del colosso di Cupertino.

A cura di Walter Riolfi

Cosa vorresti fare?

X
I Cookies aiutano a migliorare l'esperienza sul sito.
Utilizzando il nostro sito, accetti le condizioni.
Consenti